"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)
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venerdì 22 febbraio 2013

Pensieri Random

Ringraziate tutti in coro Viviana. 
G-R-A-Z-I-E      V-I-V-I-A-N-A!
Mi ha assegnato questo premio. Consiste nell'elencare sette cose sul proprio conto. Quale scusa migliore per scrivere un post ben più leggero -e spero piacevole- rispetto ai precedenti?

E dunque, elenco sia. 
Pensieri random, chè qua son le undici e stanotte non ho dormito per niente. 

1. Ho riscoperto la voglia di leggere. L'avevo persa: in un anno intero ho letto solo due libri, il che non è proprio da me. Adesso ho ripreso il ritmo: leggo di nuovo a più non posso. Ogni settimana vado in biblioteca a prenderne un paio. Il bello del prenderli in prestito sta nel fatto che se un libro non mi piace molto, posso almeno affermare di non aver sprecato neanche un centesimo nel suo acquisto. Il problema sorge poi quando un libro mi è piaciuto tantissimo...

2. Ho iniziato a scrivere poesia da piccola, avevo circa otto anni. Le componevo nella mia cameretta, seduta alla scrivania bianca e rossa. Scrivevo, leggevo, modificavo e poi mi alzavo di scatto, facendo strisciare i piedi della sedia sul pavimento. Andavo a farle leggere ai membri della famiglia, nell'ordine in cui li trovavo sparsi per casa. Solitamente il primo che incontravo era papà, poi in cucina trovavo la mamma, alle prese con qualche pranzo o qualche cena da preparare e per ultima mia sorella, anche se lei non apprezzava, anzi mi prendeva anche un po' in giro (oggi invece la situazione è completamene diversa!). Mio fratello era un lattante ancora. Mi piaceva sentirmi dire che ero brava, che sapevo scrivere. Mi spronava a continuare, a coltivare questa passione. Se non me l'avessero detto, forse avrei lasciato perdere tutto. 
Oggi  mi ritrovo a scrivere furtivamente su questo blog, col terrore ingiustificato che qualcuno mi scopra. Mi sento una ladra, ma non riesco a condividere questo spazio con nessuno che mi conosca nella vita di tutti i giorni e un po' mi dispiace. Penso soprattutto ad una persona con cui condivido molte cose, a quanto potrebbe rimanerci male se lo scoprisse. 

3. Ho la scheda elettorale pronta per domenica. Finalmente posso esprimere la mia preferenza per qualcosa di veramente serio. Nell'aprile 2008 non avevo ancora compiuto 18 anni, a differenza di tutti i miei compagni di classe. Ricordo che mi sentivo "diversa", troppo piccola. Un po' ... impotente.

4. La neve mi mette ansia. Dopo le abbondanti nevicate dello scorso anno, ho notato che appena cade qualche fiocco, ci metto un attimo ad andare in panico. La verità è che io non sono in grado di stare in casa per più di 24 ore. L'anno scorso -causa neve- non ho potuto mettere naso fuori per quattro giorni. Stavo impazzendo, giuro.

5. Ogni tanto scrivo i vostri commenti nella mia agenda e vado a rileggerli quando mi sento giù. Scrivo quelli che mi arrivano dritti al cuore alla prima lettura. Potrebbe sembrare una frase fatta, ma ho notato -soprattutto negli ultimi post- una certa vicinanza da parte di voi lettori, in particolar modo da chi mi segue da un po'. La sento sul serio, vi sento partecipi.

6. Una volta ho vinto due biglietti per i concerti della Coca Cola. Era una cosa rarissima, a quanto pare. E invece sono riuscita a farcela, ma non ci sono potuta andare. Inutile dire che è stata l'unica volta in vita mia in cui ho vinto qualcosa.

7. Qualche settimana fa, sull'account Twitter collegato al blog (per rimanere in tema con gli ultimi pensieri del punto 2), ho scoperto con immenso stupore che qualcuno dei miei follower aveva ritwittato un pensiero scritto da una persona che conosco nel reale mondo di tutti i giorni. 
Lì per lì è stato "panico". 

mercoledì 14 dicembre 2011

Ogni tanto qualche cambiamento fa bene

Sì, cambiamento, avete letto bene. Quella cosa che io tanto odio, abitudinaria per come sono. Eppure ogni tanto se ne sente la necessità. Un cambiamento, anche piccolo.
È quello che ho detto alla mia parrucchiera di fiducia, mentre mi lavava i capelli.
Mi ha fatto la classica domanda un po' retorica: “facciamo una spuntatina?”. Si aspettava che le dicessi il classico sì. Anche lei sa che sono abitudinaria.
Invece no, questa volta l’ho sorpresa. Mi sono auto-sorpresa sentendomi dire quelle parole.
“No, questa volta si cambia”.

Ho deciso di fare un taglio netto.
Ho spiegato per sommi capi cosa avevo intenzione di fare; lei ha capito subito, anche se era un po’ incredula.
Sì, perché lei ha paura a tagliarmi i capelli. Solitamente sottolineo in modo un po’ minaccioso le mie volontà; il mio concetto di “spuntatina” è ben preciso e diverso da quello del parrucchiere medio italiano.

Insomma, dopo lo sconcerto iniziale si è messa all’opera. Vedevo cadere le ciocche dei miei capelli, seduta rigida sulla poltrona. Lo specchio regalava un’immagine di me poco carina: occhi leggermente sgranati e un po’ terrorizzati che seguono il minimo movimento di forbice; un’odiosa mantellina verde chiaro addosso e stretta al collo e la vocina interiore che recita “Dai Chiara, si deve pur cambiare ogni tanto. Crescono i capelli, crescono....”.

Pervasa da questi pensieri, l’operazione taglio si conclude e si inizia quella piega.
La mia parrucchiera è veloce: si arma di phon e spazzola e in dieci minuti riesce a concludere il suo lavoro. Io però non sono molto lucida. Sono distratta dalla vocina interiore; penso ai possibili cappelli di lana da usare in caso di tragedia, penso a …

“Chiara, abbiamo finito!”. È la parrucchiera. Sorride.
Mi guardo bene allo specchio, mi giro di lato.
Sono incredibilmente soddisfatta del mio nuovo taglio.
È un carrè asimmetrico: lungo davanti, corto dietro. Liscio, splendido.
Mai stata così contenta.
Addio ai capelli lunghi.

Anche la mia parrucchiera è contenta. Capisce subito se sono soddisfatta o meno del suo lavoro.
Quando esco mi guardo riflessa sulle vetrine dei negozi.
E non vedo l’ora che mi vedano i miei amici.

lunedì 24 ottobre 2011

Pensieri deliranti di una Chiara costretta a portare gli occhiali

Sveglia alle sette, un nuovo giorno mi attende. Carica e frizzante come un’anziana signora in un ospizio, mi accingo a lavarmi la faccia con acqua gelata, in modo da connettermi un minimo con il mondo. E’ lì che faccio la mia scoperta: un occhio è rosso come un pomodoro, l’altro sembra normale.
Sembro uscita da un film horror.
Ricorro ai rimedi della nonna e in cucina, invece di farmi un bel caffè, riscaldo l’acqua per buttarci dentro una bustina di camomilla e farmi una sorta di impacco, nella speranza che la situazione migliori.

Ovviamente, come pensavo, non migliora proprio niente. Decido quindi di non mettere le lenti a contatto e mi preparo ad affrontare la mia giornata con addosso gli occhiali da vista, quelli che tanto odio.
Torno a casa per il pranzo. L’occhio sembra essere migliorato, ma il rossore non è ancora del tutto scomparso. Decido quindi di tenere addosso gli occhiali ancora un po’, almeno per tutto il pomeriggio.
La sera però li abbandono allegramente, chiudendoli con una sorta di ghigno malefico, dentro la loro custodia bianca. Non s’è mai visto che io esca di sera con gli occhiali. Ergo, lenti a contatto.

Il mattino dopo, la situazione è di nuovo quella di ventiquattro ore prima. Occhio rosso e niente camomilla.
Decido di andare in farmacia e farmi consigliare un collirio. La dottoressa è una donna giovane, con i capelli corti biondi e gli occhi azzurri. Mentre le espongo il mio problema esistenziale, entra una signora anziana con un passeggino più grande del solito: ha con sé due bambine piccole gemelle, presumibilmente le sue nipoti.
La farmacista allora inizia ad ignorarmi del tutto, intenta a lodare la bellezza delle due bambine. In effetti ha ragione, sono proprio stupende. E poi dormono, quindi non piangono, non disturbano, sono zitte.
Belle sì, tanto.
Ma non è una valida ragione per lasciare una cliente impaziente come me, con un occhio rosso e un paio di occhiali da vista addosso.

Ecco che infatti si desta e torna a me. Mi consiglia un collirio leggero, senza antibiotici, a base di camomilla. Due gocce in ogni occhio per circa cinque-sei volte al giorno. Annuisco, contenta. Guardo piena di speranza quel collirio che viene racchiuso nella carta bianca e verde della farmacia. Sarà lui a salvarmi: domani avrò di nuovo addosso le mie lenti a contatto!

Sì, come no. Nel paese delle meraviglie, forse. L’entusiasmo svanisce subito.
La tipa mi dice di fare questa cura per almeno una settimana, di non mettere le lenti a contatto e di non truccarmi per niente.
Me ingenua.

Terribile, non può essere.
La ringrazio, pago ed esco.

Una settimana senza lenti a contatto, senza neanche un filo di matita nera. Una settimana con gli occhiali.
Per me è un po’ come una tragedia. Io, con gli occhiali, mi sento scema. Lo dico sul serio.
Mi danno l’aria di chi passa le giornate chiusa in biblioteca a studiare e non fa altro. Mi fanno sembrare una secchiona. Mi scivolano sul naso anche, peggio ancora.
Non riesco neanche ad avere una visuale completa, senza contare che di pratico hanno veramente poco.
Uscire senza poi sarebbe impossibile, dato che finirei con lo sbattere contro ogni palo della luce che incontro per strada.

Ho deciso di nascondermi, di camminare a testa bassa, di far finta di non esistere. Funzionerà?
E soprattutto, il mio collirio darà i suoi buoni frutti?
Vi aggiornerò gente.

sabato 10 settembre 2011

Real Time - Ma come ti vesti?!



Non so voi, ma io, da quando ho scoperto l’esistenza del canale Real Time, appena ho un po’ di tempo libero (e ne ho voglia), mi "incollo" davanti alla televisione a guardare i vari programmi.
Ho un debole per “Ma come ti vesti?!”, il programma di Carla Gozzi e Enzo Miccio.

Protagonista di ogni puntata è una donna (ma mi è capitato anche di vedere qualche uomo) ovviamente sempre diversa, con qualche problema di “look”. In poche parole, si tratta ogni volta di un caso disperato diverso, di donne che non sanno vestirsi e che spesso, oltre tutto, fanno delle accoppiate di colori terribilmente oscene.
Al di là del caso disperato, la cosa che colpisce di questo programma sono i presentatori.

Carla è una donna molto chic, sempre a posto, look elegante e ordinato nei colori e in tutto il resto. E poi c’è Enzo, un simpaticone. Le sue battute sono assolutamente senza paragoni, la sua simpatia travolgente.
Consideriamo poi il fatto che riescono quasi a realizzare veri e propri miracoli. Trasformano i casi a loro sottoposti in vere e proprie donne eleganti e aggraziate, riuscendo a mimetizzare eventuali difetti e valorizzare i pregi.

E voi? Siete a conoscenza di questo canale?

venerdì 29 luglio 2011

I tatuaggi

Attention, please: questo post contiene ragionamenti semicontorti da persona che forse, negli ultimi giorni, ha preso troppo sole.

Qualche giorno fa una mia amica mi ha detto di volersi fare un tatuaggio. Ne ha già uno, lo ha fatto a diciassette anni, dopo aver a lungo discusso con i suoi genitori per ottenere il permesso. Si era tatuata una farfalla a lato della pancia, ma non per il gusto di mostrarla a destra e a manca, semplicemente perché le piaceva l’idea del tatuaggio.
La sera prima della realizzazione della piccola opera, la mia amica era stata assalita dai dubbi. Farlo o non farlo? Dubbio condiviso via sms con la sottoscritta.
La mia risposta era stata semplice e con poche parole l’ho convinta a farsi il tatuaggio. Temeva che si sarebbe pentita, che dopo un po’ si sarebbe scocciata di quel disegno.
Quella farfalla non aveva un particolare significato, però la incoraggiai a realizzarla.
Le dissi che si sarebbe ricordata dei suoi diciassette anni ogni volta che l’avrebbe guardata.
Alla fine tatuaggio fu.

Adesso ne vuole fare un altro: un disegno con i nomi di alcune persone importanti.
Questa volta però non ha molti dubbi, vuole farlo e basta. È più sicura, ma il consiglio me l’ha chiesto lo stesso. Io le ho detto che, ora come ora, non me lo farei mai un tatuaggio, non perché sia contraria in genere a questo tipo di cose.
Una volta pensavo che vale la pena di farsi un tatuaggio quando questo ha un significato particolare, quindi quando va al di là della bellezza in sé.
Adesso penso che quello che oggi per noi ha un grande significato, può darsi che domani non lo avrà più, che sarà solo un ricordo, magari brutto, magari sarà solo un rimpianto.
Che non avrà più importanza.
E così finiremmo con l’odiare quel disegno impresso nella pelle che non fa altro che ricordarci di quella persona, di quella situazione o, peggio ancora, ci ritroveremmo a provare indifferenza pura per quella piccola opera d’arte che adesso racchiude in sé il vuoto più totale.
Per cui penso: ne vale la pena?
Quello che a venti anni può ci sembra essenziale, a quaranta può non esserlo più.

Voi che ne dite?

sabato 30 ottobre 2010

Fine settimana

Sono stanca e contenta. Strano a dirlo, ma mi piace essere stanca. Mi piace arrivare a fine giornata (o, in questo caso, fine settimana) stanca di una fatica che nasce dalla soddisfazione di aver fatto qualcosa di impegnativo e di esser riuscita a farlo bene.

Questa settimana ho passato un esame scritto, dopo tanti giorni di studio intenso, ho trovato il mio primo libro in una panchina, ho risolto finalmente una scocciante questione semi burocratica che durava ormai da mesi, ho finalmente reintegrato le finanze e così mi sono concessa l’acquisto di ben due libri. Sono stata felicissima per un evento bello e delicato che ha toccato una mia cara amica.
E domani parto.

Ho deciso che questa deve essere una partenza soft, leggera. Leggera deve essere la valigia, dentro deve starci lo stretto necessario. Leggera deve essere la mia testa, senza troppi pensieri: non devo riflettere ad oltranza come mi succede ogni volta che parto.

Oggi pomeriggio ho fatto un giro consistente tra i negozi: ho comprato un paio di cose per la mia famiglia, qualcosa anche per me.
Ho trovato questa collana. E’ una coccinella, se si fa leva sulle antenne, le ali si aprono ed esce fuori un orologio.
Simpatica.
E le coccinelle portano fortuna.



lunedì 23 agosto 2010

mercoledì 11 agosto 2010

Dalla parrucchiera

Breve post in attesa che le mie amiche vengano a prelevarmi à la maison.

Oggi sono stata dalla parrucchiera. Ogni volta che ci vado è un trauma. Mi serve una preparazione psicologica adatta per affrontare il taglio. Giorni prima devo iniziare la meditazione, le sedute di yoga, il training autogeno e gli esercizi con il giardinetto zen.
Poi, quando sono pronta, faccio un sospirone e vado dalla parrucchiera.

No vabbè, non va esattamente così. Certo è che mi devo preparare psicologicamente. In sostanza ho il terrore che tagli troppo: se non ho i capelli ad una determinata lunghezza, mi sembra di perdere veramente la forza, non mi sento più sicura. Sono paranoica, lo so.

Comunque, alla fine oggi ci sono andata accompagnata da quella santa donna di mia madre, capace di sopportare tutto quello stress pre-taglio a cui sottopongo le persone che mi stanno attorno ore prima di andare dalla parrucchiera.
La cosa strana è che quando arrivo al salone a parte un breve saluto, l’unica cosa che riesco a dire è “non tagliare troppo, una spuntatina leggera, Mi RACCOMANDO”. Oltre a questo, il silenzio: al massimo rispondo alle domande che mi rivolgono.

Per lo meno ho trovato la parrucchiera adatta, quella che ha il giusto concetto del verbo “spuntare”, quella che, se le dici che non vuoi accorciarli di molto, rispetta i tuoi ordini. Ma nonostante questo, in quella mezz’ora sono sempre tesa, guardo quasi terrorizzata il tragitto delle forbici o, peggio ancora, delle ciocche di capelli che cadono esanimi a terra.

Prima di trovare quest’altra santa donna, ne ho passate decine: tagliavano tutte troppo, per loro spuntare voleva dire accorciare di centimetri e centimetri. Al primo centimetro di troppo, dicevo loro addio e le aggiungevo alla mia lista nera.
Altra cosa che cerco nella parrucchiera ideale è la capacità di farsi i fatti propri, di essere riservata o comunque di non parlare troppo. Non so perché, ma mi sono capitate sempre donne impiccione, capaci di farmi mille domande, di chiedermi se sono fidanzata, con chi, da quanto, o se sono una single felice, se ne parlo con mia madre, se, come, quando, dove perché. Diciamo che il concetto di privacy, per loro, è qualcosa di molto teorico e poco pratico.

Comunque, alla fine sono uscita illesa, ha tagliato bene e poco. Unico neo: il volume. Quando sono uscita da là, mi sembrava di essere la moglie del Re Leone.
Per allentare lo stress, sono andata a far shopping: quando ci vuole, ci vuole!

… ma all’inizio avevo scritto “breve post” o sbaglio?
Si nota che ho amiche ritardatarie?

venerdì 18 giugno 2010

Shopping terapia

Oggi pomeriggio mi sono data allo shopping. Forse non avrei dovuto (il portafoglio piange!), ma ogni tanto ci vuole!
Ero uscita semplicemente per fare la spesa e sono tornata a casa con un paio di buste in più! Mi sono concessa qualche piccolo sfizio per risollevare un umore un po’ oscillante.
Meraviglia delle meraviglie: ho trovato lo smalto che volevo! Quello verde, della giusta tonalità! Lo cercavo ormai da mesi e finalmente ce l’ho tra le mani!
Poi ho comprato qualche cosmetico e una maglietta. Sono stata tentata anche da un paio di scarpe, delle ballerine bianche (comode, molto comode), ma il colore non mi convinceva per cui ho lasciato perdere.
La shopping terapia funziona: fa tornare il buon umore! Se poi aggiungiamo al pomeriggio tra i negozi una bella serata in compagnia di persone simpatiche e di nuove facce … beh, il risultato è abbastanza soddisfacente!