"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

sabato 17 novembre 2012

Il sapore della lentezza

Datemi un pomeriggio al parco, di sabato. In una di quelle giornate che stanno alla fine di una settimana pesante. Una settimana in cui il tuo collega ti parla del “caffè dello studente”, mentre tu gli dici che ne hai presi troppi. E scopri che non ti sta prendendo in giro: il caffè dello studente è realtà, esiste, se ne parla, c’è chi lo prende. E io spero di non essere mai così disperata da prepararmene uno, per poi essere colta da infarto qualche minuto dopo averlo bevuto.

Una settimana di economia, tanto per essere monotematici. Di maledizioni di gruppo mandate all’artefice della nostra disperazione, di gente che pensa che studiare arabo sia cosa più utile e più semplice.
Una settimana di nervosismo, di “non ce la posso fare”, di sonno perso. Di risate con la gente con cui condivido l’angoscia del momento, conversazioni telefoniche lunghe un’ora che ti fanno sentire meno sola, di mani strette e presentazioni.

Eppure ce l’ho fatta, sono sopravvissuta a questi giorni frenetici. Sono arrivata al venerdì pomeriggio con due occhiaie che sfioravano la bocca, due borse sotto gli occhi capienti quanto quella di Mary Poppins.
I capelli sfatti, le guance rosse. Le orecchie che ascoltano il rumore delle valigie degli studenti che tornano a casa per il weekend, lungo le vie della stazione. Musica per le mie orecchie.
Qualcuno corre, ha fretta.

Io invece no. Percorrere la strada per tornare a casa, dopo una settimana così, in questo stato un po’ pietoso, ha il suo perché. Ha il sapore di un privilegio.
Perché si, mi sono sentita privilegiata.
Ho goduto della fortuna di poter camminare piano, senza fretta. Mi sono gustata i miei passi lenti e poi sono rincasata, crollando dal sonno alle dieci di sera, per poi svegliarmi ugualmente presto, ma molto più carica e riposata. Ho fatto colazione ascoltando la mia canzone del momento. Mi rilassa come non so cosa.

Ho voluto riprovare quella bella sensazione di spensieratezza passando il pomeriggio al parco, abbandonando un po’ quei libri che mi stanno facendo diventare matta. Si chiama “bisogno di aria”.
Aria fresca, meglio se fredda. Così mi posso fare piccola piccola dentro al montgomery.
Così posso mettere quel cappello rosso di lana che tanto mi piace.

Mi sono sentita di nuovo fortunata, dentro quel parco, oggi pomeriggio. Fortunata perché ho potuto godere della lentezza, del silenzio in testa. Di quella sensazione delle foglie arancioni e secche che fanno rumore sotto le scarpe.

Il freddo mi ha fatto venire voglia di Natale, anche se manca più di un mese e prima delle vacanze dovrò affrontare tre esami e risolvere tante altre questioni. Ma ce la si fa, siamo ottimisti.
E intanto ci godiamo l’attesa, che è più magica delle vacanze in sé.

domenica 11 novembre 2012

Foglie sulla neve 2 - Gli incontri che ti cambiano la giornata

Le lunghe attese sono oggetto di odio da parte della sottoscritta. Non mi piace aspettare qualcosa o qualcuno per tempi troppo lunghi.
Odio le file negli uffici pubblici, odio i ritardatari cronici. Il tempo è prezioso e a me non va di sprecarlo in attese. Per questo finisco con il trovare delle soluzioni a questi piccoli problemi quotidiani.
Soluzioni “alla Chiara”.
Nelle attese alla posta, alla cassa di un supermercato, alla fermata dell’autobus cerco di trasformare i minuti che passano lentamente in qualcosa di costruttivo, di appagante.
Tipo osservare la gente che mi sta attorno, tenendo sempre e comunque il massimo della discrezione.

Da quando ha avuto inizio la mia vita da universitaria fuori sede, quindi da quando ho potuto uscire dall’ambiente un po’ ristretto del posto in cui sono nata e cresciuta, ho fatto di questa cosa una sorta di mia specialità. E ogni tanto mi capita di ritrovarmi a scrivere qui di loro, delle persone che sono state vittime della mia attenzione.

Questo è il turno di qualcuno che è riuscito a farmi passare piacevolmente un’attesa lunga due ore.
Si tratta di una signora. Una donna sulla settantina.
L’ho sentita parlare e ho riconosciuto subito l’accento. Il modo di parlare, la cadenza familiare.
Ci ho messo un attimo a capire che la mia terra e la sua erano le stesse.

L’istinto mi ha portato a buttarmi, a chiederle subito se fosse effettivamente calabrese. Un sorriso, la timidezza da parte. Ed ecco, io non mi sbaglio mai quando si tratta di queste cose.
Il suo sorriso grande precede di qualche istante la sua risposta positiva.
E qualche minuto dopo mi racconta tutta la sua vita.

Vedova da dieci anni, due figlie femmine grandi. Una avvocato, una medico. Altri due maschi più giovani.
Ha deciso di trasferirsi qui dopo che gli ultimi due figli hanno finito le scuole. Non trovavano lavoro e lei non voleva che prendessero brutte strade.
Ha convinto il marito a partire, ha fatto le valigie ed è arrivata qui. Ha raggiunto le due figlie grandi che intanto stavano terminando gli studi universitari.
Ha preferito abituarsi ad accenti diversi, perdere le sue vecchie abitudini, conoscere nuove strade. Tutto pur di evitare che i figli si perdessero tra le brutte amicizie.

Parla della sua famiglia e gli occhi le brillano. Parla del marito morto da ormai dieci anni e si commuove. Mi racconta del suo infarto improvviso, in una notte fredda di dicembre, della figlia medico che non è riuscita a salvarlo, ma che in compenso cura tanta gente ogni giorno.
È un fiume in piena. Non smette più di raccontare i suoi settanta anni di vita.

Il diploma di maestra, l’innamoramento e il matrimonio. Il marito che le proibisce di prendere la patente “sia mai che investi con i bambini in macchina”,il rimpianto di non essere riuscita ad essere abbastanza testarda da riuscire comunque ad imparare a guidare. Dice che avrebbe avuto la sua macchina, la sua indipendenza. Non sarebbe stata schiava degli autobus.
I figli, venuti uno dietro l’altro.

Le chiedo se ogni tanto torna in Calabria o è una di quelle persone che parte e non torna più. Mi guarda come se avessi bestemmiato. Mi dice che lì ci sono tutti i suoi parenti, che ha lasciato la casa così come era. Non ha portato niente su, neanche un paio di lenzuola. Si è accontentata di pagare per anni e anni un affitto qui, pur di non vendere la sua casa.

Dice che torna ogni anno, ad agosto. Sta tutto il mese al mare, “perché quando nasci in un posto di mare, quello è tuo per sempre”.
Arriva verso i primi del mese, riparte intorno al 26-28, ogni santo anno. Lei, figli, nipoti. Tutti insieme. Una ciurma.
Sarà come una di quelle chiassose comitive che mi capita di incontrare in spiaggia ogni anno. Quei gruppi di persone che per qualche settimana vedi ogni giorno, di cui impari i nomi a memoria.
Persone che finisci col riuscire a riconoscerle dal suono della voce.

Quelle persone che scompaiono a fine mese. Quelle persone che ogni tanto, in inverno, te le immagini avvolte dal grigio della nebbia di qualche città lontana, rigidi e un po’ ingessati dentro agli abiti formali da lavoro. Bianchi come il latte che hanno bevuto da bambini. Lontani anni luce dalla comodità dei prendisole estivi, dalla ridicolaggine dei cappelli di paglia.

Mi sembra di vedere la signora preparare il pranzo di Ferragosto, riunire tutti intorno ad una tavola ricca di prelibatezze preparate con cura, dentro una stanza piena di sole o una veranda ombreggiata.

Mi sembra di conoscerla una vita, questa signora.  
Mi fa sentire più vicina a casa, viaggiare un po’ con la mente.
Sono quegli incontri che ti cambiano la giornata, che vorresti fare più spesso.