Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.
Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.
Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.
Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.
Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.
E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.
Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.
Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.
Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.
Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.
Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.
Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.
Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.
il mio papà fa il veterinario e io adoravo andare con lui nelle stalle, a visitare i cani... invece mia sorella che ha paura di qualsiasi cosa si muova e respiri viveva quelle giornate tra lo schifo e il terrore XD
RispondiEliminaDev'essere bello avere un veterinario in famiglia. Io ho dovuto lottare per tutta la mia infanzia prima di avere un gatto tutto per me, a casa.
EliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaQuando ero molto piccola il mio babbo aveva un distributore di benzina e mi ricordo ancora di quando passavo i pomeriggi nel casottino con lui che disegnava nell'attesa tra una macchina e l'altra ed io giocavo con le figurine che regalava con la benzina!! Alla fine ci guadagnavo sempre anche i peluche di qualche promozione!!
RispondiEliminaE poi si tornava a casa con la moto, me la ricordo ancora, tutta blu.
Grazie, era una vita che non pensavo a quei momenti!!
Un saluto
Lety
Io dovrei avere da qualche parte i peluche che si vincevano alla Q8. Quello a forma di orsetto era il mio preferito. Costingevo sempre i miei a far benzina lì...
EliminaChe bello spaccato di vita... si legge d'un fiato!
RispondiEliminaBrava!
:-)
Grazie, Sara!
EliminaBuona giornata!
anch'io sono riservata e taciturna :) ma penso che le persone una volta che ti conoscono ti apprezzano per quello che sei ;)
RispondiEliminahttp://blogpercomunicare.blogspot.it/
Senza dubbio, anche se l'essere troppo silenziosi spesso sembra essere segno di poco interesse per le cose che si fanno.
EliminaIo venivo allegramente scaricata su una balla di fieno in mezzo a una stalla, mentre i miei lavoravano e non potevano lasciarmi in casa da sola (non ancora, almeno...i guai sono iniziati quando ci rimanevo!).
RispondiEliminaChe bel post, Chiara, come sempre.
Gli eventi banali della vita che diventano poesia.
Buona serata <3
PS: Ma questo lavoro? Sono contenta per teeee!
Nostalgico e poetico...
RispondiEliminaGrazie!
EliminaQuesto è decisamente un post da giornata mondiale del buonumore. Mi hai fatto decisamente voglia di tornare piccolo anche se, a ripensarci bene io e gli scivoli non avevamo propriamente un rapporto facile.
RispondiEliminaQualche braccio rotto causa scivolo? :-)
EliminaIn fase di discesa arrivavo sempre...lungo! Le braccia erano salve, il mio scintillante deretano ed il mio onore un pó meno ;)
EliminaPensavo di peggio!
EliminaIo non sono andata praticamente mai a lavorare con mio padre, ma quelle rarissime volte che mi portava con lui me le ricordo bene. Il tuo pensiero, a quanto pare, è comune a molti!! :))
RispondiEliminaCiao Chiara!!
Ciao Nina,buona giornata!
EliminaCara Chiara,
RispondiEliminacredo siano giorni oppure settimane che non mi fermo a leggerti. Hai ragione, il tempo passa e nemmeno ci rendiamo conto di quanto si possa cogliere in uno sguardo, in un sorriso, nelle piccole cose della vita. La fretta di fare, di diventare, ci fa perdere tutto questo. Ne vale la pena? No, non credo. Credo valga la pena invece di far convivere in noi quel bambino che sa cogliere la poesia e la meraviglia in ogni cosa e, al tempo stesso, divenire grandi.
Carissima auguri di buona Pasqua. Passala in famiglia e che sia un giorno lieto e sereno.
Ti abbraccio
Ciao!
RispondiEliminail mio papà ha un'azienda, e ci lavorano i miei nonni e mio zio. Da piccola venivo sempre con mia mamma da loro e tutte le impiegate mi riempivano allegramente di cioccolatini e caramelle... XD
baci
Anche la portinaia del posto dove lavorava mio padre mi riempiva di caramelle alla menta. Era uno spasso!
EliminaHo letto il commento di Serena e la mia infanzia somiglia molto alla sua, buttata in mezzo alla terra e a cose del genere, all'epoca però mi sembrava un'avventura meravigliosa.
RispondiEliminaScusami tanto per l'assenza di questi giorni, ma ero un po' giù e avevo bisogno di staccare la spina da un sacco di cose. Adesso va meglio, anche se la primavera chissà quando arriverà. L'anno scorso mi ricordo che a fine marzo già passeggiavo con le maniche corte, quest'anno nemmeno senza giacchetto si può ancora uscire. #machetristezza
Dove lavori di bello?
Un bacione, spero che abbia passato una bella Pasqua.
Ti assicuro che quei coniglietti sono facilissimi e li sapresti fare tranquillamente. Detto tra noi, ho avuto seri problemi con i nasi. Mentre cuocevano e cresceva tutto di volume, quelle palline rotolavano per terra. Ero sconvolta. Che ci facevo con dei conigli senza naso? Per fortuna si sono riattaccati con un pezzettino di sottiletta quando tutto era ancora caldo. #artattack in cucina!
RispondiEliminaOh mamma, sei impegnatissima allora in questo momento! Meglio così. Sono sempre esperienze, anche se durano poco.
Sono sempre la frufru, solo che ho diviso gli account dei blog e allora faccio un po' di confusione! :D
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