"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

sabato 11 agosto 2012

Gossip estivi sul mio vicino di casa

Qualche settimana fa, quando a casa c’erano ancora le mie amiche dell’università, è tornato ad abitare al piano di sopra il mio vicino di casa. Ce ne siamo accorti a causa del rumore che ha fatto, tra spostamenti di mobili vari e passi pesanti.
Mia madre ha avuto la prontezza di avvisare le mie amiche di possibili “rumori molesti”, considerando che la camera da letto del mio vicino è proprio sopra la mia (dove, appunto, dormivano anche loro).
Tra una battuta e l’altra, la questione sembrava essere finita lì. Le mie amiche ovviamente hanno capito subito di che “rumori molesti” si trattasse, ma immagino che un’ora dopo avessero già dimenticato la cosa.

Quella sera tornammo a casa tardi, saranno state le quattro. Era la loro ultima sera qui, tra l’altro. Brindammo in cucina con una vodka al melone orrenda trovata per caso in casa e un succo di frutta di cui non ricordo neanche il gusto (per la cronaca: ne venne fuori una bevanda terribile. Per migliorare il sapore, ci inzuppammo dentro i biscotti della colazione. Ma non ditelo a nessuno) e andammo a letto che era quasi l’alba. Appena misi testa sul cuscino mi accorsi di “rumori strani” provenienti dal piano di sopra, ma il sonno era talmente tanto che mi addormentai comunque, salvo svegliarmi poco dopo per l’eccessivo trambusto correlato da gridolini di ogni tipo.

Inutile dire che la mattina dopo i commenti tra me e le mie amiche si sono sprecati. Mi ero dimenticata di dire loro che il vicino di casa è un uomo di circa sessanta anni, con il fascino pari a quello del piede pieno di vesciche di chi ha camminato, ad agosto, sotto il sole un’intera giornata con le scarpe da ginnastica e i calzini di lana. Loro se l’erano immaginato un tantino diverso e gli indizi vari, effettivamente, lasciavano presagire tutt’altro.

Qualche giorno dopo ancora, di ritorno da una camminata delle sette del mattino (di quelle chilometriche che ti fanno tornare a casa in un bagno di sudore), mi sono ritrovata per le scale il suddetto vicino di casa. Era al massimo del suo splendore: mezzo centimetro di capelli in testa, petto nudo, pancia cascante , bermuda arancioni, un po’ sudaticcio. Un uomo da sposare insomma.
Allegro come sempre, mi ha salutato con un “Salve signorina” e un mezzo inchino.

Nella tarda notte tra sabato e domenica della settimana scorsa ha dato il meglio di sé. Un trambusto mai sentito prima: era tutto un cigolio e urla della giungla assurde. Immagino sia stata la sua migliore performance degli ultimi tempi.

Ma direi che è arrivato il momento di soffermarsi anche sulla sua partner. Una donna ogni anno diversa. Ero rimasta ad una di colore, quest’anno invece noto che è cambiata di nuovo. Una brasiliana, presumo. Ho avuto modo di “conoscerla” ieri mattina, quando la moto del latin lover era parcheggiata talmente tanto male da non riuscire ad uscire con la macchina. Ergo ho dovuto suonare al citofono del vicino, sperando che fosse in casa. Mi ha risposto una vocina strana, di donna.
“Amooo? Sei tu?”.
Non so come ho fatto a non scoppiare a ridere. Vi risparmio il seguito della vicenda, perché è qualcosa di veramente penoso.

Sto meditando di lasciargli un regalo sullo zerbino, a fine agosto, prima di tornare in città. Un pacchetto anonimo con dentro un paio di cose. In primis uno Svitol, per il cigolio del letto. Così risolviamo almeno la questione di questo tipo di rumore. Poi il libro “Cinquanta sfumature di grigio”, perché a quanto pare è ottimo per prendere spunti particolari, quindi apprezzerebbe senza dubbio (chissà se non l’ha già letto …). In realtà,c’è chi mi suggerisce anche una scatola di viagra, che nel suo caso immagino non guasti mai.

… Inutile dirvi che non avrò mai il coraggio di fare una cosa del genere. 

sabato 4 agosto 2012

Less is more

Le vacanze procedono bene, la mia ustione migliora e spero che non mi rimangano cicatrici varie. Vivo le giornate alla leggera; i miei bisogni primari sono dormire, mangiare e andare al mare. Credo di passare più tempo in spiaggia che a casa e il mio colorito ne è la conferma.
Le mie giornate iniziano molto presto con una lunghissima passeggiata al mare (chi l’avrebbe mai detto) con una delle mie più grandi amiche. È bello vedere la spiaggia vuota, gli ombrelloni chiusi, la quiete prima del caos, i gestori dei vari lidi sistemare tutto per la giornata che inizia. Dare il buongiorno al mare prima che a chiunque altro è appagante.
Poi una doccia, una colazione abbondante in terrazza, qualche altra ora di sonno e poi di nuovo in spiaggia, fino a che la pelle riesce a sopportare sole e salsedine. Mi piace stare in silenzio, stesa sul mio telo o seduta in riva. Mi piace riposare la mente in questo modo. Prediligo le spiagge poco affollate, senza curarmi del fatto di dover fare troppi passi per arrivarci. Odio le spiagge private, quelle file di ombrelloni troppo ordinati per essere vissuti alla leggera. Per me mare è piantare l’ombrellone dove capita, alla giusta distanza dai vicini. Mi infastidisce chi fa lunghi discorsi ad alta voce o tiene la suoneria del cellulare alta. Per me è un posto sacro, al pari di una chiesa.
Esco di casa con il minimo indispensabile. Le mie maxi borse da città strapiene di ogni cosa sono diventate minuscole pochette dove mettere giusto il cellulare, la carta d’identità e pochi spiccioli. Ho riposto il portafoglio in un cassetto della mia stanza, trovo che tutte quelle tessere siano superflue e sia inutile portarle ovunque.
Adoro i vestiti leggeri e colorati, i sandali comodi, i capelli raccolti e lo smalto rosso. Nonostante sia un’appassionata di accessori vari (avrò messo in valigia una trentina di pezzi tra collane, bracciali e simili, con conseguente eccessivo peso inutile), sto mettendo solo delle perline bianche ai buchi delle orecchie. Ho eliminato anche il trucco dal viso, il massimo che mi concedo è una passata di mascara.
Sembro un’altra, mi sento diversa rispetto ad un mese fa, rispetto a questo inverno.
Sono leggera. E vivo meglio così.

martedì 31 luglio 2012

Notizie di Chiara

Sono assente dal blog da più di dieci giorni: purtroppo non ho avuto modo di scrivere alcun post, anche se avrei voluto farlo. Rileggendo l’ultimo pubblicato, mi sono ritrovata a stupirmi pensando a quante cose siano successe in così poco tempo. Sorrido un po’ dei miei dubbi e delle mie paure e realizzo ancora una volta che certe volte dovrei solo respirare profondamente e stare più calma.

Sono tornata a casa da un bel po’ di giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato. Il mare è quello di sempre, blu come nessun altro al mondo. I tramonti, le onde che muoiono a riva, le strade in cui sono cresciuta mi emozionano come hanno sempre fatto, allo stesso identico modo.

Le mie amiche della mia città università sono venute a trovarmi qui, mi hanno fatto compagnia per una settimana. Era la prima volta che questa casa ospitava qualcuno che non fosse un parente. Ho fatto conoscere loro la mia culla, i posti che mi hanno visto crescere. Abbiamo passato intere giornate fuori casa, a prendere il sole in spiaggia o a camminare per le strade della mia piccola città.
Arrivavamo a casa che era quasi l'alba e nonostante il cuore mi dicesse di mettermi a scrivere, la stanchezza mi portava ad infilarmi un pigiama e a mettermi a letto. Ho provato sensazioni diverse, strane, nuove. Le ho lasciate fare confusione dentro la mia testa per un po’, ma adesso che sono qui, al sicuro nel silenzio della mia stanza arancione, sono pronta a riversarle tutte in questo foglio bianco.

Vedere due piccoli mondi congiungersi (quello del posto in cui sono cresciuta e quello della mia città universitaria) mi ha fatto uno strano effetto. È stato bello vedere per la prima volta i miei amici tutti insieme, quelli vecchi e quelli nuovi. Li osservavo mentre si guardavano, mentre ispezionavano i loro visi. Mi sembrava di poter leggere nei loro pensieri. Le loro risate mi hanno riempito il cuore, mi hanno fatto sentire ricca e più forte. Credo che incontrandosi, conoscendosi a vicenda, i miei amici abbiano scoperto qualche lato in più della mia persona.
Sono stata contenta di vederli aggiungersi su Facebook, di promettersi un futuro nuovo incontro. Mi scopro addirittura a provare una specie di piacere nel notare la loro sorta di malinconia, adesso che son tornate in città. È una prova ancora più lampante di come sia riuscita a farle stare bene qui.

Per il resto, sono stata vittima di piccoli incidenti quotidiani. Al momento ho un’ustione (probabilmente di secondo grado) sulle gambe, un herpes sul labbro e un gomito dolorante.
Ma io ci sorrido su. 

sabato 21 luglio 2012

Chissà...

La valigia è pronta, è piena come un uovo. La classica idea era quella di partire lo stretto necessario, ma temo di avere una sorta di percezione distorta del concetto.
Manco da casa da qualcosa come tre mesi e una settimana. Sono pervasa dalla voglia di partire e da quella di restare: è che, come sempre, i cambiamenti mi destabilizzano un po’.
Temo che qualcosa sia cambiato con i miei amici di sempre, temo di finire con il non sopportare la gente che mi sta attorno. Ma in fin dei conti so che sta tutto nel riadattarsi, nel ritrovarsi. È questione di poco, anche se adesso mi sembra chissà cosa.

Chissà cosa dirà mia madre appena mi vedrà. Chissà quanto sarà cresciuto mio fratello. Chissà se mio padre troverà mezz’ora della sua vita nelle prossime settimane per incontrarmi. Chissà se il Gatto mi riconoscerà subito o dovrà annusarmi un po’ prima di fare le fusa.
Chissà quanto sarà bella la mia stanza arancione, la sera, con la luce rilassante del tramonto. E chissà quanto affollata sarà, quest’estate, la mia piccola città. Se il mare sarà azzurro, le spiagge bianche, se trovare un parcheggio diventerà un’impresa impossibile.
Chissà cosa faremo, per divertirci, io e i miei amici. Chissà se i cornetti delle quattro del mattino saranno buoni come gli altri anni.
Chissà quanta gente, vedendomi, mi rivolgerà, in un solo colpo, la classica domanda “quandoseiarrivata-quandoriparti-quantoseibianca-quantiesamitimancano”. Chissà quale sarà la colonna sonora della mia estate; se un momento dopo il mio arrivo non mi venga subito voglia di tornare qui.
Chissà quanto mi mancherà, se mi mancherà, questa città caotica, quei corridoi e quel volto sul quale ho lasciato un piccolo pezzo di cuore.

Non lo so, non so niente. So solo che tra un paio di ore si parte e che mille chilometri più a sud di qua c’è qualcuno che mi aspetta a braccia aperte.

giovedì 19 luglio 2012

Libertà varie

Ieri sera ho appreso la notizia della liberazione di Rossella Urru mentre tornavo a casa, alla fine della mia lunga giornata. Avevo controllato dal cellulare le ultime notizie, tanto per sentirmi anche io un po’ membro di questa terra, oltre che dell’aula studio.
Una notizia ufficiale, finalmente. Rossella libera, al sicuro. Mi sono dovuta trattenere dal gettare un urlo di felicità, avrei voluto avere il teletrasporto per catapultarmi nel suo paesino e gioire insieme ai suoi compaesani, fare una festa a mo’ di vittoria della Nazionale di diecimila mondiali messi insieme.
Riavere la libertà, dopo nove mesi di chissà cosa, deve essere una sensazione semplicemente inspiegabile. Noi comuni mortali possiamo solo immaginare, niente più.
Rossella avrebbe potuto essere mia sorella e il cielo solo sa l’angoscia che avrei provato nel saperla in mano a chissà chi, in chissà quali condizioni. Sarebbero stati per me nove mesi di non vita, di angoscia continua.
Aspetto con ansia altre notizie, qualche sua dichiarazione.

Quanto alla sottoscritta, vi annuncio che sono ufficialmente in vacanza da qualcosa come quattro ore. L’esame è andato bene e sono più che soddisfatta di questa sessione estiva. Non ho mai fatto bene quanto in questi mesi. Duro impegno, tanta costanza e ho raggiunto con successo (e sì, diciamolo pure, quando ci vuole ci vuole!) tutti i miei obiettivi e ancora non mi sembra vero. La laurea mi sembra tutto ad un tratto meno lontana del solito, più concreta, più reale. Credo che dopo le vacanze inizierò con il chiedere la tesi, anche se questa parola mi suona ancora molto strana (e soprattutto non so a chi chiederla …).

Sono libera anche io. Bianca come il camice di un dottore, ma pur sempre libera. Talmente tanto felice che manca poco e vado a raccontare della mia vita delle ultime ventiquattro ore anche al giornalaio di fiducia.


mercoledì 18 luglio 2012

L'aula studio

Al 18 luglio, gli irriducibili dell’aula studio risultano essere sei.
-          Io e la mia amica: noi che “quel tavolo lì è nostro e non ce lo tocca nessuno”. Noi che finiamo col ripetere anche nel tragitto tavolo – bagno e bagno – tavolo, sotto gli occhi increduli della gente normale.
-          L’ingegnere: tale tipo fighetto. Ha un debole per i colori fluo e le scarpe da ginnastica a stivaletto. Sempre molto abbronzato, usa andare in bagno ogni paio di ore per darsi il profumo, lasciando una scia di buon odore per tutto il corridoio.
-          Il barbone: tale tizio alto due metri, largo quattro, probabilmente calciatore, visto il polpaccio muscoloso. Usa tenere la barba incolta, cosa per la quale la sottoscritta, in condizioni normali, impazzirebbe, ma nel caso specifico stende un velo pietoso e si gira dall'altro lato. Ha addosso la stessa maglia nera da gennaio. E non scherzo.
Usa girare per i corridoi con una decina di fogli in mano, ripete qua e là. E secondo me, tutto sommato è anche un po’ secchione.
-          Le cinesi: categoria unica, perché dove c’è una, c’è l’altra (o le altre). Vanno in tandem, sono tipo gemelle siamesi. In realtà non so se vengano in aula studio a studiare o scroccare la connessione internet. Ogni tanto organizzano dei cineforum clandestini nella sala relax, con tanto di patatine e biscotti (e nel periodo di Pasqua, la colomba Melegatti).
-          Il tipo con i pantaloncini a quadretti: ci onora della sua presenza intorno a mezzogiorno. Credo che di notte abbia una seconda vita. Arriva tutto assonnato, inizia a studiare e dopo un po’ si mette spudoratamente a dormire sul tavolo.

E poi l’ultimo soggetto, ma non per importanza è lui: il custode. Colui che chissà cosa pensa di noi, che dopo due mesi ha capito che è il caso di lasciare il nostro tavolo dove lo mettiamo noi, che è inutile spostarlo ogni sera alle sei se la mattina dopo, alle dieci torna lì dove noi vogliamo che sia. Fatica sprecata.

Insomma, oggi è il mio ultimo giorno pieno di aula studio. Domani ci andrò di mattina, ripeterò il rito del bar, del caffè e tutto il resto. Poi da venerdì sarà tutto finito, sarò di nuovo una donna libera, nel bene o nel male.

Forse l’aula studio mi mancherà. In due mesi abbondanti di permanenza l’ho vista un po’ come una seconda casa (infatti sono stata più lì che nel mio miniappartamento). Un posto tranquillo, dove gireresti anche in pantofole se non fosse che vuoi fare una certa figura con il tipo che ti ha stregato il cuore, che ti ha sedotto per poi abbandonarti miseramente. Un posto dove sai che ci troverai sempre la stessa gente.

Vado ragazzi, il caffè con cuore mi aspetta. E anche la mia amica. La giornata si prospetta un inferno. Amen.

[comunicazione di servizio: quello che solo pochi giorni fa ho scoperto che si chiama font (o era front?) va bene così?]

domenica 15 luglio 2012

Teniamo botta 2

Venerdì mattina la sveglia ha suonato all’alba. Dovevo ripetere qualcosa, almeno gli argomenti che ricordavo meno. Morta di sonno, mi sono preparata un caffè facendo fatica anche solo a tenere gli occhi aperti. Fortuna che sono riuscita a portare a termine la mia impresa senza mandare a fuoco il buco di casa in cui vivo.
Qualche ora dopo mi sono ritrovata nel corridoio della facoltà, seduta in una sedia, in attesa del mio turno, a guardare distrattamente il libretto universitario e a pensare a quanto faccia schifo la mia foto in prima pagina. Un po’ di agitazione, nella norma. N. che mi incita a pensare alle vittime del caldo, perché c’è molto di peggio nella vita che un esame. E credo proprio di saperlo.

Fu così che la prof uscì dall’aula, con un foglio in mano, super abbronzata, quasi arancione. Pronunciò il mio cognome e si guardò intorno. Mi staccai dunque dalla sedia e mi diressi verso di lei.
Credo di aver avuto l’aria di chi si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La prima domanda, poi la seconda, infine la terza. Pezzi di memoria che si susseguono, mi rendo conto di ricordare tutto, di riuscire a fare dei discorsi di senso compiuto. Pensavo di cascare alla prima domanda.  “Per me è un trenta, un trenta con la lode”.
La donna arancione afferra il libretto, scrive il voto, mette la sua firma svolazzante e verbalizza l’esame al computer.
È finita anche questa.
Ho passato l’intero pomeriggio a dormire. Di sera sono uscita con altre sei persone più o meno conosciute, abbiamo bevuto un spritz ghiacciato, come la tradizione vuole che si concluda il giorno di un esame.

Adesso credo di essere nella depressione più totale. Non vedo fine, non vedo luce. E lo so che esagero, ma mettevi nei miei panni: siamo al quindici di luglio e io non ne posso più. Sopportate le mie paturnie ancora per un po’, che tanto prima o poi smetterò di scrivere questi post da studentessafuorisedeincrisidaesami.
Tento di studiare ancora, di farmi entrare nozioni su nozioni in questo cervello messo a dura prova dalle settimane precedenti. Mi sembra un’impresa assurda, ma so che ce la devo fare. Devo raccogliere le forze che mi son rimaste e farmele bastare ancora qualche giorno. Devo massimizzare la potenza dei quattro neuroni superstiti, attivare la spugna che ho in testa in modo che raccolga al suo interno più informazioni possibili.

Ho voglia di andare a correre e credo proprio che sarà la prima cosa che farò venerdì mattina, quando nel bene o nel male sarò di nuovo una donna libera. Ho voglia di fare shopping, di approfittare dei saldi per comprare un paio di cose che stazionano nella mia lista dei desiderata da un po’ di tempo. Ho voglia di prendere una decisione in particolare, di trovare il coraggio giusto e di essere forte abbastanza per subire le conseguenze della mia scelta, qualunque essa sia.
Il pensiero del ritorno a casa è molto distante, nonostante manchi meno di una settimana.
Mi mancherà la vita di qui? Passerò delle belle vacanze? Riuscirò a vivere la mia vita familiare nel possibile modo mentalmente più distaccato o mi farò divorare dalle crisi prima del tempo?
Ai posteri l’ardua sentenza. Io intanto continuo con il procedimento amministrativo.

[Comunicazione/sondaggio di servizio: la scrittura e la grandezza dei caratteri dei miei post vanno bene o sono troppo piccoli, ergo implicano eccessivo sforzo visivo? Ci tengo alla vostra salute!]

giovedì 12 luglio 2012

Di giornate che non vanno come speri

… E poi ci sono le giornate come queste, in cui ti svegli con il cuscino bagnato di sudore, i capelli più scombinati del solito e la faccia sconvolta come se non avessi chiuso occhio tutta la notte. La casa è vuota perché B. ha un esame ed è uscita prestissimo. Le ho dato l’in bocca al lupo mentre dormivo, ma le mando lo stesso un messaggio, casomai me lo fossi sognato e non l’avessi fatto nella realtà.

Giù dal letto, in piedi, doccia altrimenti non mi sveglio. Colazione solitaria con l’unica cosa di commestibile che c’è in casa: uno yogurt, ai frutti di bosco tra l’altro. Parentesi: ma chi compra volontariamente lo yogurt ai frutti di bosco? A me capita di mangiarlo solo quando lo trovo,per caso, nei pacchi sfigati da otto. Non mi sognerei mai di acchiappare una confezione da due ai frutti di bosco, dal banco frigo della Coop.
Un cucchiaino dietro l’altro e riesco a vedere il fondo del vasetto.
Apro l’armadio e come sempre penso di non avere niente da mettere. Alla fine opto per jeans e maglia nera, rendendomi conto solo appena uscita che il nero mi fa sembrare più bianca di quello che sono. Potrei illuminare una camera buia, sembro fosforescente.

Caffè con tanto di cuore disegnato col cacao al bar di fiducia e mattinata in aula studio con N. ad aspettare un’apparizione, a sperare in un’intercessione divina, in una forza soprannaturale che portasse lì tra quei corridoi pieni di noia proprio colui il quale ha fatto notare la sua assenza nei tre giorni precedenti. Miracolo che non è avvenuto, come sempre.

Poi la pausa pranzo, a casa. Alle tre sono di nuovo fuori, direzione aula studio, sotto il sole cocente.
Temo quasi che i miei sandali si fondano a contatto con l’asfalto rovente.

Domani io e N. abbiamo un esame.
Passiamo il pomeriggio a ripetere e a sorridere della nostra presunta ignoranza.
Poi ad un tratto riappare colui il quale distrae la mia testa dallo studio da un mese abbondante a questa parte.
… E quindi al terzo giorno resuscitò, in tutto il suo splendore. Ma invece della tunica bianca, addosso ha la maglia blu di Superman.
Ci vede, ride, “Sempre qua voi due!”. Noi si, sempre qua. A quanto pare ci divertiamo a passare giornate intere qua dentro. Ma tu dove sei stato tutto ‘sto tempo?
Due secondi per parlare l’ennesima volta di esami e di date di appelli. Sa che domani ne abbiamo uno, dà l’in bocca al lupo, augura buono studio ed entra nella sua sala solita.
Venti minuti dopo esce, con lo zaino in spalla. L’ha chiamato un’amica, la raggiunge per studiare insieme.
Buono studio ragazze”.
Come se fosse facile studiare quando tu non ci sei. Come se fosse facile studiare sapendo che l’esame è domani e che tu preferisci stare con la tua amica e non qui a due passi da me.
Mi sono scocciata di sentirmi augurare buono studio all’infinito, come se non ci fosse nient’altro al mondo di cui parlare. Mi sono scocciata di scorgere sorrisi furtivi tra una pausa e l’altra. E vai pure dalla tua amica, “buono studio anche a te”, idiota.

Alle sei torno a casa, immersa nei miei pensieri, felice ed entusiasta come un becchino che presta servizio il giorno del suo compleanno. Sul portone qualcuno ha attaccato una foto in bianco e nero con su scritto qualcosa. La guardo bene, è la mia vicina di casa. A quanto pare oggi si è laureata.

E basta. La mia giornata finisce così, con gli appunti sparsi sul tavolo, una bottiglia d’acqua a metà e una borsa da sistemare. Un computer su cui scrivere, un pantaloncino ridicolo a fiori e una canottiera nera. Con un sms della mamma che ti dice che siamo la cosa più bella della sua vita; col pensiero che magari avresti voluto che queste parole te le avesse dette anche qualcun altro. Con la constatazione del fatto che la vicina di casa neolaureata sui tacchi non ci sa proprio camminare. Con la consapevolezza di non sentirsi molto pronti all’esame di domani e un inusuale menefreghismo che mi porta a pensare che poi in fondo non me ne fotte un cazzo se non va come penso.

domenica 8 luglio 2012

Teniamo botta

Mancano due settimane e due esami all’inizio delle mie vacanze estive. Non un giorno di mare, finora. Ho lo stesso colorito dei miei libri e le mani perennemente piene dei segni dell’evidenziatore giallo.

Fa caldo, ma questo lo sapete già. La città è deserta, non un’anima in giro. Da stamattina ad ora saranno passate da qui si e no una ventina di macchine. Credo che anche il palazzo sia parzialmente disabitato e non oso pensare alla desolazione del prossimo fine settimana...

L’aula studio si svuota a poco a poco, per il resto è popolata dalla solita gente con l’aria disperata e affranta. Gente che beve caffè come se fosse acqua, gente che la pausa sigaretta è un qualcosa di vitale, gente che alza il sedere dalla sedia giusto per andare in bagno.
Ecco, io non sono compresa in nessuna delle categorie precedenti. Io rientro tra la "gente che fa finta di studiare, ma in realtà si rifà gli occhi".
E amen, stendiamo un velo pietoso.

La voglia di studiare scarseggia, inizio a sentire la stanchezza addosso e non ho più la concentrazione che avevo fino a qualche giorno fa. Ma in fin dei conti manca poco e poi sarà tutto finito. E soprattutto, non so se questa vita - stressante, noiosa, monotona- mi mancherà.
Ce la devo fare.
Teniamo botta, va!

lunedì 2 luglio 2012

La fine degli Europei

Come tutti sappiamo, la partita di ieri non è finita bene per l’Italia. Critiche ovunque, malcontento generale. C’è, per fortuna, chi riconosce l’impegno della Nazionale e afferma serenamente che è stato fatto il possibile, che vincere una squadra fortissima come la Spagna era un’impresa quasi impossibile.

Personalmente, non ho seguito molto le partite. Nel senso che non ho organizzato ritrovi con tanto di pizza e birra, bandiere dell’Italia, trucco tricolore e annessa parrucca riccia in testa. Quando l’Italia giocava la sua prima partita, io ero a macinare chilometri a piedi in tuta, godendomi il silenzio inusuale di questa caotica città. Non sentivo neanche le urla di esultanza o di disapprovazione, causa cuffie alle orecchie.
Ho guardato poco anche le partite successive. Un’occhiata distratta, per intenderci. Oppure una pura presenza fisica davanti al piccolo schermo di casa o a quello grande delle nostre piazze.

Ho sentito bene le feste post partita però. Mi sono sorbita caroselli di macchine, moto e biciclette, gente festosa e frizzante fino all’una (e oltre) di notte. Sono andata a dormire con i tappi alle orecchie e le finestre chiuse perché va bene esultare, ma la sveglia, la mattina dopo, suona anche se l’Italia vince il Mondiale dieci volte di seguito. E non pensate che io sia diventata acida.

Ieri sera però la partita era da guardare (ma non ditemi che ho portato male. Pare che ci abbia già pensato Monti). Non bastava presenza fisica, serviva una concentrazione superiore al normale (e non solo per individuare i calciatori più carini in campo). E quindi mi sono armata di pazienza, un briciolo di entusiasmo e mi sono messa davanti la tv. Inno, mano al cuore, ho canticchiato anche. E poi il fischio di inizio, un goal della Spagna dietro l’altro, infortuni vari, imprecazioni dei vicini di casa.

Mentre guardavo quei gran pezzi di ragazzi inseguire quel pallone, pensavo al deserto per strada. Pensavo ai miei amici,sparsi per l’Italia, a mio fratello, al tipo bono  con la barba che vedo ogni santo giorno in aula studio, alle portinaie dell’università, al cassiere siciliano del Conad, ad una mia conoscente in Erasmus in Spagna. Me li immaginavo tutti davanti ad uno schermo, a fare esattamente quello che stavo facendo io.

Poi si sa, l’esito non è stato dei migliori. E la cosa più triste sapete qual è?
E’ vedere scomparire poco alla volta le bandiere dai balconi italiani.
Compresa quella che avevano appeso al terrazzo i miei vicini africani.