"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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martedì 2 luglio 2013

Telefonate domenicali

La domenica è la giornata delle telefonate. È così da quando il mio gestore telefonico ha deciso di cambiare le tariffe del piano telefonico sua sponte e come contentino ha deciso di regalarmi chiamate illimitate verso tutti, ogni domenica. E’ quindi da un paio di mesi che io, la domenica, chiamo amici e parenti. Così, per il gusto di sfruttare la promozione fino alla fine. Parlo con tutti, rido, ascolto interessata i loro racconti, li allieto con i miei, anche se di esaltante hanno ben poco. Mentre faccio tutto ciò pulisco casa, in ossequio ad uno dei comandamenti di chi vive solo: la domenica è la giornata delle pulizie. Non esiste riposo, non esistono allegre scampagnate in compagnia, non esiste nient’altro, la domenica, all’infuori delle grandi pulizie domestiche. E guai a saltare ogni tanto!
Ho rivalutato un sacco l’utilizzo degli auricolari. Non so come definirli. La migliore invenzione degli ultimi secoli, dopo le lenti a contatto?
Forse.

Questa domenica ho chiamato una mia amica. Non la vedevo da Pasqua e durante questi mesi l’ho sentita proprio poco. Avremo scambiato due messaggi,in occasione dei nostri compleanni. Con lei ho passato gran parte della mia adolescenza, la conosco da qualcosa come tredici o quattordici anni.
Abbiamo vissuto miliardi di avventure durante il liceo: compagna di studio, di progetti, di quelle riflessioni esistenziali di una pesantezza unica. Compagna di sigarette, di panini, di cene improvvisate, di ansia da interrogazioni. Lei era quella disordinata, con la testa tra le nuvole. Io ero l’esatto contrario. La riportavo nella retta via quando c’era bisogno e lei provvedeva invece a farmi divertire, ridere, scherzare. Mi è stata particolarmente vicina in uno dei momenti più bui della mia vita. La sua presenza è stata una fonte inesauribile di forza, di coraggio.
Era un completarsi a vicenda. C’era da apprendere le cose migliori dell’altra e insegnare il meglio di sé.

Poi il liceo è finito. Le strade si sono divise. Le valigie sono state fatte, ci abbiamo messo dentro le nostre foto. Le abbiamo attaccate nelle nostre camere nuove, nelle nostre nuove città delle nostre vite altrove.
Ci sentiamo di rado, ma ci teniamo sempre informate sui nostri ritorni in patria, così da vederci ad ogni occasione utile, da raccontarci di noi, da condividere il possibile.

Il fatto di non sentirla spesso, ogni tanto mi fa pensare che quella famosa grande amicizia sia svanita o si sia comunque affievolita. Ma poi basta ritrovarsi a casa per capire che il nostro rapporto non è cambiato.

Così domenica l’ho chiamata, durante un lampo di malinconia di ritorno da uno di quei noiosi pomeriggi di studio in compagnia, alla ricerca di qualche faccia che possa far tornare il buonumore. Ho buttato libri e borsa sul tavolo, mi sono seduta sul divano e l’ho chiamata.
Ho chiuso la conversazione dopo un’ora e tre quarti, quando ormai fuori era buio e l’ora di cena era passata da un pezzo.

Un’ora e tre quarti di tutto. Abbiamo toccato centinai di tasti: le nostre vite, i nostri progetti, le nostre famiglie, gli amici in comune. Gli aneddoti di quelli che “solo a te possono capitare certe cose”. Le espressioni dialettali liberatorie perché certe cose, dette in italiano, non rendono l’idea come quando le dici nella lingua della tua terra. E si sa, non posso riportarle ad un nordico senza rimanere istantaneamente delusa dalla sua espressione basita e interdetta di chi pensa “ma guarda te ‘sta terrona”
E le risate, tante. Di gusto, di cuore.

Certe parole fanno bene.
Ti ricordano da dove vieni, cosa ti è successo per essere quella che sei oggi. È un ricostruirsi, un fermarsi un attimo con un occhio al passato ed uno al futuro. Ero così. Tu eri in quell’altro modo. Adesso siamo uguali e diverse. Siamo più grandi, più donne. Più problematiche e più confuse.
Il futuro è l’incertezza assoluta, ma non per questo non facciamo progetti. Viviamo alla giornata, forse un po’ preoccupate. E ci raccomandiamo di goderci la vita, quella che vogliamo costruirci da sole.
Quella vita che abbiamo sognato, che un po’ si è realizzata e un po’ no. Quella vita che abbiamo davanti e che deve essere per forza bella, perché sì: ce lo meritiamo.

giovedì 8 marzo 2012

Tre foto e una mimosa

Aderisco anche io all'iniziativa del giornale "Il Quotidiano della Calabria": dedico questa giornata a queste tre Donne con la D maiuscola, speciali per il loro coraggio infinito.
Andate a leggere la loro storia. Rimarrete senza parole.

Buona festa delle donne!


venerdì 25 novembre 2011

Si usa la violenza quando non siamo in grado di usare la forza della parola


“Cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? (…) alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio. Altrettanto grandi sono stati spenti. Per mille che non hanno un nome, una cambia il corso della storia. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore”


“Come mai è ancora possibile sopportare tutto questo? Quanto di buono nasce dal dolore quando al dolore si sopravvive? (…) il malamore è gramigna, cresce nei vasi dei nostri balconi. Sradicarlo costa più che tenerselo. Dargli acqua ogni giorno, alzare l’asticella della resistenza al dolore è una folle tentazione che può costare la vita”


Tratte da "Malamore - Esercizi di resistenza al dolore" di Concita De Gregorio

lunedì 24 ottobre 2011

Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali

Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.

Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.

Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.

Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!

Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.

Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.

Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.

Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.

giovedì 13 ottobre 2011

Streghe. La riscossa delle donne d'Italia - Lilli Gruber




Questo libro mi è stato consigliato dalla super acculturata sorella che ho la fortuna di avere. E' stata una lettura che posso definire veramente speciale; un libro di quelli che “vorresti non finissero mai”, che ti fanno aprire occhi e mente, regalandoti la possibilità di fare delle importanti riflessioni su particolari temi.


Credo che Lilli Gruber abbia fatto veramente un ottimo lavoro: in questo suo saggio ha dato voce alla donne d'Italia e non, indagando nel loro modo di vivere, di pensare, di essere. Tutto ciò attraverso una serie di interviste fatte a decine e decine di donne di ogni tipo, toccando qualsiasi tema che possa in qualche modo coinvolgere il mondo femminile. Donne comuni, ma anche personaggi più importanti e famosi come la Littizzetto, Anna Sozzani, Elisabetta Gregoraci, Gianna Nannini, Rita Levi-Montalcini e tante altre.

Non manca neanche la voce maschile, come è giusto che sia. È bello conoscere non solo il pensiero di noi donne su determinati temi, ma anche quello degli uomini: ed ecco che personaggi come Veltroni, Berlusconi, Veronesi riescono a dire anche la propria in queste pagine.
E non solo. Una piccola parte del libro è dedicate anche all’intervista di alcuni uomini che si trovano in carcere per aver compiuto violenza sulle donne.

Tutto questo incorniciato da piccoli commenti dell'autrice, espressi quasi sottovoce e con un leggero pizzico di ironia.




Da leggere!

venerdì 7 ottobre 2011

Indifferenza

Una calda notte di luglio di circa sette anni fa, io e una delle mie più grandi amiche litigammo. Ancora ricordo il motivo, le circostanze, l’abbigliamento di quella sera. Avevamo entrambe ragione e torto in egual misura, ma lei era troppo orgogliosa per riconoscere i suoi piccoli errori ed io ancora non ero in grado di farmi valere come si deve, ero … rinunciataria.
Dopo quella lite, io e lei non ci parlammo per molto tempo, forse anche per più di un anno, nonostante lei fosse seduta a scuola nel banco subito dietro al mio; poi, avendo quasi tutti gli amici in comune, finimmo inevitabilmente con lo scambiarci almeno il saluto e qualche parola.
Perdere un’amica molto importante è sempre una cosa spiacevole; vedere la cosa con gli occhi di una quattordicenne lo è ancora di più.
Ricordo che mi disse che dopo quella lite le ero praticamente indifferente, che potevo esserci o non esserci, ma in ogni caso non avrei avuto alcuno “effetto” nei suoi confronti. Insomma, per lei ero invisibile, la mia presenza non aveva alcuna rilevanza.
Fu la prima volta che entrai in contatto reale con la parola “indifferenza” e ricordo che quel termine mi fece ribrezzo.
Alla fine, le cose tra noi due migliorarono notevolmente; con il passare del tempo la nostra amicizia tornò quella di prima, si rafforzò. Anche adesso che studiamo in città diverse ci sentiamo sempre e quando siamo entrambe nella nostra piccola cittadina, ci vediamo praticamente ogni giorno.

L’altro giorno ho assistito sull’autobus ad una scena talmente terribile che non saprei neanche come definirla. Una signora anziana, forse un po’ troppo esuberante e con qualche rotella fuori posto, entrando in autobus insieme ad un’altra donna di colore, da un secondo all’altro ha iniziato a chiamarla “negra” e le ha gettato contro una serie di insulti che non sto a ripetere.
Lei si è difesa come ha potuto, a parole, civilmente. Poi ha lasciato perdere ed è andata a sedersi, mentre la vecchia ha continuato a borbottare tra sé parole poco piacevoli.

Questo episodio mi ha riportato indietro di qualche anno, dritta alla lite con la mia amica, all’episodio in cui lei mi ha detto che le ero indifferente.
Indifferenza, sì. Anche nel caso del litigio tra le due donne nell’autobus. Indifferenza mia, indifferenza degli altri passeggeri e dell’autista. Noi che non abbiamo mosso ciglio di fronte a quegli insulti gratuiti, di fronte ad una donna che difendeva il colore della sua pelle e la sua dignità. Indifferenza, come se non avessimo visto o sentito niente.
Il comandamento del “farsi i fatti propri” lo applichiamo sempre nei momenti sbagliati; il motivo? Non lo so. Forse è più facile così, non vogliamo avere grane, non vogliamo immischiarci in questioni che non ci toccano troppo da vicino.

Quando sono tornata a casa, mi sono fatta schifo da sola. Mi ha fatto ribrezzo la mia apparente indifferenza nei confronti di quella situazione. Avrei dovuto alzarmi dal sedile grigio, fare qualcosa. Avremmo dovuto fare tutti così. Non so cosa di preciso, forse dirne quattro alla vecchia, farle passare la voglia di insultare la gente, chiamare la polizia. E invece non abbiamo fatto niente, siamo rimasti tutti comodi nella nostra poltrona ad assistere indifferenti a quella scena coperta dal velo dell’invisibilità.
Comodo, forse. Ma egoista.
Non so neanche se mi ha fatto più ribrezzo la cafonaggine della vecchia o la nostra indifferenza.

Ma come ho detto in passato, l’unica cosa positiva che si può trarre dagli errori è un insegnamento, la consapevolezza che quel comportamento è sbagliato ma che si può sempre migliorare.

martedì 2 agosto 2011

Mai sentita così bene - Rossana Campo



Prima di partire per le vacanze, sono stata in libreria alla ricerca di un libro leggero e piacevole che potesse accompagnarmi nelle dieci ore solitarie di treno.
Sono stata in una libreria piccola, dove la scelta era abbastanza limitata. Alla fine, dopo aver spulciato per bene in tutti gli scaffali, ho comprato “Mai sentita così bene” di Rossana Campo.

Vi scrivo qui la recensione che ho trovato dietro il libro:

“Parigi, una sera di fine estate. Una cena fra donne: è tornata Lucia, l'amica timida e imbranata scomparsa per mesi senza lasciare traccia. L'occasione è tale che basta poco a scatenare la festa, che qui però diventa soprattutto una vera e propria festa della parola. Ci si dice, ci si confessa, ci si butta là come battute di commedia, ci si piange e ci si ride addosso. Sembrerebbero un po' sbandate queste italiane all'estero, tutte invischiate in storie di amori e tradimenti consumati con allegria e determinazione, fra mille casini e qualche leggero senso di colpa. Ma cosa vogliono veramente? Dove vanno? Da che parte stanno? Rossana Campo non ce lo dice. Una sola cosa è chiara: vivere scantonando oltre la norma, le regole, le etichette, scommettere sul desiderio e il piacere. Perché, come cantava Cindy Lauper, "le ragazze vogliono divertirsi". E lo fanno.”

Queste parole mi avevano messo curiosità. Mi sembrava un incrocio tra Due Partite e Sex and the city. Storie di donne che parlano tra loro, che si raccontano a vicenda. Sembrava interessante.
E invece è stato una noia.

Queste ragazze sono tristi, per niente simpatiche o interessanti. Vivono tra una conquista e un’altra, un paio di corna e una seduta dall’estetista (e dall'analista). Un bicchiere di vino e un piatto di pasta.
Il personaggio che potrebbe almeno un po’ destare curiosità è quello di Lucia, la donna scomparsa che riappare solo verso la metà del libro.


Ma anche lì, la cosa si rivela un po’ deludente.

Quando nel corso della lettura noto che quel determinato libro non attira per bene la mia attenzione, le cose sono due: o lo abbandono o continuo imperterrita a leggere, nella speranza che più avanti arrivi qualcosa di più interessante.
In questo caso ho seguito la seconda strada, senza però essere “ripagata dello sforzo”.
Insomma, alla fine l’ho riposto in un oscuro angolo della libreria e credo proprio che mi dimenticherò della sua esistenza.

Voi come vi comportate quando un libro si rivela un po’ deludente?

domenica 17 luglio 2011

Donne in rinascita

Ho trovato questo testo, per caso. Mi ha colpita, emozionata. E' un po' lungo, ma ve lo propongo comunque, sicura che saprete apprezzarlo.

"Donne in rinascita" - Diego Cugia, in arte Jack Folla

"Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita: quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta. Che uno dice: è finita.

No, finita mai per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.

Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te, che “questo periodo non finisce più”, che ti stai giocando l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola.

Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno … E questo noviziato non finisce mai. E sei tu che lo fai durare.

Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s'infiltri nella tua vita.

Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.Sei stanca: c'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto. Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.

Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: "Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così".

E il cielo si abbassa di un altro palmo.

Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasqua. In quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima ed è passato tanto tempo … E ce ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.

Comunque sia andata, ora sei qui e so che c'è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine. Ed è stata crisi, e hai pianto.

Dio, quanto piangete! Avete una sorgente d'acqua nello stomaco.

Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente.

Non potevi trattenerlo.

E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance? E poi hai scavato, hai parlato. Quanto parlate, ragazze!

Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore."Perché faccio così? Com'è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?". Se lo sono chieste tutte.

E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli.
Un puzzle inestricabile.

Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?
E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque: ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti. Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te. Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa. Non ti entusiasma? Ti avvincerà, lentamente. Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel.

Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse.

La più grande.Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli.

Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo. Perché tutti devono capire e vedere: "Attenti: il cantiere è aperto, stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse".
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia.

Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."

martedì 8 marzo 2011

Auguri donne!

Ieri sera ho incontrato in un negozio un signore anziano. Mi è rimasto impresso nella mente, tanto per cambiare.
Ha scelto tre mazzolini di mimose, con una cura magistrale. Ne prendeva uno in mano, lo esaminava accuratamente e scartava quelli che secondo lui, suppongo, non andavano bene.
Alla fine ho preso i più belli, quelli con i colori più intensi.
Insieme ai mazzetti ha preso dei cioccolatini.
Era alla cassa davanti a me. Li ha passati alla cassiera, facendo attenzione a che non si sciupassero. Ha pagato, ha chiesto la sua busta di plastica e si è accertato del fatto che la commessa avesse tolto i prezzi.
Era lento nei gesti, ma tanto attento. Mi ha fatto tenerezza. Le donne a cui oggi darà quei mazzolini di mimose suppongo siano molto importanti per lui. E metterei la mano sul fuoco che ha aggiunto ai fiori anche un bigliettino.

Di solito non festeggio il giorno della donna. Non mi interessano quelle feste insignificanti organizzate dai soliti squallidi localini. La festa della donna dovrebbe avere un significato ben diverso.

Auguri donne!!!

Vi lascio con il testo di una canzone, si chiama “Donna”, è di Mia Martini.

A molti non piace, a me sì.
È da mesi che l’ascolto in continuazione. Mi ha un po’ rapita.
Chissà perché …


Donne piccole come stelle

c'è qualcuno le vuole belle

donna solo per qualche giorno

poi ti trattano come un porno.


Donne piccole e violentate

molte quelle delle borgate

ma quegli uomini sono duri

quelli godono come muli.


Donna come l'acqua di mare

chi si bagna vuole anche il sole

chi la vuole per una notte

c'è chi invece la prende a botte.


Donna come un mazzo di fiori

quando è sola ti fanno fuori

donna cosa succederà

quando a casa non tornerà.


Donna fatti saltare addosso

in quella strada nessuno passa

donna fatti legare al palo

e le tue mani ti fanno male.


Donna che non sente dolore

quando il freddo gli arriva al cuore

quello ormai non ha più tempo

e se n'è andato soffiando il vento.


Donna come l'acqua di mare

chi si bagna vuole anche il sole

chi la vuole per una notte

c'è chi invece la prende a botte.


Donna come un mazzo di fiori

quando è sola ti fanno fuori

donna cosa succederà

quando a casa non tornerà


domenica 20 febbraio 2011

La signora delle camelie - Alexandre Dumas



Tra i libri che adoro leggere, sicuramente un posto d’onore è occupato dai classici.
“La signora delle camelie” stazionava ormai da un po’ nella mia wishlist, finché, qualche settimana fa, non me lo sono ritrovato tra gli scaffali del mio negozietto di libri di fiducia. Non ho esitato neanche un secondo e l’ho preso.

Il libro è ambientato in Francia, a metà ottocento. La protagonista è Margherita Guatier, meglio conosciuta come “la signora delle camelie” per la passione che nutriva per questo tipo di fiore. E’ una donna giovane, vista tutt’altro che bene dalla società per il fatto di essere una “mondana”. Armando Duval, un giovane ventiquattrenne, finisce però con l’innamorarsi di lei, nonostante la sua fama.
Inizia così la loro storia d’amore, tutt’altro che semplice, contrastata da diverse vicende. Un amore che incontra tante difficoltà, che finisce con l’intrecciarsi e ostacolare altri importanti affetti dell’uomo; fatto anche di incomprensioni e di ripicche.
Ma nonostante questo, l’amore di Armando e Margherita si rivelerà alla fine molto più forte di qualsiasi altro sentimento, talmente tanto da vincere anche la morte.

L’ho letto in pochi giorni, considerando anche il fatto che non è neanche un libro molto lungo e il linguaggio si capisce abbastanza bene.
Era da un po’ che non leggevo storie d’amore così genuine e travolgenti, quasi da far venire le lacrime agli occhi.

domenica 14 novembre 2010

Malamore. Esercizi di resistenza al dolore - Concita De Gregorio

Era da diversi mesi che volevo leggere questo libro, finalmente ce l’ho fatta. Mi aspettavo tanto da questa lettura e non ne sono rimasta delusa. È un libro che ti mette in faccia una realtà, senza giri di parole, senza cercare di trasformarla –magari per renderle meno terribile di quello che è – neanche un po’. Quello è, quello racconta.
La realtà di cui parla è quella del rapporto tra le donne e il dolore, sia fisico che mentale, ma soprattutto quest’ultimo. Donne che subiscono il dolore senza lamentarsi, anzi fanno finta di niente, trasformandolo.

L’introduzione al libro mi ha lasciata senza parole. Ho trovato degli interrogativi, ma non ho trovato risposta, forse perché una risposta non c’è.


“Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa”.


“Cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? (…) alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio. Altrettanto grandi sono stati spenti. Per mille che non hanno un nome, una cambia il corso della storia. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore”



“Come mai è ancora possibile sopportare tutto questo? Quanto di buono nasce dal dolore quando al dolore si sopravvive? (…) il malamore è gramigna, cresce nei vasi dei nostri balconi. Sradicarlo costa più che tenerselo. Dargli acqua ogni giorno, alzare l’asticella della resistenza al dolore è una folle tentazione che può costare la vita”


… E poi è tutto un susseguirsi di storie. C’è Cristina; c’è la rateta, un racconto popolare catalano; c’è la storia di Caterina da Siena. Ce ne sono tante altre tra quelle pagine. Quasi tutti i capitoli iniziano con il nome di una donna.
Si parla della storia di una donna cinese che da una radiografia ha scoperto di avere nel torace ventitre aghi, messi lì dai nonni con cui viveva, probabilmente quando lei era molto piccola. Volevano ucciderla perché in Cina le donne costano, bisogna mantenerle fino ad una certa età.

Lei però ce l’ha fatta....

sabato 12 giugno 2010

Sex and the city2 - Caramel

"... Siamo così, dolcemente complicate, sempre più emozionate, delicate , ma potrai trovarci ancora quì nelle sere tempestose portaci delle rose nuove cose e ti diremo ancora un altro "si", è difficile spiegare certe giornate amare, lascia stare, tanto ci potrai trovare qui, con le nostre notti bianche, ma non saremo stanche neanche quando ti diremo ancora un altro "si"..."
(Quello che le donne non dicono- Fiorella Mannoia)

La settimana scorsa ho visto Sex and the city 2 al cinema, mentre stasera ho riguardato Caramel. Sono due film diversi e uguali allo stesso tempo. Il primo ambientato nella parte occidentale del mondo, a New York, il secondo in Oriente, a Beirut, in Libano. Le protagoniste sono sempre quattro donne: Carrie, Charlotte, Samantha e Miranda nel primo, Layale, Nisrine, Rima e Jamale nel secondo.

Le prime quattro sono spontanee, estroverse, disinibite, passano le giornate tra un evento mondano e l’altro, tra un paio di scarpe Gucci e una borsa Chanel, vanno in vacanza dall’altra parte del mondo appena ne sentono l’esigenza, alloggiano nel miglior hotel della zona, hanno il loro “cameriere” personale. Le altre quattro invece sono più semplici, lavorano in un semplice negozio da parrucchiera, passano le giornate tra una piega e un taglio, non possono essere libere di star in macchina a chiacchierare con il loro uomo dopo una certa ora o non possono prenotare una camera doppia d’albergo senza mostrare un documento d’identità che attesti la loro condizione di donne sposate.

Due mondi diversi, storie diverse, occupazioni diverse, modi di pensare diversi. Eppure nonostante questo abisso che le divide, io ho trovato qualcosa che le accomuna: l’essere donna. Samantha e Jamale, ad esempio, sono donne sulla cinquantina, entrambe non vogliono invecchiare, non vogliono dimostrare la loro effettiva età. La prima nasconde tutto con qualche siringa di botox, qualche ritocchino qua e là, una ventina di pillole e pasticche naturali da ingurgitare ogni giorno, con la speranza che riescano a rallentare questo “processo biologico”. La seconda si presenta ai vari provini, attende il suo turno insieme a ragazze giovanissime e acide, cerca di trovare la pettinatura adatta, quella che mette in risalto più gli occhi che gli anni, cerca di “tirare su” la forma degli occhi stirando la pelle con dello scotch da nascondere sotto qualche ciocca di capelli.

Forse non c’entra la distanza, la differenza, le donne lo sono tutte allo stesso modo, tutte con le loro paure, con la loro fragilità e con la loro forza infinita.

mercoledì 26 maggio 2010

Mamme a ... 50 anni?

Ieri ho sentito al telegiornale che Heather Parisi, a 50 anni, ha partorito due gemelli (non sapevo neanche che fosse incinta!). Stasera ho sentito che una donna di 57 anni ha partorito la sua prima figlia, avuta dal compagno quasi settantenne, dopo essersi sottoposta a cure particolari (all’estero).

Avere un figlio, a quanto pare, è un’esperienza indimenticabile, si sostiene che sia la cosa più bella che si possa fare in una vita. Decenni e decenni fa, le donne avevano i loro primi figli già a 18/20 anni, chi diventava mamma a 40 anni era considerata già una madre un po’ “anziana”. Oggi invece avere un figlio a quarant’anni (anche inoltrati) è una cosa normalissima. Sarà che i tempi cambiano, che si decide di mettere su famiglia sempre più tardi …

Non capisco però, come si può decidere di avere un figlio a cinquant’anni. Non è una questione di età, ma di forze ed energia. Presumo che per crescere un bambino occorre avere una pazienza e una forza immense, nonostante questo ti possa dare tutte le gioie possibili e immaginabili.
A 50 anni non si è vecchi, assolutamente! L’importante è sentirsi “giovani” dentro e puoi considerarti tale anche a 80 anni. Però secondo me avere un figlio (voluto) a cinquant’anni è un gesto un po’ egoista. Quando la mamma avrà 60 anni, il figlio ne avrà solo dieci. C’è una differenza troppo grande, a livello di età, ma anche di interessi. Un adolescente con una madre sessantacinquenne non potrà avere facilmente un dialogo con lei.

Questo secondo il mio punto di vista: quello di una comune ventenne senza figli. Voi che ne pensate? Mi piacerebbe sapere i vostri punti di vista