Ci sono momenti in cui mi odio.
Odio il carattere che mi ritrovo, o alcune parti di esso. Quando sembro scontrosa, imbronciata, scocciata, insofferente. Quando quello che mi circonda mi dà fastidio, quando non riesco ad apprezzare le persone che mi stanno accanto.
E così mi piace stare da sola, rintanarmi nella mia camera e non fare niente. Isolarmi un po’ dal mondo, sola con quei pensieri da risolvere, senza sapere da dove cominciare. Oppure mi piace camminare, senza nessuno accanto, senza meta. Vagare per la città, evitando possibilmente i posti dove so di poter incontrare qualcuno che mi conosce. Dimenticarmi volutamente il cellulare in borsa, silenzioso. Prelevarlo solo ogni tanto, per evitare che qualcuno si preoccupi ingiustificatamente della mia assenza.
Oggi mi sono ritrovata in un negozio di quelli enormi, dove vendono solo prodotti per l’igiene della casa e della persona. Mi piace coccolarmi la sera, dopo giornatacce di lavoro intenso, buttandomi di corsa sotto una doccia bollente con un bagnoschiuma profumato.
Oggi sono andata a cercarne un altro, di bagnoschiuma. Ho ponderato la mia scelta per un quarto d’ora abbondante, annusando furtivamente tutte le confezioni, cercando di non essere beccata in flagrante da qualche commessa più acida di me. Alla fine la mia scelta è ricaduta su uno alla vaniglia, con la confezione di un giallo un po’ spento.
Nel tragitto verso la cassa ho adocchiato un espositore di creme solari, le ho guardate distrattamente pensando a quanto fossero fuori luogo, in pieno febbraio. Potrebbero essere l’acquisto perfetto di quella strana gente che va in vacanza nelle località esotiche in pieno inverno e se ne vanta apertamente con amici e colleghi. Odio anche quella gente, sempre. O forse la invidio, perché loro possono ed io no.
E mentre formulo pensieri acidi, verso persone che neanche conosco, alla radio sento una canzone che mi ricorda l’estate. Così, a tradimento. O forse a sorpresa.
Leggermente divertita dalla cosa, decido di fare dietro front. Vado di nuovo verso l’espositore delle creme solari, ne afferro una blu, quella che di solito uso in estate. L’apro, ne sento l’odore ad occhi chiusi, per un attimo, quello che basta ad accendere i ricordi. Poi poso tutto, torno alla realtà, pago ed esco.
Torno a casa e mi odio un po’ meno.
Odio un po’ meno sia me che gli altri.
E decido che l’unico modo per stare meglio è andare al mare più vicino domani, fregandomene degli innumerevoli chilometri da fare, non curandomi del fatto che sia totalmente diverso dal mio.
Con la speranza che sia possibile, con l’augurio che il suo odore, la sua brezza, possano in qualche modo riconciliarmi con il mondo.
*Estate - Jovanotti
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
sabato 15 febbraio 2014
mercoledì 29 gennaio 2014
I pensieri che rimangono in aria
Gennaio volge a termine, finisce. Incagliato com’è in valanghe di parole non scritte, in pensieri rimasti solo per aria ad aspettare tempi migliori, tempi in cui posso dire di essermi riappropriata di una normalità che fa rima con monotonia e di una serenità che fa rima sorriso.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
Gennaio cerca di smaltire i postumi di vacanze natalizie veloci e –ovviamente- ipercaloriche. Giorni accavallati, pieni di facce vecchie e di notizie nuove. Di vagiti di bambini nati da poco e visti per la prima volta, di auguri diversi, a volte doppi, altre tripli. Vacanze di mancanze nuove e differenti, attaccate ad un cellulare a consumare centinaia e centinaia di minuti in due. Iniziate e finite con lunghi abbracci e intensi baci nella stazione di questa città, a tenerci stretti fino all’ultimo istante: per non perdere tempo, prima. Per recuperare tutto quello perso, dopo, al ritorno.
I pensieri sono parecchi, ma forse se non li avessi potrei lamentarmi della loro assenza. Latito qui, è evidente. Non scrivo come prima. La mia presenza si nota più della mia assenza. Ma tutto sommato sto bene, sono contenta. Percorro ogni giorno le mie strade nuove chiedendomi se siano quelle giuste. Guardo al futuro paurosa e dubbiosa, al passato a volte sorridendo, altre rattristandomi. Cerco di cimentarmi in nuove avventure, cerco di trovare nuovi obiettivi da raggiungere, più vicini a quelle che sono le mie inclinazioni naturali. Di tutto ciò rimane un pensiero astratto, inapplicato nella realtà. Forse per pigrizia, forse perché le cose nuove degli ultimi mesi sono rimaste, appunto, tali e aspettano ancora di essere assorbite dalla mia mente, metabolizzate.
Credo ci sia un collegamento tra la mia non scrittura e la mia confusione. Non ho ancora ben capito il nesso causale tra le due: quale sia la causa e quale l’effetto. Penso mentre cammino, mentre faccio quelle file tipiche dei miei tanti colleghi, penso che i miei pensieri debbano essere scritti, un po’ come ho sempre fatto, per ricordarmeli, perché potrebbero aiutarmi domani. Penso di scrivere e poi non lo faccio. E così rimangono lì, i miei pensieri. In aria, dimenticati, in attesa di giorni più chiari.
Etichette:
amore,
la mia famiglia,
Natale,
Pensieri,
sfoghi,
vacanze,
vita da fuori sede
sabato 14 dicembre 2013
I giorni senza parole
Se guardo la data dell’ultimo post scritto e pubblicato qui inorridisco. È passato tanto, troppo tempo. È volato come se niente fosse, è svanito nel nulla portandosi con sé tante parole non scritte.
Il mese trascorso è stato per certi versi un groviglio di cose inaspettate che mi hanno fatto perdere di vista le mie sane e buone abitudini. Ci sono stati tanti pensieri, tante frasi e parole che non sono riuscite ad essere scritte per non so quale motivo.
La mancanza di tempo, forse.
La mancanza di quella pazienza che serve per fare ordine nella testa e oltre.
La mancanza di voglia.
Qualcosa è mancato, non so bene cosa.
È mancato un filo logico che riuscisse a tenere unito tutto quanto. È mancata la voglia di ricostruire tutto da capo, di indagare, di trovare una ragione valida in grado di spiegare quello che stava succedendo, lontano da me. È mancata quella forza che serve per riaffrontare tutto da capo, per cercare meticolosamente di esaminare quelli che sono stati i problemi di sempre, trovare i tasselli mancanti, proprio quando la vita iniziava a sorridere di nuovo, o forse lo faceva per la prima volta.
Le parole fanno male, così come le voci. Così come quei pensieri che ti rimangono incollati in testa, così come quegli incubi che ti fanno compagnia di notte, quando pensavi di essertene sbarazzata una volta per tutte, quando eri certa che in questa stanza nuova avresti fatto solo sogni belli.
Non so, in mezzo a tutto ciò, cosa mi ha fatto più male, cosa mi ha tirato più sotto. Se le parole, oppure i silenzi. Se i fatti, oppure ciò che, al contrario, non è stato fatto.
Mi sono ritrovata a pensare di non essere in grado di affrontare i problemi, di non essere troppo brava o troppo forte per reggerne il peso, per sbrogliare una matassa più ingarbugliata del solito.
Ho sempre sostenuto l’esistenza di una soluzione ad ogni problema.
Questa volta mi sembra di non trovarla, questa volta mi sembra che non ci sia.
Il mese trascorso è stato per certi versi un groviglio di cose inaspettate che mi hanno fatto perdere di vista le mie sane e buone abitudini. Ci sono stati tanti pensieri, tante frasi e parole che non sono riuscite ad essere scritte per non so quale motivo.
La mancanza di tempo, forse.
La mancanza di quella pazienza che serve per fare ordine nella testa e oltre.
La mancanza di voglia.
Qualcosa è mancato, non so bene cosa.
È mancato un filo logico che riuscisse a tenere unito tutto quanto. È mancata la voglia di ricostruire tutto da capo, di indagare, di trovare una ragione valida in grado di spiegare quello che stava succedendo, lontano da me. È mancata quella forza che serve per riaffrontare tutto da capo, per cercare meticolosamente di esaminare quelli che sono stati i problemi di sempre, trovare i tasselli mancanti, proprio quando la vita iniziava a sorridere di nuovo, o forse lo faceva per la prima volta.
Le parole fanno male, così come le voci. Così come quei pensieri che ti rimangono incollati in testa, così come quegli incubi che ti fanno compagnia di notte, quando pensavi di essertene sbarazzata una volta per tutte, quando eri certa che in questa stanza nuova avresti fatto solo sogni belli.
Non so, in mezzo a tutto ciò, cosa mi ha fatto più male, cosa mi ha tirato più sotto. Se le parole, oppure i silenzi. Se i fatti, oppure ciò che, al contrario, non è stato fatto.
Mi sono ritrovata a pensare di non essere in grado di affrontare i problemi, di non essere troppo brava o troppo forte per reggerne il peso, per sbrogliare una matassa più ingarbugliata del solito.
Ho sempre sostenuto l’esistenza di una soluzione ad ogni problema.
Questa volta mi sembra di non trovarla, questa volta mi sembra che non ci sia.
giovedì 7 novembre 2013
Cercare casa - Parte II
Lasciare una casa implica il dover mettersi d’impegno a cercarne un’altra.
Un’altra che:
- L’affitto non sia troppo alto;
- I coinquilini non siano dei terroristi;
- Sia centrale al punto giusto.
Sembrerebbero pretese di poco conto, qualcosa di tranquillo. Un’attività non troppo impegnativa. Per cui mi sono messa sotto, iniziando la mia ricerca. Ho visionato un paio di case, scegliendo alla fine quella che pensavo fosse migliore. Accontentandomi anche un po’, a dire il vero.
Nel mio tour mi sono tanto divertita quanto meravigliata della varietà del genere umano.
Sono capitata in una casa pericolante, con più posacenere in giro che persone; con una stanza che sì, era addirittura grande quanto tutto l’appartamento in cui vivevo prima, ma era talmente tanto vecchia e messa male che ho iniziato a temere che dentro ci fossero dei topi e che potessero spuntare fuori da un momento all’altro.
La seconda casa degna di nota era un appartamento appartenuto ad una vecchia ormai morta, con tanto di soffitti alti, lampadari e mobili antichi e un odore di passato che quasi dava la nausea. Un posto che metteva ansia, aumentata dalla consapevolezza che probabilmente lì dentro fosse una morta una persona qualche mese prima.
Merita menzione l’allegra telefonata avuta con una padrona di casa, la quale era disposta ad affittarmi una camera per “la settimana corta”, in quanto se avessi avuto bisogno di starci dentro anche durante il weekend, avrei dovuto pagare di più. Padrona di casa che quando è venuta a conoscenza delle mie origini terrone ha fortunatamente tagliato corto, lasciandomi con il pressante interrogativo di come possa essere fatto un contratto del genere.
Mi sono invece lasciata sfuggire la casa perfetta. Quella in cui la camera era immensa, in una parte “isolata” della casa, centralissima, ad un prezzo più che ragionevole. Mi lasciava perplessa il fatto di doverla condividere con altri due studentI, in quanto – essendo io una maniaca dell’ordine e della pulizia – temevo di dovermi scontrare con il notorio caos maschile. Ho impiegato circa mezza giornata a pensarci su, ma quando ho richiamato il proprietario, la camera era stata già affittata ad altra gente ben meno dubbiosa di me.
E così ora sono in una casa nuova, in una stanza che ho provato a personalizzare il più possibile per cercare di sentirmi meno spaesata. C’è una finestra grande, sopra la scrivania. Se alzo gli occhi dal computer vedo due alberi sempreverdi: uno a destra ed uno a sinistra, pronti ad incorniciare la visuale col loro verde.
Per adesso non si registrano strani accadimenti tra i coinquilini, con i quali mi trovo abbastanza a mio agio.
Ogni tanto vorrei rivendicare il silenzio che tanto mi piace, rintanarmi in camera appena tornata dal lavoro senza sentire voci e senza proferire parola. Poi però vedo loro, sereni, contenti, a raccontarsi vicende più o meno interessanti in cucina, davanti ad una tazza di thé e lì capisco che forse, in fondo, per un paio di mesi, loro saranno la mia sorta di famiglia anomala.
E sì, è vero. Ogni tanto rivendico il mio silenzio, la mia pace, in ossequio a quella parte del mio carattere mi ha sempre contraddistinto. Loro però hanno un brio che travolge.
Si ride sempre, qui. I malumori e le tristezze non sono mai le benvenute. Si mischiano accenti, nazionalità, abitudini, passioni. Le tavole sono un mix di sapori inconsueti, di cibi ipercalorici che Dio solo sa come riuscirò a smaltire tutti questi carboidrati. I pranzi e le cene non sono più un piccolo, veloce momento delle mie giornate, un triste miscuglio insensato di non più di due alimenti integrali a pasto, sconditi e sciapi.
Si sentono sapori, in questi casa.
Odori.
Di panni puliti, della candeggina e del caffè che qui si usano come l’acqua, di sigarette, di candele profumate rigorosamente Ikea.
Mi auguro che l’armonia qui dentro duri ancora, che non sia solo l’entusiasmo degli inizi. I presupposti affinché tutto ciò rimanga ci sono, l’impegno per farli crescere anche.
Qui si incrociano le dita e ci si gode tutto quanto.
Un’altra che:
- L’affitto non sia troppo alto;
- I coinquilini non siano dei terroristi;
- Sia centrale al punto giusto.
Sembrerebbero pretese di poco conto, qualcosa di tranquillo. Un’attività non troppo impegnativa. Per cui mi sono messa sotto, iniziando la mia ricerca. Ho visionato un paio di case, scegliendo alla fine quella che pensavo fosse migliore. Accontentandomi anche un po’, a dire il vero.
Nel mio tour mi sono tanto divertita quanto meravigliata della varietà del genere umano.
Sono capitata in una casa pericolante, con più posacenere in giro che persone; con una stanza che sì, era addirittura grande quanto tutto l’appartamento in cui vivevo prima, ma era talmente tanto vecchia e messa male che ho iniziato a temere che dentro ci fossero dei topi e che potessero spuntare fuori da un momento all’altro.
La seconda casa degna di nota era un appartamento appartenuto ad una vecchia ormai morta, con tanto di soffitti alti, lampadari e mobili antichi e un odore di passato che quasi dava la nausea. Un posto che metteva ansia, aumentata dalla consapevolezza che probabilmente lì dentro fosse una morta una persona qualche mese prima.
Merita menzione l’allegra telefonata avuta con una padrona di casa, la quale era disposta ad affittarmi una camera per “la settimana corta”, in quanto se avessi avuto bisogno di starci dentro anche durante il weekend, avrei dovuto pagare di più. Padrona di casa che quando è venuta a conoscenza delle mie origini terrone ha fortunatamente tagliato corto, lasciandomi con il pressante interrogativo di come possa essere fatto un contratto del genere.
Mi sono invece lasciata sfuggire la casa perfetta. Quella in cui la camera era immensa, in una parte “isolata” della casa, centralissima, ad un prezzo più che ragionevole. Mi lasciava perplessa il fatto di doverla condividere con altri due studentI, in quanto – essendo io una maniaca dell’ordine e della pulizia – temevo di dovermi scontrare con il notorio caos maschile. Ho impiegato circa mezza giornata a pensarci su, ma quando ho richiamato il proprietario, la camera era stata già affittata ad altra gente ben meno dubbiosa di me.
E così ora sono in una casa nuova, in una stanza che ho provato a personalizzare il più possibile per cercare di sentirmi meno spaesata. C’è una finestra grande, sopra la scrivania. Se alzo gli occhi dal computer vedo due alberi sempreverdi: uno a destra ed uno a sinistra, pronti ad incorniciare la visuale col loro verde.
Per adesso non si registrano strani accadimenti tra i coinquilini, con i quali mi trovo abbastanza a mio agio.
Ogni tanto vorrei rivendicare il silenzio che tanto mi piace, rintanarmi in camera appena tornata dal lavoro senza sentire voci e senza proferire parola. Poi però vedo loro, sereni, contenti, a raccontarsi vicende più o meno interessanti in cucina, davanti ad una tazza di thé e lì capisco che forse, in fondo, per un paio di mesi, loro saranno la mia sorta di famiglia anomala.
E sì, è vero. Ogni tanto rivendico il mio silenzio, la mia pace, in ossequio a quella parte del mio carattere mi ha sempre contraddistinto. Loro però hanno un brio che travolge.
Si ride sempre, qui. I malumori e le tristezze non sono mai le benvenute. Si mischiano accenti, nazionalità, abitudini, passioni. Le tavole sono un mix di sapori inconsueti, di cibi ipercalorici che Dio solo sa come riuscirò a smaltire tutti questi carboidrati. I pranzi e le cene non sono più un piccolo, veloce momento delle mie giornate, un triste miscuglio insensato di non più di due alimenti integrali a pasto, sconditi e sciapi.
Si sentono sapori, in questi casa.
Odori.
Di panni puliti, della candeggina e del caffè che qui si usano come l’acqua, di sigarette, di candele profumate rigorosamente Ikea.
Mi auguro che l’armonia qui dentro duri ancora, che non sia solo l’entusiasmo degli inizi. I presupposti affinché tutto ciò rimanga ci sono, l’impegno per farli crescere anche.
Qui si incrociano le dita e ci si gode tutto quanto.
Etichette:
avere 20 anni,
cercare casa,
coinquilini,
people,
vita da fuori sede
domenica 27 ottobre 2013
Dottoressa
Le gambe mi tremano, non reggono il peso del mio corpo. Stamattina mi sono svegliata che era ancora buio. Ho aperto gli occhi e sono stata assalita da una nausea imbarazzante.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.
La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda.
Prima che ognuna di noi entri a fare la discussione ci ricordiamo delle cose che negli anni ci hanno più o meno aiutate a mandar via un po’ di ansia.
Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.
Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.
Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.
Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.
Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.
Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.
Qualche ora dopo mi ritrovo in facoltà con addosso un vestito trovato dopo un pomeriggio di ricerche con delle coinquiline fin troppo pazienti; ai piedi delle scarpe tanto belle quanto scomode. Ed in mano ho un libro scuro, con le lettere dorate.
Sopra c’è scritto il mio nome.
Racchiude mesi e mesi di fatiche. Di estati non vissute, di estenuanti ricerche bibliografiche e consultazioni impossibili di banche dati assurde. Tutto qui dentro, dentro un oggetto solo.
La mia amica è qui con me. È stata la presenza fissa di cinque anni di università. Abbiamo fatto tutti gli esami insieme, preparato le nostre tesi supportandoci a vicenda. Pensa ai vecchi che d’estate muoiono per il caldo
Pensa alle vittime dei terremoti, degli tsunami.
Eh si, cavoli. Quelli sì che sono problemi.
Te lo dico, noi in fondo ci stiamo solo laureando.
Penso che io questa volta non ce la posso fare. Sento addosso un’ansia fastidiosissima che se potessi toglierei via in un attimo solo. Non ci riesco, non riesco a calmarmi. Formulo nella mia testa pensieri assurdi, guardo gli altri con qualcosa di simile al senso di terrore negli occhi.
Devo gestire meglio l’ansia.
Poi arriva il mio turno. Arriva la mia ora.
La discussione dura una decina di minuti, la proclamazione ancora meno.
Di tutto ciò mi è rimasto solo un ricordo lontano e confuso, come se fosse successo mesi e mesi fa.
Ricordo bene però gli abbracci, quelli con le persone che hanno conosciuto il mio percorso, quelle che potevano capire tutto.
Ricordo com’ero quando sono entrata per la prima volta in questa facoltà: piccola, spaesata, disorientata. Non conoscevo nessuno, non conoscevo questi posti. Ero io, sola, in mezzo a persone mai viste prima.
Ricordo bene il sudore degli esami, i caldi africani, i freddi da tagliare le ossa. I terremoti, i metri di neve.
Adesso ho una corona d’alloro in testa, dei mazzi di rose in mano. Ci sono i confetti rossi, lo spumante a fumi. Intorno a me la mia famiglia, i miei amici, il mio tesoro.
Sono felice. Non potevo chiedere di meglio, non potevo chiedere di più.
Posso toccare il cielo con un dito, posso sorridere.
Ho vinto la mia battaglia. Cinque anni fa io non l’avrei mai detto. Non pensavo di farcela, lo dico davvero.
E invece ora sono qui, col “pezzo di carta in mano” e l’alloro in testa.
Ho imparato che niente è impossibile, che la fatica genera soddisfazione.
L’importante è mettercela tutta.
Etichette:
Dreams,
esami,
foto,
Pensieri,
ricordi,
tesi,
tiriamo le somme,
vita da fuori sede
sabato 5 ottobre 2013
Quando meno te l'aspetti
Non ho mai sorriso così tanto nella mia vita quanto negli ultimi tempi. Inizio a pensare che tutti i momenti tristi, tutte le situazioni difficili e brutte che ho vissuto nei miei ventitre anni di vita stiano ottenendo una ricompensa adesso, qui.
Una ricompensa che si condensa tutta in un essere umano solo. Un essere umano come tutti gli altri, forse. Con due gambe, due braccia, due occhi, un naso e due mani.
Potrebbe essere tale per il resto dell’umanità. Per me invece è diverso.
Io non so cosa mi sia successo, ho smesso anche di chiedermelo. Ho smesso di cercare ragioni, ho iniziato a seguire solo l’istinto. Oppure il cuore, se preferite.
Ho lasciato che tutto il casino della mia vita degli ultimi mesi venisse sistemato da una persona sola, senza io che facessi niente. Ho lasciato che mi rubasse il cuore, che mi facesse perdere parte della ragione. Ho lasciato che mi facesse rimanere qui, accanto a lui.
Certe volte mi ritrovo a pensare che prima di innamorami in questo modo io non sapevo cose fosse veramente la felicità.
Non sapevo come fosse realmente fatta.
Non sapevo che potesse assumere anche – o soprattutto – queste sembianze, queste forme.
L’ho pensato l’altro pomeriggio, quando con la testa poggiata sul suo petto gli sentivo il cuore battere e il respiro profondo, mentre lui dormiva beatamente.
È questa la felicità, ho pensato.
È essere qui a non fare altro che stare tra le sue braccia forti e a sentirmi in paradiso.
È guardarlo dormire e pensare a cosa stia sognando.
È camminare per le strade di questa città, aggrappata al suo braccio, sotto un ombrello à pois pronto a proteggerci dalla prima pioggia d’autunno.
È capace di lasciarmi senza parole, di non farmi pensare a niente di brutto.
Di sgomberarmi la mente come nessun altro è riuscito mai a fare.
Lo guardo dentro quegli occhi blu che si ritrova, con quelle spalle larghe che sanno di sicurezza e penso che vorrei sapere tutto della sua vita, attimo dopo attimo. Vorrei sapere cos’ha fatto quando io non c’ero, com’è stata la sua esistenza. Ed io vorrei raccontargli la mia, anche se non trovo mai le parole e la forza giuste per farlo.
Se due mesi fa mi avessero raccontato la mia vita di adesso, io non ci avrei creduto. Non avrei preso neanche in considerazione l’ipotesi che tutto ciò sarebbe potuto accadere, rassegnata com’ero al mio futuro incerto in un posto che chissà dove sarebbe stato.
Mi ha insegnato che la vita può anche sorprende in positivo.
Che le cose belle prima o poi arrivano.
Arrivano quando meno te l’aspetti.
Una ricompensa che si condensa tutta in un essere umano solo. Un essere umano come tutti gli altri, forse. Con due gambe, due braccia, due occhi, un naso e due mani.
Potrebbe essere tale per il resto dell’umanità. Per me invece è diverso.
Io non so cosa mi sia successo, ho smesso anche di chiedermelo. Ho smesso di cercare ragioni, ho iniziato a seguire solo l’istinto. Oppure il cuore, se preferite.
Ho lasciato che tutto il casino della mia vita degli ultimi mesi venisse sistemato da una persona sola, senza io che facessi niente. Ho lasciato che mi rubasse il cuore, che mi facesse perdere parte della ragione. Ho lasciato che mi facesse rimanere qui, accanto a lui.
Certe volte mi ritrovo a pensare che prima di innamorami in questo modo io non sapevo cose fosse veramente la felicità.
Non sapevo come fosse realmente fatta.
Non sapevo che potesse assumere anche – o soprattutto – queste sembianze, queste forme.
L’ho pensato l’altro pomeriggio, quando con la testa poggiata sul suo petto gli sentivo il cuore battere e il respiro profondo, mentre lui dormiva beatamente.
È questa la felicità, ho pensato.
È essere qui a non fare altro che stare tra le sue braccia forti e a sentirmi in paradiso.
È guardarlo dormire e pensare a cosa stia sognando.
È camminare per le strade di questa città, aggrappata al suo braccio, sotto un ombrello à pois pronto a proteggerci dalla prima pioggia d’autunno.
È capace di lasciarmi senza parole, di non farmi pensare a niente di brutto.
Di sgomberarmi la mente come nessun altro è riuscito mai a fare.
Lo guardo dentro quegli occhi blu che si ritrova, con quelle spalle larghe che sanno di sicurezza e penso che vorrei sapere tutto della sua vita, attimo dopo attimo. Vorrei sapere cos’ha fatto quando io non c’ero, com’è stata la sua esistenza. Ed io vorrei raccontargli la mia, anche se non trovo mai le parole e la forza giuste per farlo.
Se due mesi fa mi avessero raccontato la mia vita di adesso, io non ci avrei creduto. Non avrei preso neanche in considerazione l’ipotesi che tutto ciò sarebbe potuto accadere, rassegnata com’ero al mio futuro incerto in un posto che chissà dove sarebbe stato.
Mi ha insegnato che la vita può anche sorprende in positivo.
Che le cose belle prima o poi arrivano.
Arrivano quando meno te l’aspetti.
Etichette:
amore,
avere 20 anni,
Pensieri,
people,
vita quotidiana
domenica 15 settembre 2013
Cercare casa (Parte I)
Tra i vari imprevisti propri di questo periodo, c’è stata la ricerca di una casa, evento che ho vissuto, per così dire, sia attivamente che passivamente.
Attivamente nel senso che cercavo un tetto sotto il quale condurre parte della mia esistenza, passivamente in quanto quella che per cinque,velocissimi anni è stata casa mia si appresta a diventare l’alloggio di altra gente.
Il pellegrinaggio passivo, da queste parti, è iniziato ai primi di luglio, quando la mia padrona di casa ha cominciato a distribuire per la città fogli con su scritto che affittava questo fantastico buco di appartamento. Da qui ha avuto inizio il via-vai di gente, ad ogni ora del giorno. Quelle che sono passate sotto ai miei occhi sono persone di ogni tipo: studenti, studentesse, matricole, gente avanti con l’età, professori, badanti russe che si facevano capire a gesti, giovani coppie, un uomo che aveva tutta l’aria di essere stato cacciato di casa. Il resto sono sconosciuti, venuti qui quando io ero altrove.
Quelli che mi sono rimasti più impressi sono le matricole genitori-munite. Uno in particolare, arrivato qui con madre e sorella al seguito. Lui non ha proferito verbo, la madre invece ha rotto per quindici minuti buoni con una raffica di domande più o meno opportune. Ha varcato la soglia guardandosi intorno con aria indagatrice e sospettosa, si è fiondata all’angolo cottura iniziando ad aprire i miei scaffali e rimanendo visibilmente delusa quando al loro interno ha trovato le mie cibarie integrali e tristi, mentre io ero lì, in un angolino, a far finta di scrivere messaggi e a cercare disperatamente di non scoppiare a ridere o (peggio) di iniziare ad insultarla. Tra le altre domande, ne meritano menzione tre:
1. L’attenzione maniacale per le prese di casa. La presa per il pc, quella per la tv. Ed internet. Benedetto internet. Immagino già che telefonate via Skype, every night.
2. L’igiene del figlio. Ergo un attento controllo sullo stato della lavatrice, sulla capienza, sulla possibilità di installare uno stendino dove mettere ad asciugare i panni del pargolo, nel terrazzo di casa. Terrazzo a scopo visibilmente ed unicamente ornamentale.
3. Gli armadi. Ce ne sono due in casa, per due persone. Due donne non hanno mai avuto problemi di armadi, in questi tempi. A lui, un ragazzo neanche un po’ figo, due armadi non bastano.
L’altra matricola (una ragazza accompagnata da madre e padre) è spuntata qui all’improvviso, senza un minimo di preavviso. Lei, i genitori e la padrona di casa, hanno suonato alle quattro del pomeriggio, in una di quelle giornate calde da star male, trovandomi in pigiama estivo, ergo mezza nuda, capelli raccolti e occhiali, mentre ero intenta a farmi mezz’ora di sonno prima dello studio, dopo sei ore di lavoro. Mi hanno colpito i suoi genitori, le loro attenzioni espresse nella misura giusta. Amorevoli, delicate, non opprimenti. Le loro domande bilanciate, dirette, i loro sorrisi, il loro scusarsi per avermi “disturbata”. E la ragazza tranquilla, beata, si guardava intorno meravigliata e preoccupata quanto basta. Con quello stupore proprio di chi sta per iniziare una vita nuova, in un posto nuovo e non sa come andrà.
Viste le innumerevoli e successive visite all’appartamento, direi che non ha concluso alcun contratto.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Sarebbe stata l’inquilina perfetta di questo appartamento grande quanto tutto il salone della mia casa giù. Queste mura, forse, l’avrebbero tranquillizzata e fatta sentire al sicuro. Come è successo a me.
L’avrebbero accolta bene, la sera, dopo una giornata di lezioni. In inverno, quando fuori piove e fa freddo. O le mattine d’estate, quando aprendo le finestre, la luce avrebbe riempito le sue due stanze. Il divano avrebbe retto il peso della sua stanchezza, ristorandola a dovere. E il cane dei dirimpettai l’avrebbe fatta sorridere facendo capolino sul terrazzo, la mattina di domenica.
Questa casa mi mancherà.
Mi mancherà tanto.
Attivamente nel senso che cercavo un tetto sotto il quale condurre parte della mia esistenza, passivamente in quanto quella che per cinque,velocissimi anni è stata casa mia si appresta a diventare l’alloggio di altra gente.
Il pellegrinaggio passivo, da queste parti, è iniziato ai primi di luglio, quando la mia padrona di casa ha cominciato a distribuire per la città fogli con su scritto che affittava questo fantastico buco di appartamento. Da qui ha avuto inizio il via-vai di gente, ad ogni ora del giorno. Quelle che sono passate sotto ai miei occhi sono persone di ogni tipo: studenti, studentesse, matricole, gente avanti con l’età, professori, badanti russe che si facevano capire a gesti, giovani coppie, un uomo che aveva tutta l’aria di essere stato cacciato di casa. Il resto sono sconosciuti, venuti qui quando io ero altrove.
Quelli che mi sono rimasti più impressi sono le matricole genitori-munite. Uno in particolare, arrivato qui con madre e sorella al seguito. Lui non ha proferito verbo, la madre invece ha rotto per quindici minuti buoni con una raffica di domande più o meno opportune. Ha varcato la soglia guardandosi intorno con aria indagatrice e sospettosa, si è fiondata all’angolo cottura iniziando ad aprire i miei scaffali e rimanendo visibilmente delusa quando al loro interno ha trovato le mie cibarie integrali e tristi, mentre io ero lì, in un angolino, a far finta di scrivere messaggi e a cercare disperatamente di non scoppiare a ridere o (peggio) di iniziare ad insultarla. Tra le altre domande, ne meritano menzione tre:
1. L’attenzione maniacale per le prese di casa. La presa per il pc, quella per la tv. Ed internet. Benedetto internet. Immagino già che telefonate via Skype, every night.
2. L’igiene del figlio. Ergo un attento controllo sullo stato della lavatrice, sulla capienza, sulla possibilità di installare uno stendino dove mettere ad asciugare i panni del pargolo, nel terrazzo di casa. Terrazzo a scopo visibilmente ed unicamente ornamentale.
3. Gli armadi. Ce ne sono due in casa, per due persone. Due donne non hanno mai avuto problemi di armadi, in questi tempi. A lui, un ragazzo neanche un po’ figo, due armadi non bastano.
L’altra matricola (una ragazza accompagnata da madre e padre) è spuntata qui all’improvviso, senza un minimo di preavviso. Lei, i genitori e la padrona di casa, hanno suonato alle quattro del pomeriggio, in una di quelle giornate calde da star male, trovandomi in pigiama estivo, ergo mezza nuda, capelli raccolti e occhiali, mentre ero intenta a farmi mezz’ora di sonno prima dello studio, dopo sei ore di lavoro. Mi hanno colpito i suoi genitori, le loro attenzioni espresse nella misura giusta. Amorevoli, delicate, non opprimenti. Le loro domande bilanciate, dirette, i loro sorrisi, il loro scusarsi per avermi “disturbata”. E la ragazza tranquilla, beata, si guardava intorno meravigliata e preoccupata quanto basta. Con quello stupore proprio di chi sta per iniziare una vita nuova, in un posto nuovo e non sa come andrà.
Viste le innumerevoli e successive visite all’appartamento, direi che non ha concluso alcun contratto.
E sapete, un po’ mi dispiace.
Sarebbe stata l’inquilina perfetta di questo appartamento grande quanto tutto il salone della mia casa giù. Queste mura, forse, l’avrebbero tranquillizzata e fatta sentire al sicuro. Come è successo a me.
L’avrebbero accolta bene, la sera, dopo una giornata di lezioni. In inverno, quando fuori piove e fa freddo. O le mattine d’estate, quando aprendo le finestre, la luce avrebbe riempito le sue due stanze. Il divano avrebbe retto il peso della sua stanchezza, ristorandola a dovere. E il cane dei dirimpettai l’avrebbe fatta sorridere facendo capolino sul terrazzo, la mattina di domenica.
Questa casa mi mancherà.
Mi mancherà tanto.
Etichette:
cercare casa,
gente che non capisco,
people,
vita da fuori sede
martedì 3 settembre 2013
Mesi che finiscono, progetti che si stravolgono
I mesi finiscono, la vita continua e a volte ti sorprende.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.
Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.
E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.
Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.
Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.
Mesi fa scrivevo che ero alla ricerca di quell’evento bello e sconvolgente, positivo ed inaspettato che stravolgesse la mia, di vita. Ero alla ricerca di una di quelle cose che non ti aspetti, che succedono all’improvviso e ti lasciano il sorriso in faccia.
Agosto è finito ed è stato il mese più strano che abbia mai vissuto fino ad ora. Ventitre anni fa, ad agosto, toccavo per la prima volta l’acqua del mare e probabilmente iniziava lì la mia infinita storia d’amore con le onde cristalline. Ho passato intere estati in spiaggia, a scottarmi sotto al sole forte, a leggere, ad ascoltare musica, a stare semplicemente in silenzio guardando il mare. Ho scritto abbastanza di questo nostro rapporto – mio e del mare – che quasi ha del morboso. Questo attaccamento quasi ossessivo, questo modo di rilassarmi impareggiabile.
Ecco, questo è stato l’agosto più strano della mia vita anche perché le volte in cui sono stata al mare si contano sulle dita di una mano. In altre condizioni sarei stata triste per il fatto di esserci stata lontana, per non essere riuscita a godermelo come meritava, per non avergli dato le attenzioni che gli ho sempre riservato.
Quest’anno è stato diverso.
Agosto mi ha vista seduta al tavolo di una biblioteca, sempre sommersa tra le carte, sempre con il computer acceso davanti a cercare di scrivere righe sensate di tesi e a chiedermi il motivo che mi ha spinta, cinque anni fa, a scegliere questa facoltà, oltre che il motivo che mi ha portata, qualche mese fa, a scegliere di concludere il mio percorso con una materia del genere e non aver ripiegato su qualcosa che fosse indubbiamente più semplice.
Mi ha vista fissare ed essere fissata da quelli che con molta probabilità sono gli occhi più belli che abbia mai visto nella mia vita,perdermi nel loro blu e non uscirne più.
Ero quella dalla razionalità esasperata, io. La cinica che alla favola dell’amore poteva credere solo fino alla curva. Quella che “i piedi devono stare per terra sempre”, quella che di solito perdeva la testa per qualche tempo e poi tornava in sé ancora più convinta di prima che l’amore fosse una grande cazzata. Ero quella che “i colpi di fulmine succedono solo nei film”, ero quella che sogni-del-genere-anche-no.
E poi non mi sono più riconosciuta.
Ho passato giorni interi a cercarmi e a non trovarmi da nessuna altra parte. Giorni in cui non riconoscevo i pensieri che formulavo, giorni strani. Di sorrisi al vuoto, di telefoni in mano e di un cuore che così forte non ha battuto mai. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ne avevo un’idea vaga, cercavo una conferma.
L’ho trovata, l’abbiamo trovata.
Adesso mi piace guardarlo studiare con la concentrazione di chi sta scoprendo una formula matematica che salverà il mondo, borbottare da solo con il libro davanti. Oppure mi piace vederlo impastare con energia la pizza più buona che abbia mai mangiato. Mi piace perdermi tra le sue braccia, sentire il suo profumo sulla mia pelle e leggere i suoi messaggi quando mi sveglio. Le sue attenzioni, la sua timidezza, il suo accento di qua, le rughe che gli si formano agli angoli degli occhi quando sorride.
Non mi riconosco, è vero. Non so dove tutto questo mi porterà, non se finirà, se continuerà. Non so se le scelte che sto facendo si riveleranno giuste. Non lo sa nessuno.
Quello che mi sta succedendo è una cosa del tutto nuova. È quella cosa inaspettatamente bella che tempo fa mi sono resa conto di cercare e che è arrivata proprio nel momento meno pensabile, quando iniziavo a fare gli scatoloni, quando i miei precari progetti stavano per portare la mia vita altrove, ancora più lontano, ancora una volta.
Etichette:
aula studio,
avere 20 anni,
estate,
mare,
tesi,
vacanze
venerdì 9 agosto 2013
E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora
Ci sono giornate che finiscono quando altre cominciano. Finiscono con le prime luci, quelle dell’alba. Da gustarsi dalla finestra di casa, appena tornati da una notte brava.
I piedi gonfi per i tacchi, il trucco sbiadito che resta lì, un po’ di alcol di troppo in circolo per il corpo.
Sveglia da quasi ventiquattro ore, che Dio solo sa come faccio a star ancora in piedi, come faccio ad aspettare le luci dell’alba scrivendo con gli occhi rossi e gonfi.
Ho dei coriandoli nei capelli, ma non so neanche come ci siano finiti su. Sulle spalle il peso di sei ore di lavoro, lo studio, il pranzo che salta perché non c’è tempo. Lo spritz serale, i tramonti strani, le caselle delle email vuote.
Le facce nuove, le strade nuove. I nuovi orari, una vita da organizzare, il tempo che è sempre meno, le cose da fare che sono sempre di più. il frigo vuoto, la spesa che prima o poi si dovrà pur fare, le frasi stupide su facebook. Le foto con le occhiaie e i sorrisi a trentadue denti.
C’è che aspetto l’alba per andare a dormire, c’è che questa vita incasinata mi piace da morire. Mi piace perché è mia. Mia e di nessun altro. La gestisco io, come voglio io. Indipendente, serena. Tranquilla nel suo caos. Imperfetta, a volte disordinata, altre troppo precisa.
Mi chiedono quando torno, se ho fatto il biglietto. Io rispondo che non lo so. Dico che ho tanto da fare qua. Un po’ è vero, un po’ è una scusa. È che voglio godermi la solitudine finché dura, voglio rifugiarmi tra gli impegni, riempire le ventiquattro ore facendo di tutto. Lavorando, studiando, divertendomi, pensando, scrivendo, ridendo e scherzando, osservando quell’incomprensibile genere umano che mi sta intorno.
E vorrei fermare il tempo, rendere queste giornate eterne, vivermele sempre di più, godermele a più non posso.
Poi arriva l’alba. Arriva il nuovo giorno. E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora, un altro tramonto ancora. Un susseguirsi. Un continuo luce-buio che non stanca mai.
E il giorno arriva,c’è da andare via.
E c’è che io non voglio.
C’è che ho troppi dubbi per la testa, troppe paure. Ho perso la leggerezza, non so dove sia finita. Ho il magone, i nodi alla gola, ho gli occhi pieni di blu.
Quello che non so è altro.
Non so se sarò in grado di farmi emozionare ancora dalle cose vecchie e quasi eterne. Se il mare riuscirà a darmi le sensazioni che mi ha sempre regalato, se i piedi nell’acqua fredda avranno ancora gli effetti benefici di sempre. Non so se mi annoierò, se penserò a qui sempre fino a scappare via prima del dovuto. Sono i dubbi che mi accompagnano in ogni viaggio, adesso più di prima, i pensieri di cui sono pieni i finestrini dei mezzi di trasporto che in questi lunghi cinque anni ho preso a cadenze ben definite.
I piedi gonfi per i tacchi, il trucco sbiadito che resta lì, un po’ di alcol di troppo in circolo per il corpo.
Sveglia da quasi ventiquattro ore, che Dio solo sa come faccio a star ancora in piedi, come faccio ad aspettare le luci dell’alba scrivendo con gli occhi rossi e gonfi.
Ho dei coriandoli nei capelli, ma non so neanche come ci siano finiti su. Sulle spalle il peso di sei ore di lavoro, lo studio, il pranzo che salta perché non c’è tempo. Lo spritz serale, i tramonti strani, le caselle delle email vuote.
Le facce nuove, le strade nuove. I nuovi orari, una vita da organizzare, il tempo che è sempre meno, le cose da fare che sono sempre di più. il frigo vuoto, la spesa che prima o poi si dovrà pur fare, le frasi stupide su facebook. Le foto con le occhiaie e i sorrisi a trentadue denti.
C’è che aspetto l’alba per andare a dormire, c’è che questa vita incasinata mi piace da morire. Mi piace perché è mia. Mia e di nessun altro. La gestisco io, come voglio io. Indipendente, serena. Tranquilla nel suo caos. Imperfetta, a volte disordinata, altre troppo precisa.
Mi chiedono quando torno, se ho fatto il biglietto. Io rispondo che non lo so. Dico che ho tanto da fare qua. Un po’ è vero, un po’ è una scusa. È che voglio godermi la solitudine finché dura, voglio rifugiarmi tra gli impegni, riempire le ventiquattro ore facendo di tutto. Lavorando, studiando, divertendomi, pensando, scrivendo, ridendo e scherzando, osservando quell’incomprensibile genere umano che mi sta intorno.
E vorrei fermare il tempo, rendere queste giornate eterne, vivermele sempre di più, godermele a più non posso.
Poi arriva l’alba. Arriva il nuovo giorno. E dopo un’alba, un tramonto. Poi un’altra alba ancora, un altro tramonto ancora. Un susseguirsi. Un continuo luce-buio che non stanca mai.
E il giorno arriva,c’è da andare via.
E c’è che io non voglio.
C’è che ho troppi dubbi per la testa, troppe paure. Ho perso la leggerezza, non so dove sia finita. Ho il magone, i nodi alla gola, ho gli occhi pieni di blu.
Quello che non so è altro.
Non so se sarò in grado di farmi emozionare ancora dalle cose vecchie e quasi eterne. Se il mare riuscirà a darmi le sensazioni che mi ha sempre regalato, se i piedi nell’acqua fredda avranno ancora gli effetti benefici di sempre. Non so se mi annoierò, se penserò a qui sempre fino a scappare via prima del dovuto. Sono i dubbi che mi accompagnano in ogni viaggio, adesso più di prima, i pensieri di cui sono pieni i finestrini dei mezzi di trasporto che in questi lunghi cinque anni ho preso a cadenze ben definite.
Etichette:
Pensieri,
vacanze,
vita da fuori sede,
vita quotidiana
giovedì 1 agosto 2013
Terre che ti adottano a tua insaputa
Avevo perso il conto dei giorni, non consideravo più il calendario. Maggio e giugno sono passati troppo in fretta, luglio invece è stato eterno. Ho fatto miliardi di cose in questo tempo: ho iniziato percorsi, concluso altre cose, conosciuto gente, fatto nuove esperienze, chiuso definitivamente rapporti che non avevano ormai senso.
Ora mi ritrovo qua, a guardare il calendario appeso al muro, a scoprire che è ora di voltare pagina, di girare dietro il foglio di luglio e rendere visibile quello di agosto.
Rendersi conto di essere arrivati ad agosto è un po’ una sorpresa. È un mese che mi ha visto sempre in vacanza, al mare, a contemplare le onde, la spiaggia, a passare le nottate con gli amici in giro, a vivere la movida delle nostre parti.
Quando mi sono resa conto che siamo ad agosto avevo un sacco di carte intorno. Fotocopie, articoli di riviste giuridiche, codici, leggi. Il caos intorno. Ero davanti ad un pc che emanava calore, su una pagina word aperta, a scrivere la tesi. Ho guardato il mio polso, poi il braccio, le gambe, decretando che probabilmente non sono mai stata così bianca in vita mia.
L’aulastudio è quasi vuota. Ci siamo io e la mia fedele compagna di avventure, con i nostri computer accesi e le nostre innumerevoli carte. Ci sono un paio di altri ragazzi che ogni tanto guardo e mi interrogo sul perché anche loro si trovano qui invece di stare altrove.
I vecchi che abitano nel palazzo di fronte sono scomparsi. Hanno le persiane chiuse, probabilmente – a meno che non siano morti improvvisamente (ma speriamo di no!)– saranno anche loro in vacanza in qualche posto vicino e più fresco della città rovente.
Il fine settimana è il momento più brutto. Rimpiango le vacanze, il mare, le temperature del sud che non conoscono l’umidità e l’afa delle grandi città del nord. Stare qui, di domenica, con quaranta gradi e l’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non sia starsene sul divano a guardare la tv con il ventilatore a velocità massima puntata addosso, è un’esperienza che ancora non sono riuscita a definire, a “catalogare”.
Da un lato mi piace, mi sembra che la città sia più mia. Dall’altro mi fa sentire una povera ragazza sola e anche un po’ sfigata che non ha niente di meglio da fare che starsene qui. Ma sono esperienze anche queste.
Verso sera mi piace girare velocemente per le vie del centro storico, possibilmente all’ora in cui inizia a tramontare. Mi piace buttare un occhio nelle case a piano terra, dentro le finestre semichiuse degli appartamenti. Mi piace farmi per un istante i fatti della gente che ci vive e che per poco mi ha permesso di entrare nelle loro vite lasciando uno spiraglio aperto.
A quell’ora si sentono il rumore delle posate sui piatti, il suono delle televisioni sintonizzate sui telegiornali, pezzi di conversazioni. E mi sento a casa, perché nei paesi piccoli vicino al posto in cui sono cresciuta, nelle sere d’estate, si cena praticamente per strada. Sulle terrazze o con le finestre aperte, con le canottiere bianche e i pantaloncini. E sembra che di lì a poco la gente ti inviti ad entrare, a cenare con loro, a dividere il pezzo di pane fresco o l’insalata dell’orto.
Girare per le strade del centro storico, all’ora del tramonto e della cena, mi fa pensare che la vita nelle grandi città in fondo (anche se molto in fondo!) non è poi così diversa da quella dei paesi. Le persone, le abitudini, le esigenze sono le stesse. Uguale è la voglia del relax,a fine giornata. Uguale è la ricerca del posto fresco, la finestra aperta con l’aria che entra.
Non ho mai sentito questa città e questa terra come mie quanto negli ultimi mesi. Ho riso per anni dell’accento della gente di questo posto, delle loro espressioni dialettali tradotte in italiano ed inevitabilmente sbagliate a livello grammaticale. Ho riso (dopo aver metabolizzato l’esperienza) dell’abitudine di invitare la gente a festeggiare il compleanno e di dividere il conto a fine cena, dell’articolo prima dei nomi di persona femminili, delle vacanze estive che qui si prenotano a Natale dell’anno prima. Ho riso di tutto questo e di altro, in questi anni, sulla base di quella stupida abitudine del pensare che la terra dalla quale proveniamo abbia sempre una marcia in più rispetto a quella dove finiamo per vivere, rinnegandone stupidamente gli innumerevoli e reali difetti.
Non mi sono però resa conto che senza volerlo sono diventata anche io un po’ come loro.
Non mi sono resa conto che l’articolo davanti ai nomi di persona femminili, adesso, lo metto spesso anche io. Non mi sono resa conto che adesso per me, qui, è diventato naturale pagare la mia parte di cena, nonostante l’invito ad un compleanno. Non mi sono resa conto che questa città l’ho amata forse troppo poco rispetto a quanto meritasse in realtà.
Ci ho messo un po’ di tempo a considerarla anche mia, a capire che la mia amica autoctona aveva ragione quando la definiva la mia terra d’adozione.
Perché sì, questa città mi ha adottata. Mi ha regalato di tutto e di più, cose belle e cose brutte. Mi ha fatto crescere, maturare.
Sapevo che non sarei stata qui per sempre. So che arriverà il giorno in cui farò valigie e scatoloni e andrò via. Non so dove.
Spero solo di sentirmi a casa e di sentirmi bene. Come qui, come adesso. Qualunque posto esso sia.
Ora mi ritrovo qua, a guardare il calendario appeso al muro, a scoprire che è ora di voltare pagina, di girare dietro il foglio di luglio e rendere visibile quello di agosto.
Rendersi conto di essere arrivati ad agosto è un po’ una sorpresa. È un mese che mi ha visto sempre in vacanza, al mare, a contemplare le onde, la spiaggia, a passare le nottate con gli amici in giro, a vivere la movida delle nostre parti.
Quando mi sono resa conto che siamo ad agosto avevo un sacco di carte intorno. Fotocopie, articoli di riviste giuridiche, codici, leggi. Il caos intorno. Ero davanti ad un pc che emanava calore, su una pagina word aperta, a scrivere la tesi. Ho guardato il mio polso, poi il braccio, le gambe, decretando che probabilmente non sono mai stata così bianca in vita mia.
L’aulastudio è quasi vuota. Ci siamo io e la mia fedele compagna di avventure, con i nostri computer accesi e le nostre innumerevoli carte. Ci sono un paio di altri ragazzi che ogni tanto guardo e mi interrogo sul perché anche loro si trovano qui invece di stare altrove.
I vecchi che abitano nel palazzo di fronte sono scomparsi. Hanno le persiane chiuse, probabilmente – a meno che non siano morti improvvisamente (ma speriamo di no!)– saranno anche loro in vacanza in qualche posto vicino e più fresco della città rovente.
Il fine settimana è il momento più brutto. Rimpiango le vacanze, il mare, le temperature del sud che non conoscono l’umidità e l’afa delle grandi città del nord. Stare qui, di domenica, con quaranta gradi e l’incapacità di fare qualsiasi altra cosa che non sia starsene sul divano a guardare la tv con il ventilatore a velocità massima puntata addosso, è un’esperienza che ancora non sono riuscita a definire, a “catalogare”.
Da un lato mi piace, mi sembra che la città sia più mia. Dall’altro mi fa sentire una povera ragazza sola e anche un po’ sfigata che non ha niente di meglio da fare che starsene qui. Ma sono esperienze anche queste.
Verso sera mi piace girare velocemente per le vie del centro storico, possibilmente all’ora in cui inizia a tramontare. Mi piace buttare un occhio nelle case a piano terra, dentro le finestre semichiuse degli appartamenti. Mi piace farmi per un istante i fatti della gente che ci vive e che per poco mi ha permesso di entrare nelle loro vite lasciando uno spiraglio aperto.
A quell’ora si sentono il rumore delle posate sui piatti, il suono delle televisioni sintonizzate sui telegiornali, pezzi di conversazioni. E mi sento a casa, perché nei paesi piccoli vicino al posto in cui sono cresciuta, nelle sere d’estate, si cena praticamente per strada. Sulle terrazze o con le finestre aperte, con le canottiere bianche e i pantaloncini. E sembra che di lì a poco la gente ti inviti ad entrare, a cenare con loro, a dividere il pezzo di pane fresco o l’insalata dell’orto.
Girare per le strade del centro storico, all’ora del tramonto e della cena, mi fa pensare che la vita nelle grandi città in fondo (anche se molto in fondo!) non è poi così diversa da quella dei paesi. Le persone, le abitudini, le esigenze sono le stesse. Uguale è la voglia del relax,a fine giornata. Uguale è la ricerca del posto fresco, la finestra aperta con l’aria che entra.
Non ho mai sentito questa città e questa terra come mie quanto negli ultimi mesi. Ho riso per anni dell’accento della gente di questo posto, delle loro espressioni dialettali tradotte in italiano ed inevitabilmente sbagliate a livello grammaticale. Ho riso (dopo aver metabolizzato l’esperienza) dell’abitudine di invitare la gente a festeggiare il compleanno e di dividere il conto a fine cena, dell’articolo prima dei nomi di persona femminili, delle vacanze estive che qui si prenotano a Natale dell’anno prima. Ho riso di tutto questo e di altro, in questi anni, sulla base di quella stupida abitudine del pensare che la terra dalla quale proveniamo abbia sempre una marcia in più rispetto a quella dove finiamo per vivere, rinnegandone stupidamente gli innumerevoli e reali difetti.
Non mi sono però resa conto che senza volerlo sono diventata anche io un po’ come loro.
Non mi sono resa conto che l’articolo davanti ai nomi di persona femminili, adesso, lo metto spesso anche io. Non mi sono resa conto che adesso per me, qui, è diventato naturale pagare la mia parte di cena, nonostante l’invito ad un compleanno. Non mi sono resa conto che questa città l’ho amata forse troppo poco rispetto a quanto meritasse in realtà.
Ci ho messo un po’ di tempo a considerarla anche mia, a capire che la mia amica autoctona aveva ragione quando la definiva la mia terra d’adozione.
Perché sì, questa città mi ha adottata. Mi ha regalato di tutto e di più, cose belle e cose brutte. Mi ha fatto crescere, maturare.
Sapevo che non sarei stata qui per sempre. So che arriverà il giorno in cui farò valigie e scatoloni e andrò via. Non so dove.
Spero solo di sentirmi a casa e di sentirmi bene. Come qui, come adesso. Qualunque posto esso sia.
Etichette:
avere 20 anni,
Friends,
Pensieri,
people,
tesi,
vita da fuori sede,
vita quotidiana
Iscriviti a:
Post (Atom)