Spesso mi capita sentire la gente del mio paese (o comunque delle mie zone) salutare le donne con un “Ciao Signora”. Proprio oggi pomeriggio ho sentito un uomo rivolgere questo tipo di saluto ad una donna, la quale non ha fatto una piega.
Quest’espressione mi fa rabbrividire. Sa di tamarro e di ignoranza, se sento qualcuno pronunciare con nonchalance queste due brevi parole, lo catalogo all’istante e gli metto su un bel marchio con scritto “persona rozza”. Non voglio sembrare altezzosa, non lo sono proprio per niente, ma quest’espressione mi fa cadere le braccia.
Come si può salutare una signora con cui si ha poca confidenza -per cui dovresti rivolgerti dando del lei (accetterei anche un “voi”, nonostante suoni di un male indescrivibile)- con un “CIAO signora”?
Come si fa ad accostare un informale “ciao” con un formale (formalissimo) “signora”?
Se questa forma di saluto provenisse da un ragazzino, ci passerei anche su, in fondo ha ancora da imparare; se si tratta di gente grande e vaccinata, non lo sopporto proprio.
Vi prego, ditemi che non usate salutare la gente con un “Ciao signora” …
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
venerdì 30 luglio 2010
giovedì 29 luglio 2010
La mia nonna
Credo che i nonni siano un’inesauribile fonte di ogni cosa. Hanno la saggezza dell’età, dell’esperienza. Dietro ogni loro acciacco si nasconde una storia, dietro ogni loro sguardo un’esperienza passata. Noto nei loro movimenti, la stanchezza dell’età, della vita trascorsa, dei problemi, delle gioie che questa ha riservato per loro. Chissà com’è essere vecchi …
Il rapporto con i miei nonni è diventato più forte durante l’adolescenza. Ho solo il nonno materno e la nonna paterna. La nonna materna è morta quando io avevo solo due anni, ma stranamente, di lei ho un mezzo, offuscato ricordo.
Il nonno paterno, invece, non l’ho mai visto: è morto un anno prima che io nascessi. So però che era un tipo silenzioso, a cui piaceva, la sera, andare a letto stanco e soddisfatto dei lavori della giornata. Mii ha lasciato dei grandi doni: parte del suo carattere silenzioso ed introverso, il colore degli occhi (solo io, nella mia famiglia stretta, li ho di questo colore!), l’amore per la campagna e per i gatti. E gli sono grata.
Oggi sono stata a trovare la nonna paterna .
Vive in campagna da sempre, è capace di sentire freddo anche il quindici agosto e dimentica tutto. Parlare con lei è bello, ti chiede una cosa, fa un discorso e dopo dieci minuti ti richiede quanto detto prima. Poi vede che alla seconda identica domanda le rispondo sorridendo, lei tende la testa a destra, fa spallucce, sorride e dice: “Forse te l’ho già chiesto, ma sai, mi dimentico le cose”.
Ma nonostante questo, parlare con lei non è assolutamente noioso. La vedo poco a causa della lontananza, ma ogni volta che vado a trovarla, non vuole assolutamente che mi scolli dalla sedia neanche un attimo, mi vuole tutta per lei. Mi chiede dell’università, anche se non ha capito ancora cosa studio, quanto manca alla laurea (tanto, cara nonna!), mi dice di star attenta in città.
Anche se tra meno di un mese farà 90 anni, se ne intende di moda. Se mi vede le infradito ai piedi, mi dice tutta contenta che vanno di moda. Se vede che ho addosso il cappotto grigio, lo tocca per accertarsi che sia di lana e sufficientemente caldo. Storce il muso quando mi parla delle ragazze che vede nei giornali, con “la pancia di fuori”, le gambe in esposizione o i pantaloni troppo bassi. Mi chiede se ho il ragazzo e poi mi dice che prima è meglio diventare indipendenti. ù
Saggia donna ....
Il rapporto con i miei nonni è diventato più forte durante l’adolescenza. Ho solo il nonno materno e la nonna paterna. La nonna materna è morta quando io avevo solo due anni, ma stranamente, di lei ho un mezzo, offuscato ricordo.
Il nonno paterno, invece, non l’ho mai visto: è morto un anno prima che io nascessi. So però che era un tipo silenzioso, a cui piaceva, la sera, andare a letto stanco e soddisfatto dei lavori della giornata. Mii ha lasciato dei grandi doni: parte del suo carattere silenzioso ed introverso, il colore degli occhi (solo io, nella mia famiglia stretta, li ho di questo colore!), l’amore per la campagna e per i gatti. E gli sono grata.
Oggi sono stata a trovare la nonna paterna .
Vive in campagna da sempre, è capace di sentire freddo anche il quindici agosto e dimentica tutto. Parlare con lei è bello, ti chiede una cosa, fa un discorso e dopo dieci minuti ti richiede quanto detto prima. Poi vede che alla seconda identica domanda le rispondo sorridendo, lei tende la testa a destra, fa spallucce, sorride e dice: “Forse te l’ho già chiesto, ma sai, mi dimentico le cose”.
Ma nonostante questo, parlare con lei non è assolutamente noioso. La vedo poco a causa della lontananza, ma ogni volta che vado a trovarla, non vuole assolutamente che mi scolli dalla sedia neanche un attimo, mi vuole tutta per lei. Mi chiede dell’università, anche se non ha capito ancora cosa studio, quanto manca alla laurea (tanto, cara nonna!), mi dice di star attenta in città.
Anche se tra meno di un mese farà 90 anni, se ne intende di moda. Se mi vede le infradito ai piedi, mi dice tutta contenta che vanno di moda. Se vede che ho addosso il cappotto grigio, lo tocca per accertarsi che sia di lana e sufficientemente caldo. Storce il muso quando mi parla delle ragazze che vede nei giornali, con “la pancia di fuori”, le gambe in esposizione o i pantaloni troppo bassi. Mi chiede se ho il ragazzo e poi mi dice che prima è meglio diventare indipendenti. ù
Saggia donna ....
mercoledì 28 luglio 2010
Le incomprensioni
"Le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre per non rischiare di aver ragione, ché la ragione non sempre serve".
Tiromancino - Per me è importante
Già, le incomprensioni sono strane. Io penso che se due persone non si capiscono su determinate questioni, evidentemente non si conoscono abbastanza.
Già, le incomprensioni sono strane. Io penso che se due persone non si capiscono su determinate questioni, evidentemente non si conoscono abbastanza.
Sarebbe meglio evitarle sempre. Evitare il non capirsi, evitare di fare finta di non capire. Evitare di cercare di parlare due lingue diverse, quando si conosce benissimo la tensione di quel determinato discorso.
Le incomprensioni già di per sé sono brutte, peggio ancora se accadono con l’intento di farle capitare. Quando sono volute, insomma.
Quando capita questo, non serve più avere ragione. Ti rendi conto che la persona con cui ti relazioni ha voluto quell’incomprensione, ha voluto fare finta di non conoscerti. La ragione non sempre serve, l’importante è avere capito il meccanismo, la strafottenza, il non interesse. Avere ragione in questi casi diventa una cosa secondaria, ormai inutile, tanto quel che è stato, è stato: la verità la sai, non puoi cambiarla, puoi solo sforzarti di accettarla.
Le incomprensioni già di per sé sono brutte, peggio ancora se accadono con l’intento di farle capitare. Quando sono volute, insomma.
Quando capita questo, non serve più avere ragione. Ti rendi conto che la persona con cui ti relazioni ha voluto quell’incomprensione, ha voluto fare finta di non conoscerti. La ragione non sempre serve, l’importante è avere capito il meccanismo, la strafottenza, il non interesse. Avere ragione in questi casi diventa una cosa secondaria, ormai inutile, tanto quel che è stato, è stato: la verità la sai, non puoi cambiarla, puoi solo sforzarti di accettarla.
[Ri-chiedo scusa per l'ermetismo]
Verona
Stanotte sono in vena di romanticismo e quindi vi parlo di Verona.
Ci sono stata a maggio: quel giorno faceva un caldo tremendo. Mi è piaciuta molto, mi è sembrata tranquilla nonostante la presenza di tantissimi turisti, e ho avuto la sensazione che per tutti quei vicoletti si respirasse … romanticismo (e chissà perché poi).
Una città piena d’amore, pulita, ordinata e ridente.




Ci sono stata a maggio: quel giorno faceva un caldo tremendo. Mi è piaciuta molto, mi è sembrata tranquilla nonostante la presenza di tantissimi turisti, e ho avuto la sensazione che per tutti quei vicoletti si respirasse … romanticismo (e chissà perché poi).
Una città piena d’amore, pulita, ordinata e ridente.
Chissà quante coppie, quante storie, quanti baci hanno visto quelle stradine ...
martedì 27 luglio 2010
hsh
Il viaggio è andato bene, meglio del previsto. Azzarderei dire che è passato velocemente. Appena ho messo piede nella terra che mi ha visto crescere, ho respirato a pieni polmoni la mia fresca aria mattutina e in un lampo tutta la stanchezza è svanita nel nulla. Un signore anziano, accanto a me, ha detto che vive a Milano da cinquant’anni e ha aggiunto, a mo’ di pensiero formulato ad alta voce, che ancora non si è abituato a stare lì, “Se non fosse per il lavoro, io lì non avrei niente. Sto bene qua, con questa aria e con questo mare”.
Sono frastornata, ma serena: sono qui da poco più di ventiquattro ore, ma ho ancora dentro milioni di emozioni diverse e contrastanti tra loro. Dovrò smaltirle poco alla volta.
Nelle attese ho incontrato diverse persone e nonostante non abbia passato accanto a loro moltissimo tempo, ognuno ha lasciato in me qualcosa.
Magari ve ne parlerò più in là …
Sono frastornata, ma serena: sono qui da poco più di ventiquattro ore, ma ho ancora dentro milioni di emozioni diverse e contrastanti tra loro. Dovrò smaltirle poco alla volta.
Nelle attese ho incontrato diverse persone e nonostante non abbia passato accanto a loro moltissimo tempo, ognuno ha lasciato in me qualcosa.
Magari ve ne parlerò più in là …
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domenica 25 luglio 2010
La mia valigia
"Un aereo passa veloce e io mi fermo a pensare a tutti quelli che partono, scappano o sono sospesi per giorni, mesi, anni in cui ti senti come uno che si è perso tra obiettivi ogni volta più grandi." (Tiromancino - Imparare dal vento)
La valigia è un oggetto strano, solitamente di forma rettangolare, di qualsiasi colore. Ci metti dentro quel che vuoi, in particolar modo vestiti e tutto l’occorrente per quando devi stare fuori casa. Te la trascini poi per aeroporti, stazioni, strade.
La mia valigia è particolare. È enorme, fatta per i lunghi soggiorni fuori. È a pois, sull’arancione e sul rosso e percorre minimo seimila chilometri l’anno. Il più delle volte mi fa disperare: è grande, ma non entra mai tutto. Spesso rifiuta la roba che metto dentro, decidendo di non chiudersi finché non tolgo il superfluo. Il più delle volte troviamo un compromesso.
In questo momento è piena, l’ho tirata fuori qualche ora fa. Mi seguirà anche questa volta nel mio lungo viaggio, sperando non faccia capricci. Dentro ho messo di tutto: vestiti, scarpe, libri, progetti, speranze, sorrisi, fatica. Anche qualche lacrima di troppo.
Andare, venire, tornare, partire, percorrere manciate di chilometri e rivivere sempre le stesse belle emozioni. Mi basta chiudere gli occhi per ricordare quello che ho provato l’ultima volta, per sentire sulla mia pelle i caldi abbracci di sempre, quelli che più mi mancano.
E poi escono fuori i bilanci, calcoli non matematici su quello che ho fatto nei mesi che separano i miei viaggi. Messaggi, telefonate che non si possono contare, fili tesi e mai spezzati con quel mondo di laggiù che nonostante tutto mi appartiene.
Prima di partire, penso sempre troppo, inutilmente.
La valigia è un oggetto strano, solitamente di forma rettangolare, di qualsiasi colore. Ci metti dentro quel che vuoi, in particolar modo vestiti e tutto l’occorrente per quando devi stare fuori casa. Te la trascini poi per aeroporti, stazioni, strade.
La mia valigia è particolare. È enorme, fatta per i lunghi soggiorni fuori. È a pois, sull’arancione e sul rosso e percorre minimo seimila chilometri l’anno. Il più delle volte mi fa disperare: è grande, ma non entra mai tutto. Spesso rifiuta la roba che metto dentro, decidendo di non chiudersi finché non tolgo il superfluo. Il più delle volte troviamo un compromesso.
In questo momento è piena, l’ho tirata fuori qualche ora fa. Mi seguirà anche questa volta nel mio lungo viaggio, sperando non faccia capricci. Dentro ho messo di tutto: vestiti, scarpe, libri, progetti, speranze, sorrisi, fatica. Anche qualche lacrima di troppo.
Andare, venire, tornare, partire, percorrere manciate di chilometri e rivivere sempre le stesse belle emozioni. Mi basta chiudere gli occhi per ricordare quello che ho provato l’ultima volta, per sentire sulla mia pelle i caldi abbracci di sempre, quelli che più mi mancano.
E poi escono fuori i bilanci, calcoli non matematici su quello che ho fatto nei mesi che separano i miei viaggi. Messaggi, telefonate che non si possono contare, fili tesi e mai spezzati con quel mondo di laggiù che nonostante tutto mi appartiene.
Prima di partire, penso sempre troppo, inutilmente.
venerdì 23 luglio 2010
Post (ironico) sull'uomo medio
Avete mai osservato un uomo medio intento a svolgere faccende tipicamente femminili?
L’uomo medio al supermercato si aggira per i reparti trainando il suo carrello e soffermandosi con lo sguardo attento e incuriosito sui dieci mila prodotti di cui non conosce né l’esistenza, né le caratteristiche, né il funzionamento. Dopo un po’, persa la pazienza, te lo ritrovi girare con carrello pieno di cibi precotti, surgelati, birre, roba di estrema qualità o, all’opposto, di sottomarca.
L’uomo medio, di regola, non è molto capace in cucina, ma se s’impegna, riesce a prepararti cibi elaborati e prelibati, rigorosamente o con troppo o con poco sale (perché il sale non riesce mai a regolarselo, proprio come me).
I detersivi sono un tasto dolentissimo. Non distingue un ammorbidente da uno smacchiatore, non si rende conto che sta per comprare un detersivo da parquet quando ha un normalissimo pavimento. Come, a volte, non capisce che in mano ha un balsamo, ma in realtà necessita di uno shampoo: realizza solo quando vede che il prodotto in questione non fa la dovuta schiuma e allora o pensa che sia opera della casa produttrice, quindi “la prossima volta mi devo ricordare di cambiare marca” oppure legge le indicazioni sul contenitore, capendo che effettivamente ha sbagliato.
Sorvolo sul bucato, in tema di lavatrici sono anche io una frana.
L’uomo medio in un negozio di abbigliamento è allergico ai camerini. Si scoccia a provare gli indumenti, allora sceglie, decide a caso la propria taglia (andando “ad occhio” il più delle volte), e va alle casse.
Poi quando torna a casa e prova le cose acquistate, si guarda allo specchio pensando “Sono dimagrito, la palestra ha fatto i suoi effetti” oppure “Ca***, sono ingrassato, da domani frutta e verdura”, non rendendosi conto che “andando ad occhio” ha preso un indumento di circa dieci taglie in più o in meno della sua.
Raramente chiede consiglio ad una commessa, o se lo fa, la assilla con domande del tipo “come mi sta – che colore prendo – qual è la taglia giusta” e così via. Diciamo che dipende dall’occasione in cui dovrà indossare quelle determinate cose.
L’uomo medio, in un negozio di bricolage, si diverte a guardare la donna media intenta a cercare di capire qual è la differenza tra i vari tipi di chiodi o perché la chiave inglese ha una forma totalmente diversa da una normale chiave.
L’uomo medio, in un’officina, dal meccanico, dal gommista, si diverte a guardare la donna media non capire niente del problema che ha la propria macchina, come si diverte a sentirla raccontare per sommi capi i sintomi del proprio mezzo e guardare poco dopo la sua espressione smarrita quando le si dice che manca la benzina,l’acqua, l’olio (il sale …).
L’uomo medio si diverte anche a guardare la donna media intenta a fare parcheggi improponibili, bloccando il traffico e creando un ingorgo grande come un paese di tremila abitanti, rimanendo poi stupito perché la donna media, nonostante tutto, ce l’ha fatta.
A volte, guardando l’uomo o la donna media, mi rendo conto quanto siano veri determinati luoghi comuni che girano intorno a queste figure e quanto gli interessati siano determinati nel non volere fare vedere le proprie “debolezze” ...
(fatte sempre le dovute eccezioni)
L’uomo medio al supermercato si aggira per i reparti trainando il suo carrello e soffermandosi con lo sguardo attento e incuriosito sui dieci mila prodotti di cui non conosce né l’esistenza, né le caratteristiche, né il funzionamento. Dopo un po’, persa la pazienza, te lo ritrovi girare con carrello pieno di cibi precotti, surgelati, birre, roba di estrema qualità o, all’opposto, di sottomarca.
L’uomo medio, di regola, non è molto capace in cucina, ma se s’impegna, riesce a prepararti cibi elaborati e prelibati, rigorosamente o con troppo o con poco sale (perché il sale non riesce mai a regolarselo, proprio come me).
I detersivi sono un tasto dolentissimo. Non distingue un ammorbidente da uno smacchiatore, non si rende conto che sta per comprare un detersivo da parquet quando ha un normalissimo pavimento. Come, a volte, non capisce che in mano ha un balsamo, ma in realtà necessita di uno shampoo: realizza solo quando vede che il prodotto in questione non fa la dovuta schiuma e allora o pensa che sia opera della casa produttrice, quindi “la prossima volta mi devo ricordare di cambiare marca” oppure legge le indicazioni sul contenitore, capendo che effettivamente ha sbagliato.
Sorvolo sul bucato, in tema di lavatrici sono anche io una frana.
L’uomo medio in un negozio di abbigliamento è allergico ai camerini. Si scoccia a provare gli indumenti, allora sceglie, decide a caso la propria taglia (andando “ad occhio” il più delle volte), e va alle casse.
Poi quando torna a casa e prova le cose acquistate, si guarda allo specchio pensando “Sono dimagrito, la palestra ha fatto i suoi effetti” oppure “Ca***, sono ingrassato, da domani frutta e verdura”, non rendendosi conto che “andando ad occhio” ha preso un indumento di circa dieci taglie in più o in meno della sua.
Raramente chiede consiglio ad una commessa, o se lo fa, la assilla con domande del tipo “come mi sta – che colore prendo – qual è la taglia giusta” e così via. Diciamo che dipende dall’occasione in cui dovrà indossare quelle determinate cose.
L’uomo medio, in un negozio di bricolage, si diverte a guardare la donna media intenta a cercare di capire qual è la differenza tra i vari tipi di chiodi o perché la chiave inglese ha una forma totalmente diversa da una normale chiave.
L’uomo medio, in un’officina, dal meccanico, dal gommista, si diverte a guardare la donna media non capire niente del problema che ha la propria macchina, come si diverte a sentirla raccontare per sommi capi i sintomi del proprio mezzo e guardare poco dopo la sua espressione smarrita quando le si dice che manca la benzina,l’acqua, l’olio (il sale …).
L’uomo medio si diverte anche a guardare la donna media intenta a fare parcheggi improponibili, bloccando il traffico e creando un ingorgo grande come un paese di tremila abitanti, rimanendo poi stupito perché la donna media, nonostante tutto, ce l’ha fatta.
A volte, guardando l’uomo o la donna media, mi rendo conto quanto siano veri determinati luoghi comuni che girano intorno a queste figure e quanto gli interessati siano determinati nel non volere fare vedere le proprie “debolezze” ...
(fatte sempre le dovute eccezioni)
giovedì 22 luglio 2010
Soggetti alle prese con l'ultimo esame
Gli ultimi soggetti osservati sono gli studenti che hanno sostenuto l’esame con me l’altro giorno. Gente simpatica.
Quella mattina, sono arrivata in facoltà con la mia amica, un’ora prima del previsto. Non c’era tantissima gente per il corridoio, eravamo in tutto una ventina. Studenti seduti, altri in piedi, altri a fare chilometri in giro per il corridoio.
Io e la mia amica ci sediamo accanto ad altri nostri colleghi, di fronte a noi c’è altra gente in piedi, tra cui il mio collega secchione, intento a tediare gli animi di due malcapitati con domande poco confortanti.
Questo qua è uno strano soggetto. Ama veramente tanto le cose che studia, credo dormi col codice civile sul comodino. Gira sempre vestito per bene, in camicia, cravatta, giacca in inverno. Sforna un esame ogni quindici giorni, per questo è in pari con gli anni. Quelli del primo anno lo scambiano per un assistente e lui, velatamente, si gloria di ciò.
Alle ragazze dà del lei, con i ragazzi si comporta normalmente. È un distributore d’ansia, soprattutto se ti capita intorno negli attimi prima di un esame: questo perché, naturalmente, anche se tu hai studiato tutti i libri, lui sa sempre qualcosa in più di te, quel qualcosa che lui ritiene assolutamente fondamentale per affrontare il colloquio, mentre tu non ci avevi neanche fatto caso.
Sicuramente è molto intelligente, però per fortuna non si da grandi arie. È disposto anche a dare una mano a chi gli chiedi delucidazioni su argomenti poco chiari. L’unico problema è che, aperta bocca, non si ferma più e tira fuori tutto lo scibile umano.
Una volta mi si è avvicinato, ha iniziato a parlarmi di un appuntamento del giorno dopo, di appunti di non so cosa. io non capivo di che stesse parlando. Dopo dieci minuti di monologo a raffica, si ferma, mi guarda bene e dice -Ti ho scambiata per un’altra!-. Ho capito dopo per chi mi aveva scambiata: per una ragazza del nostro corso con la quale condivido solo forma e colore degli occhiali da vista (messi, tra l’altro, solo quel giorno).
Arriva il prof e smetto di osservare il soggetto sopra descritto. L’assistente fa l’appello, ritira i libretti e ci invita a sederci in un’aula grande. Prof e assistente iniziano gli esami. La prima esaminata dall’assistente è una ragazza che parla a macchinetta. Non si ferma un attimo, neanche per prendere fiato. Credo faccia nuoto. Io l’ascolto e penso di non sapere un cavolo. Tira fuori casi di Palestina, di gente sconosciuta. Io e i miei amici ci guardiamo, per un attimo pensiamo di aver sbagliato aula, esame, libri da studiare. Poi ci convinciamo che siamo 4 contro 1. Forse abbiamo ragione noi.
La tipa prende 30 e lode. L’assistente fa verbalizzare il voto al prof alle prese intanto con un’altra ragazza normale.
L’assistente si risiede, prende un libretto e dice il mio cognome. Ansia. Mi alzo, fingo di essere tranquilla nel mio passo celere e deciso. Arrivo di fronte a lui, sfodero il mio bel (!) sorriso, cercando di non far trapelare la confusione mentale del momento. Mi fa la prima domanda e subito mi calmo. A quanto pare non ho sbagliato né libro, né esame. Continuo tranquillamente a rispondere alle cose che mi chiede finché non mi dà il suo bel voto e mi dice di accomodarmi vicino al prof e aspettare che finisca di esaminare un ragazzo.
Eseguo gli ordini, cerco una sedia scansata, mi accomodo. Cerco con lo sguardo la mia amica, le faccio un sorriso per farle capire che è tutto ok, che può andare tranquilla. L’assistente chiama lei.
Intanto mi dirigo con gli occhi verso il prof. È paonazzo. Il ragazzo lo sta facendo disperare. Trattasi di un soggetto alto tre metri, biondo tinto, carnagione arancione, occhi chiari, jeans bassi, mutande in evidenza. Effettivamente non sa niente, sembra stia raccontando favole. E lo fa con una tale nonchalance …
Poi mi sento chiamare da dietro. Accento inconfondibile, trattasi di un mio amico. Mi chiede come è andata, io gli rispondo. Mi sorride, mi tende la mano come per darmi i complimenti, come gesto di forza, di contentezza. Gli sorrido tanto e torno a gustarmi la scena del ragazzo delle favole.
Per poco però. Mi sento un toc – toc sulla spalla. Mi giro. È un altro ragazzo che conosco di vista: ogni tanto lo vedevo alle lezioni e ho notato, mezz’ora prima nel corridoio, che guardava spesso nella direzione mia e dei miei amici con fare impacciato. Credo sia un po’ più grande, mi ricorda Gigi d’Alessio.
Mi chiede anche lui com’è andata, cosa mi hanno chiesto. Gli faccio l’elenco delle domande, ad una non sa rispondere, allora gli spiego qualcosa in quattro e quattr’otto. Dice di aver capito. Gli auguro che non gli facciano quella domanda e sorride.
Intanto anche la mia amica finisce il suo esame. È contenta e la cosa mi fa tanto piacere. Il soggetto ignorante sta finendo. Il prof gli dà il libretto, lui si alza e se ne va. Allora è il turno mio. Mi siedo alla cattedra, il prof apre il libretto, segna dei dati al computer, mi fa la solito battuta sul mio luogo di nascita, firma e mi augura buone vacanze.
Amen, è finita.
Sarei rimasta ancora un po’ a gustarmi quei poveri soggetti alle prese con l’ansia, ma decidiamo con la mia amica di andare via. Ne abbiamo abbastanza per oggi. Anzi, no. Per quest’anno.
Quella mattina, sono arrivata in facoltà con la mia amica, un’ora prima del previsto. Non c’era tantissima gente per il corridoio, eravamo in tutto una ventina. Studenti seduti, altri in piedi, altri a fare chilometri in giro per il corridoio.
Io e la mia amica ci sediamo accanto ad altri nostri colleghi, di fronte a noi c’è altra gente in piedi, tra cui il mio collega secchione, intento a tediare gli animi di due malcapitati con domande poco confortanti.
Questo qua è uno strano soggetto. Ama veramente tanto le cose che studia, credo dormi col codice civile sul comodino. Gira sempre vestito per bene, in camicia, cravatta, giacca in inverno. Sforna un esame ogni quindici giorni, per questo è in pari con gli anni. Quelli del primo anno lo scambiano per un assistente e lui, velatamente, si gloria di ciò.
Alle ragazze dà del lei, con i ragazzi si comporta normalmente. È un distributore d’ansia, soprattutto se ti capita intorno negli attimi prima di un esame: questo perché, naturalmente, anche se tu hai studiato tutti i libri, lui sa sempre qualcosa in più di te, quel qualcosa che lui ritiene assolutamente fondamentale per affrontare il colloquio, mentre tu non ci avevi neanche fatto caso.
Sicuramente è molto intelligente, però per fortuna non si da grandi arie. È disposto anche a dare una mano a chi gli chiedi delucidazioni su argomenti poco chiari. L’unico problema è che, aperta bocca, non si ferma più e tira fuori tutto lo scibile umano.
Una volta mi si è avvicinato, ha iniziato a parlarmi di un appuntamento del giorno dopo, di appunti di non so cosa. io non capivo di che stesse parlando. Dopo dieci minuti di monologo a raffica, si ferma, mi guarda bene e dice -Ti ho scambiata per un’altra!-. Ho capito dopo per chi mi aveva scambiata: per una ragazza del nostro corso con la quale condivido solo forma e colore degli occhiali da vista (messi, tra l’altro, solo quel giorno).
Arriva il prof e smetto di osservare il soggetto sopra descritto. L’assistente fa l’appello, ritira i libretti e ci invita a sederci in un’aula grande. Prof e assistente iniziano gli esami. La prima esaminata dall’assistente è una ragazza che parla a macchinetta. Non si ferma un attimo, neanche per prendere fiato. Credo faccia nuoto. Io l’ascolto e penso di non sapere un cavolo. Tira fuori casi di Palestina, di gente sconosciuta. Io e i miei amici ci guardiamo, per un attimo pensiamo di aver sbagliato aula, esame, libri da studiare. Poi ci convinciamo che siamo 4 contro 1. Forse abbiamo ragione noi.
La tipa prende 30 e lode. L’assistente fa verbalizzare il voto al prof alle prese intanto con un’altra ragazza normale.
L’assistente si risiede, prende un libretto e dice il mio cognome. Ansia. Mi alzo, fingo di essere tranquilla nel mio passo celere e deciso. Arrivo di fronte a lui, sfodero il mio bel (!) sorriso, cercando di non far trapelare la confusione mentale del momento. Mi fa la prima domanda e subito mi calmo. A quanto pare non ho sbagliato né libro, né esame. Continuo tranquillamente a rispondere alle cose che mi chiede finché non mi dà il suo bel voto e mi dice di accomodarmi vicino al prof e aspettare che finisca di esaminare un ragazzo.
Eseguo gli ordini, cerco una sedia scansata, mi accomodo. Cerco con lo sguardo la mia amica, le faccio un sorriso per farle capire che è tutto ok, che può andare tranquilla. L’assistente chiama lei.
Intanto mi dirigo con gli occhi verso il prof. È paonazzo. Il ragazzo lo sta facendo disperare. Trattasi di un soggetto alto tre metri, biondo tinto, carnagione arancione, occhi chiari, jeans bassi, mutande in evidenza. Effettivamente non sa niente, sembra stia raccontando favole. E lo fa con una tale nonchalance …
Poi mi sento chiamare da dietro. Accento inconfondibile, trattasi di un mio amico. Mi chiede come è andata, io gli rispondo. Mi sorride, mi tende la mano come per darmi i complimenti, come gesto di forza, di contentezza. Gli sorrido tanto e torno a gustarmi la scena del ragazzo delle favole.
Per poco però. Mi sento un toc – toc sulla spalla. Mi giro. È un altro ragazzo che conosco di vista: ogni tanto lo vedevo alle lezioni e ho notato, mezz’ora prima nel corridoio, che guardava spesso nella direzione mia e dei miei amici con fare impacciato. Credo sia un po’ più grande, mi ricorda Gigi d’Alessio.
Mi chiede anche lui com’è andata, cosa mi hanno chiesto. Gli faccio l’elenco delle domande, ad una non sa rispondere, allora gli spiego qualcosa in quattro e quattr’otto. Dice di aver capito. Gli auguro che non gli facciano quella domanda e sorride.
Intanto anche la mia amica finisce il suo esame. È contenta e la cosa mi fa tanto piacere. Il soggetto ignorante sta finendo. Il prof gli dà il libretto, lui si alza e se ne va. Allora è il turno mio. Mi siedo alla cattedra, il prof apre il libretto, segna dei dati al computer, mi fa la solito battuta sul mio luogo di nascita, firma e mi augura buone vacanze.
Amen, è finita.
Sarei rimasta ancora un po’ a gustarmi quei poveri soggetti alle prese con l’ansia, ma decidiamo con la mia amica di andare via. Ne abbiamo abbastanza per oggi. Anzi, no. Per quest’anno.
mercoledì 21 luglio 2010
Sardegna
Per i miei diciotto anni, mia madre mi regalò un viaggio in Sardegna. Ci andai dopo la maturità, ad agosto. Passai una bella settimana.
Alloggiavo ad Olbia, in un b&b ad un quarto d’ora (a piedi) dal centro, gestito da una signora fine e di poche parole. Da lì, ogni mattina, partivo per posti diversi. Ho visitato Porto Rotondo, Porto Cervo, Santa Teresa di Gallura, la Maddalena, ho fatto anche un giro in barca per l’arcipelago. C’era in progetto una capatina in Corsica, ma le Bocche di Bonifacio non me l’hanno permesso: il mare era troppo agitato per fare la traversata!
Bellissimi posti anche questi, un po’ cari però. Porto Cervo e Porto Rotondo si somigliano molto, per la natura e per il genere di turisti che decidono di passare lì le vacanze. Era pieno di gente altolocata, chic, vestita di tutto punto anche solo per andare al mare. Mi sono sentita quasi una barbona dal basso dei miei pantaloncini a quadretti celesti, della mia canottierina bianca, delle mie umili infradito e del cappello di paglia alla Sampei. Porto Cervo è un susseguirsi di negozi di grandissime firme, sempre frequentati da gente di ogni tipo. Rimane sempre un angolo di paradiso.
Santa Teresa di Gallura e l’isola della Maddalena sono dei posti un po’ più “ordinari” dei precedenti. C’erano più famigliole, più gente “normale”. Da lì si vede, in lontananza, la Corsica.
Alla Maddalena sono stata poco tempo, ho solo fatto un breve giro.
I posti più belli però li ho visitati in barca. Ci sono delle compagnie che organizzano gite ogni giorno, con tour dell’intero arcipelago e varie soste per le spiagge. Da notare la costiera frastagliata e le rocce di forme diverse. Ho visto anche la spiaggia rosa, chiamata così perché i coralli rosa sostituiscono la sabbia. Si può solo vedere dalla barca giustamente, non si può scendere.
Aneddoto sul mio viaggio in Sardegna: una sera esco a fare un giro per il centro di Olbia. Era pienissimo di gente e c’era un grande palco in piazza. Pensavo ci fosse una sagra, una festa di paese. Inizio a sentire una canzone provenire dal palco, ma siccome la stanchezza era tanta, torno subito al b&b.
Mattina seguente, mentre faccio colazione, si avvicina la proprietaria del B&b.
–Allora, com’è andato il concerto ieri sera?-
-Quale concerto?- [“Forse ho perso l’evento dell’anno …”]
-Ma come? Non lo sapevi? Ieri sera c’era il concerto di MARCO CARTA!-
Ebbene sì, la signora, ragionando per vie generali, trovandosi di fronte una diciottenne, ha pensato subito che io fossi una di quelle fan accanite di Marco Carta, una di quelle capaci di spendere l’intero credito del cellulare per votarlo. Inutile dire che si è sbagliata di grosso.
Tornando a casa ho raccontato questa cosa ad una mia amica a cui piaceva Marco Carta.
La sua reazione?
-Come hai potuto mai perdere un evento del genere?-
Alloggiavo ad Olbia, in un b&b ad un quarto d’ora (a piedi) dal centro, gestito da una signora fine e di poche parole. Da lì, ogni mattina, partivo per posti diversi. Ho visitato Porto Rotondo, Porto Cervo, Santa Teresa di Gallura, la Maddalena, ho fatto anche un giro in barca per l’arcipelago. C’era in progetto una capatina in Corsica, ma le Bocche di Bonifacio non me l’hanno permesso: il mare era troppo agitato per fare la traversata!
Bellissimi posti anche questi, un po’ cari però. Porto Cervo e Porto Rotondo si somigliano molto, per la natura e per il genere di turisti che decidono di passare lì le vacanze. Era pieno di gente altolocata, chic, vestita di tutto punto anche solo per andare al mare. Mi sono sentita quasi una barbona dal basso dei miei pantaloncini a quadretti celesti, della mia canottierina bianca, delle mie umili infradito e del cappello di paglia alla Sampei. Porto Cervo è un susseguirsi di negozi di grandissime firme, sempre frequentati da gente di ogni tipo. Rimane sempre un angolo di paradiso.
Santa Teresa di Gallura e l’isola della Maddalena sono dei posti un po’ più “ordinari” dei precedenti. C’erano più famigliole, più gente “normale”. Da lì si vede, in lontananza, la Corsica.
Alla Maddalena sono stata poco tempo, ho solo fatto un breve giro.
I posti più belli però li ho visitati in barca. Ci sono delle compagnie che organizzano gite ogni giorno, con tour dell’intero arcipelago e varie soste per le spiagge. Da notare la costiera frastagliata e le rocce di forme diverse. Ho visto anche la spiaggia rosa, chiamata così perché i coralli rosa sostituiscono la sabbia. Si può solo vedere dalla barca giustamente, non si può scendere.
Aneddoto sul mio viaggio in Sardegna: una sera esco a fare un giro per il centro di Olbia. Era pienissimo di gente e c’era un grande palco in piazza. Pensavo ci fosse una sagra, una festa di paese. Inizio a sentire una canzone provenire dal palco, ma siccome la stanchezza era tanta, torno subito al b&b.
Mattina seguente, mentre faccio colazione, si avvicina la proprietaria del B&b.
–Allora, com’è andato il concerto ieri sera?-
-Quale concerto?- [“Forse ho perso l’evento dell’anno …”]
-Ma come? Non lo sapevi? Ieri sera c’era il concerto di MARCO CARTA!-
Ebbene sì, la signora, ragionando per vie generali, trovandosi di fronte una diciottenne, ha pensato subito che io fossi una di quelle fan accanite di Marco Carta, una di quelle capaci di spendere l’intero credito del cellulare per votarlo. Inutile dire che si è sbagliata di grosso.
Tornando a casa ho raccontato questa cosa ad una mia amica a cui piaceva Marco Carta.
La sua reazione?
-Come hai potuto mai perdere un evento del genere?-
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