"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

martedì 2 luglio 2013

Telefonate domenicali

La domenica è la giornata delle telefonate. È così da quando il mio gestore telefonico ha deciso di cambiare le tariffe del piano telefonico sua sponte e come contentino ha deciso di regalarmi chiamate illimitate verso tutti, ogni domenica. E’ quindi da un paio di mesi che io, la domenica, chiamo amici e parenti. Così, per il gusto di sfruttare la promozione fino alla fine. Parlo con tutti, rido, ascolto interessata i loro racconti, li allieto con i miei, anche se di esaltante hanno ben poco. Mentre faccio tutto ciò pulisco casa, in ossequio ad uno dei comandamenti di chi vive solo: la domenica è la giornata delle pulizie. Non esiste riposo, non esistono allegre scampagnate in compagnia, non esiste nient’altro, la domenica, all’infuori delle grandi pulizie domestiche. E guai a saltare ogni tanto!
Ho rivalutato un sacco l’utilizzo degli auricolari. Non so come definirli. La migliore invenzione degli ultimi secoli, dopo le lenti a contatto?
Forse.

Questa domenica ho chiamato una mia amica. Non la vedevo da Pasqua e durante questi mesi l’ho sentita proprio poco. Avremo scambiato due messaggi,in occasione dei nostri compleanni. Con lei ho passato gran parte della mia adolescenza, la conosco da qualcosa come tredici o quattordici anni.
Abbiamo vissuto miliardi di avventure durante il liceo: compagna di studio, di progetti, di quelle riflessioni esistenziali di una pesantezza unica. Compagna di sigarette, di panini, di cene improvvisate, di ansia da interrogazioni. Lei era quella disordinata, con la testa tra le nuvole. Io ero l’esatto contrario. La riportavo nella retta via quando c’era bisogno e lei provvedeva invece a farmi divertire, ridere, scherzare. Mi è stata particolarmente vicina in uno dei momenti più bui della mia vita. La sua presenza è stata una fonte inesauribile di forza, di coraggio.
Era un completarsi a vicenda. C’era da apprendere le cose migliori dell’altra e insegnare il meglio di sé.

Poi il liceo è finito. Le strade si sono divise. Le valigie sono state fatte, ci abbiamo messo dentro le nostre foto. Le abbiamo attaccate nelle nostre camere nuove, nelle nostre nuove città delle nostre vite altrove.
Ci sentiamo di rado, ma ci teniamo sempre informate sui nostri ritorni in patria, così da vederci ad ogni occasione utile, da raccontarci di noi, da condividere il possibile.

Il fatto di non sentirla spesso, ogni tanto mi fa pensare che quella famosa grande amicizia sia svanita o si sia comunque affievolita. Ma poi basta ritrovarsi a casa per capire che il nostro rapporto non è cambiato.

Così domenica l’ho chiamata, durante un lampo di malinconia di ritorno da uno di quei noiosi pomeriggi di studio in compagnia, alla ricerca di qualche faccia che possa far tornare il buonumore. Ho buttato libri e borsa sul tavolo, mi sono seduta sul divano e l’ho chiamata.
Ho chiuso la conversazione dopo un’ora e tre quarti, quando ormai fuori era buio e l’ora di cena era passata da un pezzo.

Un’ora e tre quarti di tutto. Abbiamo toccato centinai di tasti: le nostre vite, i nostri progetti, le nostre famiglie, gli amici in comune. Gli aneddoti di quelli che “solo a te possono capitare certe cose”. Le espressioni dialettali liberatorie perché certe cose, dette in italiano, non rendono l’idea come quando le dici nella lingua della tua terra. E si sa, non posso riportarle ad un nordico senza rimanere istantaneamente delusa dalla sua espressione basita e interdetta di chi pensa “ma guarda te ‘sta terrona
E le risate, tante. Di gusto, di cuore.

Certe parole fanno bene.
Ti ricordano da dove vieni, cosa ti è successo per essere quella che sei oggi. È un ricostruirsi, un fermarsi un attimo con un occhio al passato ed uno al futuro. Ero così. Tu eri in quell’altro modo. Adesso siamo uguali e diverse. Siamo più grandi, più donne. Più problematiche e più confuse.
Il futuro è l’incertezza assoluta, ma non per questo non facciamo progetti. Viviamo alla giornata, forse un po’ preoccupate. E ci raccomandiamo di goderci la vita, quella che vogliamo costruirci da sole.
Quella vita che abbiamo sognato, che un po’ si è realizzata e un po’ no. Quella vita che abbiamo davanti e che deve essere per forza bella, perché sì: ce lo meritiamo.

venerdì 21 giugno 2013

Finali

(Credo sia il post più lungo che abbia mai scritto, vi avviso).

Di solito sono una persona calma, cerco di ragionare prima di farmi assalire dall’ansia, anche se non sempre ci riesco. In questi anni universitari, i miei hanno sempre detto che sentendo la mia voce il giorno prima di un esame non davo mai l’impressione di essere una che il giorno seguente avrebbe dovuto sostenere una prova più o meno importante.
Questa volta però è diverso. Io non riesco più a studiare come una volta, non ho la pazienza di mettermi a ripetere fino a farmi entrare tutto quello che serve in testa, di sottolineare con la linea rigorosamente dritta perché in certe cose sono un’odiosa precisina del cavolo. Chi ci è già passato dice che è normale, che arrivati alla fine è sempre così. Quindi non sono un’aliena che si aggira per casa conciata nel peggiore dei modi, con gli occhiali da secchiona e i tappi alle orecchie perché fuori c’è talmente tanto casino che non riesco neanche a sentire la mia voce. Quando ripeto urlo, probabilmente i miei vicini di casa mi odieranno. Mi busseranno alla porta con l’intenzione di dirmi di smetterla, di stare zitta, perché ho veramente rotto tutto quello che si può rompere. Poi però  mi guarderanno, osserveranno lo stato pietoso in cui verso, mi daranno una pacca di compassione sulla spalla e si offriranno volontari di sentirmi ripetere libri e appunti.
Ecco, quando io non ho voglia di studiare, do il via alla produzione di film mentali. Tutto, pur di perdere tempo.

Non c’è conversazione, ormai da due giorni, che non si concluda –da parte mia- con una chiusura di telefono in faccia al mio interlocutore. Sono irritata, irascibile, insopportabile, tremendamente odiosa. Sopporto solo i miei amici. Loro e nessun altro.
Non mangio neanche, o meglio, mi nutro di quanto basta alla sopravvivenza.
Penso di avere l’esame il giorno X, così mi ritrovo, la sera prima, a controllare nel sito della facoltà il mio numero in lista e a scoprire con sommo orrore che mi sono sbagliata. L’esame non è il giorno X, bensì quello dopo. Altre ventiquattro ore di studio, di carcere, di condizioni pietose.

Poi alla fine arriva il giorno. Seguo la routine che mi ha accompagnato in questi anni. Notte parzialmente insonne, sveglia presto per l’ultimo ripasso, due macchinette di caffè in giro nelle vene, la doccia fredda, il profumo degli esami.
Dovete sapere che io ho un profumo che uso solo per gli esami. L’ho messo quando ho dato il primo e da allora è diventata una sorta di scaramanzia, di tradizione: devo averlo addosso ogni volta che ne ho uno. E non solo: finisco col fare la doccia con il bagnoschiuma della stessa linea e passarmi dopo la stessa crema. Ormai l’odore mi dà la nausea, mi mette ansia.
Un po’ di mascara, gli occhiali da sole, le cuffie alle orecchie. I “crepi” in risposta agli “in bocca al lupo”. L’aria probabilmente affranta, la borsa piena di libri.
Arrivo in facoltà con l’aria di chi è lì per caso. Trovo un mio simile disperato mai visto prima il quale mi informa delle tragici voci che circolano sul prof in questione.
E ‘sti ca***, di terrorismo pre-esame ne ho abbastanza. Lo assecondo, pensando nella mia testa che non vedo l’ora che finisca tutto.
Mi abbandono alla mia sedia, senza la minima voglia di ripetere i miei appunti.
-          Te sei la seconda in lista, sei Chiara, vero? Se vuoi un po’ di tempo per ripetere, vado prima io e poi vai te.
Credici.
Non lascio il mio posto neanche se ho in corso un’emorragia, se sto perdendo litri di sangue e sono in fin di vita. Lo tranquillizzo, gli dico che più che ripetere avrei bisogno di re-imparare tutto di nuovo. Lui se la ride, pensava di farmi un favore.

Mi giro il libretto tra le mani, guardo le pagine piene di caselle riempite, di firme frettolose, di numeri scritti in modo chiaro, di date, di materie. Ogni esame ha la sua storia dietro: racconta di delusioni, di felicità, di fatiche, di stati d’animo confusionari, di borse piene di libri da studiare, di quantità industriali consumate di evidenziatori e matite.
Poi mi ricordo dell’altra “tradizione” da esame, da rispettare anche questa. Apro il portafoglio, tiro fuori un quadratino di carta e lo apro con cura. Dentro c’è il ciondolo di mia nonna, lo tengo dentro al pugno durante gli esami, da sempre.
Poi arriva il momento in cui guardo in faccia la realtà e prendo consapevolezza di quello che sono. Delle ore passate sui libri, dell’impegno che ho messo nel preparare la materia. Il mio dovere l’ho fatto, come sempre. Se va male, non posso rimproverarmi proprio niente.
Sono piccolezze queste. Gesti, pensieri, parole che ormai ripeto meccanicamente: danno sicurezza, anche se lì per lì non ci crediamo abbastanza.
È così che sono arrivata fino a questo punto. Guardandomi dall’esterno con un occhio critico, a volte troppo severo; rendendomi conto, solo alla fine, che l’impegno, i sacrifici, la fatica, di norma vengono sempre ripagati e se non succede così – perché capita anche questo- la colpa non è certo mia. Io sono l’unica a sapere cosa c’è stato dietro ogni esame,quanto ho studiato, se troppo o troppo poco. Il risultato spesso è solo un numero, a volte neanche troppo soddisfacente, un casella piena in più nel libretto. Quando proprio va bene c’è la stretta di mano forte da parte del prof. o una proposta di tesi da parte loro.

L’assistente giovane pronuncia il mio nome. Mi alzo di scatto e la seguo, guardo il tipo troppo gentile che ricambia come per volermi dare forza. E poi mi siedo davanti a chi mi interrogherà, faccio un respiro profondo, stringo nella mano il ciondolo della nonna.
Le domande, una dietro l’altra. Le parole, le precisazioni, la memoria che galoppa. I sì con la testa, i gesti con le mani. I mezzi sorrisi, la storia che si ripete. I minuti che passano come fiumi, anche se non me ne accorgo, perché la stranezza degli esami sta nel fatto che quando sei seduta lì a parlare non hai la minima percezione del tempo che scorre.
Arriva la fine, l’assistente mi dice il suo voto. Verbalizza sul computer, scrive sul libretto.
Un’altra casella della mia raccolta punti piena. Alla fine ci danno il premio, diceva mia sorella.
Questa volta è l’ultima. Non ci saranno più altre svolazzanti firme frettolose, non ci saranno più numeri, date, nomi di materie.
Finisce qui.
Non ci saranno più le sveglie alle sei per il ripasso finale, né gli spruzzi del profumo degli esami sulla pelle. Non ci sarà più nessuno a fare del terrorismo fuori dalla porta.

Esco dall’aula, rivedo il tipo. Gli dico di star tranquillo, andando in controtendenza rispetto a chi ama distribuire ansia non richiesta. Riprendo le mie cose, poso il libretto tra gli appunti che finiranno nella differenziata tra poco. Osservo l’ultimo passo della tradizione che ho creato e rispettato negli anni: la diffusione della notizia.
Di solito scrivo un sms, metto solo il voto, il numero. Quando prendo la lode scrivo tutto per esteso. Mi sembra più bello. Questa volta il messaggio è lungo: aggiungo un “è finita”, con tanto di punti esclamativi. Lo inoltro, come sempre: alla mamma, a papà, alla sister, alla zia, agli amici. E poi mi gusto le loro reazioni, sempre le stesse. C’è chi chiama, c’è chi risponde a sua volta con un sms. C’è chi ti dice di andare a comprarti qualcosa di buono da mangiare, mentre gli amici ti propongono sempre di andare ad ubriacarti.
In realtà non faccio niente di tutto ciò, non ora.
Adesso sono spaesata, non ho realizzato ancora. Mi chiedono se sono felice. Dovrei esserlo.
Per essere felici di una cosa bisogna averne preso coscienza, cosa che io ancora non ho fatto.
Fa caldo, quasi mi sento mancare. Bevo una bottiglietta di tè freddo, lego i capelli. Metto gli occhiali da sole, torno al mio iPod.
La canzone che stavo sentendo, quando sono arrivata in facoltà, mi si ripropone nelle orecchie. Inizia da metà, ma ha un suono diverso.
Sa di libertà.
Anche se si tratta di una libertà vigilata da una tesi impegnativa.

martedì 4 giugno 2013

C'era...

C’erano degli appunti da ripetere, un esame imminente da preparare. C’era la confusione nel tavolo e una candela dell’Ikea accesa alla mela e cannella, perché l’odore mi piace e forse riesce anche a conciliare la concentrazione. C’era una torta da preparare, da portare di sera agli altri. La ricetta sulla mensola, copiata frettolosamente dall’email ricevuta di un’amica.

C’erano le mandorle da macinare con la forza delle braccia,il burro da fondere cercando di non rimettere sentendo l’odore e gli ingredienti da assemblare. E poi un forno da riscaldare, una teglia da mettere dentro. Lo zucchero di canna, la farina, le uova. Il caos in cucina, perché se c’è una cosa su cui mia madre ha ragione da vendere è che quando cucino  sembra che sia scoppiata una bomba.
Poi c’ero io che fissavo la torta cuocere in forno, con l’aria interrogativa di chi ha poca fiducia in se stessa. Io con lo spaghetto in mano, pronta ad immergerlo nella torta per verificarne la cottura.
Il tempo di raffreddarsi, di mandare le foto a casa come prova del fatto che ogni tanto cucino qualcosa di diverso dalla pasta al sugo. Il tempo di sentirsi dire che è la prima volta che la fai, basta il pensiero, il che suona molto come l’annuncio di un piccolo, ennesimo, fallimento culinario. Ma chi se ne frega.
Il tempo di un pomeriggio passato di nuovo a studiare e si fa sera.
Si fa sera e c’è da andare, da mettersi la giacca, i jeans, le converse, sciogliere i capelli e uscire da casa.
Poi la velocità dei miei piedi, i saluti agli amici, le presentazioni.
C’era un tavolo pieno di roba, c’era da mangiare ma non c’era la fame.
C’ero io a guardare gli altri addentare il dolce, aspettandomi che lo sputassero da un momento all’altro.
E invece no, non è successo.
È successo che sono andati matti per quei pezzetti marroni e dolci.
È successo che mi hanno chiesto la ricetta.
È successa una piccola cosa bella e inaspettata.

Io devo cucinare più spesso per loro, loro sì che apprezzano. Mica come voi, ingrate.
 È quello che scrivo alla mamma quando torno a casa. La mia è tutta ironia da cogliere.

E poi c’era lui, il trentenne in carriera, in giacca e cravatta. Lui che è letteralmente impazzito per la mia torta.
Ma chi se ne frega se ne mangio troppa! Ne prendo ancora un pezzo, se non vi dispiace.
Lo guardo e non mi sembra vero. Vedere la gente sana mangiare di gusto senza preoccuparsi delle calorie mi rassicura. È confortante.
Sorrido io, sorride la mia timidezza. Probabilmente arrossisco anche, perché troppi complimenti mi imbarazzano, anche se fanno bene.
C’erano le sue domande sulla mia vita, le mie sulla sua. C’era da scoprire che siamo tanto simili quanto diversi, che abbiamo qualcosa in comune. C’era da imparare,da prendere un po’ del suo coraggio per fare quello che nella vita si desidera. La solita paura del futuro, da scaricare su qualcuno anche solo per una serata, il dire che io non voglio perdere tempo, non voglio stare ferma o buttarmi su qualcosa per poi pentirmene.
Hai solo ventitré anni, hai una vita davanti.

C’era un orologio al polso ormai ossuto che segnava le ventitré. C’era da tornare a casa, c’era lui che oh, ma guarda un po’, a parlare con delle colleghe si fa tardi senza accorgersene.
Colleghe, forse sì. Forse no.
C’era ancora un pezzo di torta, l’ultimo. C’era che doveva essere suo.

Torno a casa con le briciole dentro la teglia. Briciole di sorrisi, di risate. Briciole di occhi pieni di luce. Di gioventù che ha le idee chiare in testa e che vuole raggiungere i propri obiettivi. Briciole di determinatezza, di ottimismo, di convinzione.
Briciole di tutto ciò che, in fondo, serve anche a me.

venerdì 24 maggio 2013

Di aulestudio tradite

Ho tradito l'aula-studio. Quella lì, sì. La mia seconda casa. Quella di cui vi ho tanto parlato (probabilmente anche scocciato), in cui ho passato intere giornate per anni. Ho tradito i tavoli bianchi sui quali ho preparato esami su esami. Ho tradito le quattro mura che mi hanno vista leggere, sottolineare, scrivere, ripetere fino a non avere fiato. Gli stessi che hanno ascoltato le conversazioni infinite con le mie amiche.
L'ho tradita perchè qui non si riesce più a studiare. O meglio, io non riesco più a studiare. Non ci riesco io e non ci riesce neanche più la mia amica.
E quindi qualche giorno fa abbiamo deciso di emigrare. Abbiamo raccolto le nostre borse -che più che borse ormai sono valigie- e siamo andate altrove. Nuovi posti, nuove facce (mica tanto), nuovi orari, nuovo tutto.
E lì io riesco a studiare davvero. Come un tempo, con la stessa resistenza dei primi anni. Si fanno le sette senza che io me ne accorga, riesco a concludere tutti i miei programmi senza troppi sforzi.
Sarà che lì ho ri-trovato l' "Ispirazione"?

Oggi pomeriggio, però, sono tornata nell'aula-studio di sempre. Non so neanche io perchè, sono uscita da casa e invece di andare a destra, sono andata a sinistra. D'impulso.
Sono qui dalle tre e non ho combinato nulla. Ho aperto i miei appunti, tirato fuori evidenziatori, penne, matite. Ho acceso il pc sperando di scrivere qualche riga di tesi e invece non ho concluso niente.
Ho anche mangiato un po' di cioccolato, chè si sa: aiuta alla concentrazione.
Alla concentrazione, sì. Alla concentrazione di chili in vista della prova costume.

Ho deciso di tornare a casa, malinconica, un po' triste, insieme a questo vento che ha proprio rotto tutto ciò che si può rompere. Torno a casa con i sensi di colpa per aver sprecato un intero pomeriggio quando di tempo da perdere proprio non ne avrei.
Ma domani va meglio, sicuro. Domani torno lì dove c'è l'Ispirazione.
E se tornasse anche il sole, allora sì, sarebbe tutto perfetto.

sabato 18 maggio 2013

I fuori sede non mangiano carne

La carne è un bene prezioso, è troppo costosa e si sa: un fuori sede su tre è squattrinato. Controlla quanto spende, fa la spesa in base alle offerte del supermercato e ha nel comodino un altarino appositamente fatto in onore dell’artefice di quella meravigliosa iniziativa del Conad per la quale - fino a fine giugno – tantissimi beni di prima necessità quali pane, pasta, sugo e così via sono scontatissimi. Salvo poi spendere quanto risparmiato in spese inutili.
L’unica carne che mangiano i fuori sede è quella del kebab. O al massimo si va di wurstel e hamburger.
Ci sono famiglie al corrente del fatto che i figli fuori sede lassùalnord carne non ne mangiano e quindi provvedono a far partire i propri pargoli con qualcosa come un chilo di vitello a fettine, sottovuoto, in valigia, dentro la borsa frigo. La prima cosa che ti chiedono, non appena sei arrivata a destinazione, dopo innumerevoli ore di viaggio e una voglia di conversare pari a zero, è se hai messo la carne nel congelatore. Poi, dopo qualche settimana, quando alla classica domanda del “cos’hai mangiato”, tu rispondi “carne”, loro ti chiedono – orgogliosissimi di sé- se la carne che stai mangiando è proprio quella che ti sei portata da casa, pur sapendo già la risposta.
Ecco: la mia famiglia rientra appieno in questa categoria.

Capita però che un giorno decidi di comprare della carne tua sponte, perché questo vitello ti ha un po’ scocciato. Vai al supermercato, afferri una vaschetta di maiale con tanto di osso, torni a casa, congeli tutto e poi te ne dimentichi, fino ad arrivare a tre settimane dopo, quando apri il congelatore e ti ricordi dell’acquisto.
E dunque fettona di carne sia, ben cotta, come piace a me. Col rosmarino sopra. Ci metto qualcosa come dieci minuti a finirla tutta. La fotografo, come farebbe un bravo bimbominchia e la mando alla sister. “Guarda qua cosa mangio stasera!”.

Fiera di me, piena come un uovo, lavo il piatto, sistemo casa e guardo il pc.
Il pensiero della tesi è diventato abbastanza padrone della mia testa. Dovrei iniziare a scriverla, adesso che il mio indice è stato approvato.
Ho rimandato questo momento a lungo, letto su libri e siti di vario genere i più disparati consigli a riguardo. Eppure non ho scritto neanche una parola, per la paura di sbagliare.
Mi siedo un attimo, fisso il pc, poi la pila di fotocopie e di libri e poi l’ora. Sono le nove, in tv non c’è niente. Stasera non esco, domani devo studiare.
Ma sì. Proviamo.

Imposto la pagina di Word con le istruzioni che trovo sul sito dell’università. Inizio ad aprire libri, a consultare i miei schemi, i miei appunti. Un sospiro profondo e via.
Le note, ca**o. Io ho paura delle note, delle citazioni, di tutto.
Ci provo lo stesso, seguo le indicazioni passo dopo passo.
A farmi compagnia c’è una zanzara che mi ronza intorno. Ogni tanto mi punge, ‘sta str****. Rimpiango di non essere con la mia amica, lei che le fa fuori tutte, a colpi di pesanti libri.

Dopo non so quanto, ho finito di scrivere la prima pagina. Fisso lo schermo, non mi pare vero. Non so se va bene, non so è giusto. Non lo so, non so niente. Però ho iniziato.
Finalmente ho iniziato.
Ho una certa ansia addosso, dovrei scaricarla in qualche modo. Per la prima volta, dopo un anno e mezzo di lontananza dalle sigarette, ho una voglia estrema di accenderne una e fumarla sul divano. Gustarmela, calmarmi così. In casa non ne ho, il che non può che essere un bene, col senno di poi.
Il giorno dopo lo racconto alla mia amica, lei ridendo mi dice “Ci manca solo che riprendi a fumare per la tesi!”. Devo trovare un altro modo per scaricare la tensione.

Poi riprendo, con un po’ più di calma.
Chiudo all’una, non ne ho più voglia. Quella che potrebbe essere definita ispirazione se n’è andata chissà dove. Siamo rimaste solo io, le zanzare e le mille bolle che mi hanno lasciato su gambe e braccia.
Al momento di salvare il documento, word mi chiede di dargli un nome.
Scrivo, senza pensarci su.
Si chiama “Capitolo 1, sul serio”.

(Un giorno dovrò togliere le ultime due parole. Spero vivamente di farlo prima di mandarlo alla mia relatrice).

martedì 7 maggio 2013

Ricorrenze

Io ho dei problemi seri con la sveglia, specialmente nel periodo degli esami.
La punto presto, sulle sette, ogni mattina. Ho cambiato anche suoneria, per cercare di farmela piacere un po’ di più. Non ha funzionato lo stesso.
Lei suona, io la rimando sempre più avanti finché ad un tratto non guardo lo schermo del cellulare, inorridisco e mi alzo di scatto dal letto. Come se il minuto dopo scoppiasse una bomba proprio sotto al letto e io dovessi immediatamente abbandonare la postazione (oddio, si vede che ho letto di recente Il corpo umano?).
Tutto questo progresso tecnologico, anni e anni di scoperte scientifiche, abbiamo sostituito i floppy disk con le chiavette USB e ancora non sono stati in grado di inventare il letto-sveglia. Quello che, all’ora prestabilita, si trasforma dolcemente in una sorta di sedia che piano piano ti mette in piedi et voilà, svegli alle sette tutti quanti. Magari con un po’ di musica classica in sottofondo, giusto per rendere tutto meno traumatico di quanto potrebbe sembrare.
C’è qualcosa che non torna in me, però. Fino ad un mese fa, ogni santo giorno, mi svegliavo alle sei precise.
Quindi i conti non tornano. Il mio problema è con la sveglia o con gli esami da preparare?
È un dubbio esistenziale, di prima mattina non va bene.

Basta, su. Giù dal letto.
Il buongiorno mi viene dato dal piede destro che poggia a terra. Fa uno strano rumore questo parquet. Uno scricchiolio leggero, solo la mattina quando mi sveglio, quando poggio il piede lì. Se ci passo durante la giornata non fa più rumore. O forse sono io che non ci faccio caso.

Spalanco le finestre, scopro senza molta sorpresa che piove anche oggi. Piove da tre giorni circa, ma forse è meglio così. Niente caldi prematuri ed opprimenti.
Mi preparo il caffè e mentre aspetto che salga, rispondo ai soliti messaggi di buongiorno. Mi fanno compagnia nell’attesa. La mia amica oggi ha un seminario o qualcosa del genere, l’altra sta impazzendo per un tirocinio da cominciare, mio fratello probabilmente avrà un’interrogazione. Poi un messaggio di una ricarica appena effettuata. Sarà mia madre: quando ricarica ad uno di noi tre figli, di conseguenza ricarica a tutti.

Guardo la data di oggi e realizzo che il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Sono passati due anni dal giorno che reputo uno dei più brutti della mia vita. E’ una ricorrenza che forse oggi non mi turba neanche più di tanto. Ho saputo metabolizzarla, ho saputo ricavarne qualcosa di positivo. E in questo mi sento grande.
Ho dei ricordi confusi di quel giorno e non so se sperare che un giorno vadano direttamente nel dimenticatoio oppure se pensare a quel triste evento mi possa aiutare ancora a guardare solo avanti.
Forse è da lì, è da quella giornata piena di sole che è cominciato tutto. E’ dalle mani ruvide sul viso, dalla voce che non riesce a tranquillizzarmi in nessun modo, dal richiamo violento di un’altra voce ancora che ho capito tutto.
O forse avevo capito già da tempo e quella è stata solo la conferma.

Si dice che quando si tocca il fondo, poi si può solo risalire. Non so se nell’arco di quelle ore terribili, io un qualunque fondo l’abbia toccato sul serio. So solo che per iniziare a risalire ci ho messo un po’ di tempo.
Ho imparato che dovevo cominciare a volere bene a me stessa per prima. Ho imparato che si deve andare avanti sempre, in qualche modo. Ogni tanto mi dimentico di tutte queste belle cose, ma penso sia giusto anche questo.
Penso sia giusto perdersi e poi ricominciare a ricostruirsi pian piano.
Mettersi in discussione, cercare di migliorarsi.

Quel giorno di due anni fa è la prova del fatto che ogni tanto anche le esperienze negative possono servire a qualcosa. Possono farci aprire gli occhi di fronte ad una realtà che per troppo tempo abbiamo voluto nascondere, senza pensare che metterci solo un telo di sopra non aiuta a risolvere niente.

mercoledì 10 aprile 2013

Tre anni.

Il soffitto di casa mia compie tre anni. E allora eccomi qui, a ringraziarvi tutti. Sapete come la penso: scrivere è bello, ma un blog senza lettori probabilmente non avrebbe vita lunga.
Tre anni penso siano tanti per un blog. In questo tempo ne ho visti tanti nascere, crescere e poi essere abbandonati a se stessi, nonostante i contenuti fossero interessanti, nonostante ci fossero lettori disposti a dedicare un po’ di tempo alle loro parole scritte.

Ovviamente, un blog conosce alti e bassi, come succede a tutte le cose. Il mio, in particolare, presenta momenti di attività piena, di post frequenti e momenti in cui sembra che io sia dispersa in qualche altro pianeta, vista la mia assenza.
Assenza dovuta alla mancanza di ispirazione,oppure ai troppi impegni, alla connessione che va lenta come una lumaca. Non ci crederete, ma quest’ultima variabile ha la sua importanza. Me ne rendo conto quando sono a casa dai miei: lì ho una potentissima quanto comune linea ADSL ed effettivamente riesco ad essere molto più presente rispetto a quando devo fare affidamento sulla mia semplice e un po’ sfigata chiavetta.  Sia qui sul mio blog che sui vostri.
Ma si fa quel che si può…

Il soffitto di casa mia è nato da una smisurata voglia di mettermi a scrivere sul serio, di confrontarmi con altri, vedere cosa suscitano le mie parole, mettermi un po' alla prova.
Il nome è venuto per caso, all'inizio pensavo fosse "provvisorio". Deriva dalla mia abitudine di addormentarmi, immersa in mille pensieri, fissando il soffitto di casa mia, stesa sul letto, con il naso all'insù. La versione meno poetica dello stare a guardare il cielo stellato...
Un soffitto che raccoglie i tanti pensieri che mi girano intorno.

Un blog anonimo, come saprete già.
Certe volte mi ritrovo a guardare i miei amici o i miei familiari e ad interrogarmi su cosa penserebbero loro di questo spazio, delle cose che scrivo.
Probabilmente, soffermandosi sulle mie parole, penserebbero di non conoscermi abbastanza. Mi vedrebbero sotto un'ottica diversa oppure avrebbero un'ulteriore conferma di quello che pensano sia il mio carattere? Chi lo sa ...

Quando ho cominciato a scrivere qui, non pensavo di arrivare a conoscere virtualmente così tante persone. Mi sento legata ad alcune, in particolare. Sono quelle che mi seguono da un po’ di tempo, che ormai sembrano essere capaci di leggere tra le righe. Non so se ci sia una perfetta coincidenza tra il modo di essere delle persone nel mondo virtuale e in quello reale, ma lo spero tanto, perché se così fosse - ipoteticamente parlando-
penso che mi troverei bene a fare due chiacchiere in libertà con un po’ di gente.

Potrei parlare di libri con Marta, potrebbe raccontarmi delle ultime novità a scuola. Serena invece potrebbe convincermi finalmente a mettere da parte i libri di carta e ad acquistare un ebook reader, così da avere meno caos in casa.
Potrei imparare a cucinare da Elisa, canticchiare con lei un po’ di De Andrè e magari ridere per il nostro essere stonate (il mio sicuramente); potremmo parlare di politica, ridere un po’ per le bizzarre trovate di un partito in particolare. Oppure potrei parlare della pesantezza di certi esami con Giulia, farmi raccontare della bellezza della Spagna, di cosa si prova a fare un’esperienza di questo genere.
Con ilfigliodelvento probabilmente mi perderei tra discorsi esistenziali non di poco conto, potremmo scambiarci le foto dei nostri mari, cercare di decidere quale sia il più bello e concludere la discussione rimanendo semplicemente d’accordo sul fatto che quel mare in cui si nasce è nostro per sempre. E magari potrei offrirgli uno yogurt al melone.
Viviana invece potrebbe convincermi a convertirmi alle arti marziali, lasciando un po’ da parte le lunghe camminate senza meta.

E potrei continuare ancora a parlare di voi tutti.

Io vi dico grazie, semplicemente.
Un sentito grazie, un sorriso. Di quelli grandi.
A tutti.

venerdì 5 aprile 2013

Di sogni confessati

Capita che ti svegli la mattina e scopri –senza tanto stupore- che piove anche oggi. Tra uno yogurt (alla vaniglia, sono tornata ai gusti dei comuni mortali) e uno spazzolino da denti, tra un calzino spaiato e una lente a contatto che fatica a stare dove dovrebbe stare, capita di pensare che la banalità della frase “non esistono più le mezze stagioni”  racchiude al suo interno quella che d’ora in avanti definirò la Somma Verità. E giuro, anzi prometto solennemente che la prossima volta che sentirò una vecchia pronunciare quelle sei parole una dietro l’altra, non formulerò automaticamente nella mia testa il pensiero “eccheppalleoh”.

Capita che mi rendo conto del fatto di essere diventata monotematica, di non fare altro che scrivere di pioggia da un po’ di tempo a questa parte, ma provate a capirmi: mi sono un po’ scocciata di sentirmi in autunno quando dovrebbero spuntare le prime margherite in giro.
E poi ho due paia di ballerine nuove che attendono di essere inaugurate.

Capita che decido saggiamente di esorcizzare tutto questo grigio, tutta questa tristezza esistenziale portata qui da questi maledetti nuvoloni ascoltando dalle cuffie di quel meraviglioso oggetto che è l’iPod le migliori canzoni dell’estate scorsa.
E sti cavoli. Io mi sento subito bene. Basta poco.
Capita che la smetto di parlare di meteo, altrimenti pensate che io non abbia niente di meglio di cui scrivere.

In tutto ciò ci scappa anche un pomeriggio in aula studio, senza voglia di studiare. È venerdì ed io sono stanca. Il caffè della macchinetta non fa effetto. Capita di ritrovarmi a fissare la roba che dovrei leggere,capire, sottolineare, schematizzare, memorizzare. Mi sento già con l’acqua alla gola e siamo solo al cinque di aprile. Qualcuno avrebbe dovuto fermarmi nel momento in cui ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza, altro che incitarmi a fare questo passo, altro che dirmi “si, guarda che potrai fare un sacco di cose dopo”.
Un sacco di cose, come no.

Il pensiero del “dopo” mi si sta riproponendo con una certa insistenza in testa, da qualche settimana a questa parte. A quanto pare non sono la sola: M. è preoccupata quanto me. Ma il fatto di essere in due mi consola.
Ho un sogno nel cassetto che non ha niente a che fare con quello che sto studiando.
L’altro giorno l’ho detto, l’ho confessato.

Il collega cinquantenne troppo gentile mi ha chiesto cosa studio e se mi piace.
Mi ha chiesto cosa voglio fare “da grande”.
Mi ha fatto queste domande per conversare, per staccare gli occhi da quel computer che fissava da ore senza badare ad altro. Non sa che in quel momento non poteva chiedermi di meglio, non sa il bene che mi ha fatto dire certe cose. Dirle così, senza pensarci. Dirle naturalmente, con tutta la spontaneità che solo certi sogni possono avere.
Non l’ho guardato neanche, mentre rispondevo. Guardavo e sistemavo le cartelle blu, meccanicamente.

A me piace scrivere. Eh sì, io voglio scrivere un libro.

È la seconda volta che confesso a voce il mio sogno. La prima è stata a diciotto anni appena compiuti, al mio esame di maturità. La mia tesina parlava del sogno. Il prof. mi chiese quale fosse il mio sogno nel cassetto.
Io lo guardai un istante e lo dissi, a voce alta e chiara. Lo dissi davanti alla commissione, davanti ad una ventina di amici venuti lì per ascoltarmi.
Il mio sogno è scrivere un libro.

E si, diciamolo pure. Per me, dire una cosa a voce è più difficile che scriverla.
Ci vuole più impegno, ci vuole più coraggio.

martedì 26 marzo 2013

Un tempo, quando ero piccola

Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.

Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.

Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.

Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.

Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.

E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.

Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.

Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.

Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.

Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.

Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.

Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.

Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.




lunedì 4 marzo 2013

Matteo,o Mattia

Alle due ho lezione, oggi pomeriggio. Arrivo in facoltà in anticipo, controllo in bacheca che l’aula in cui si terrà la lezione non sia stata spostata e vado a prendere posto.
Manca un quarto d’ora alla lezione, ci sono pochi studenti che non conosco neanche. Sono l’unica del mio gruppo a seguire questa  materia. Guardo l’agenda, controllo se devo restituire qualche libro in biblioteca. La mia memoria lascia molto a desiderare e per aiutarmi un po’ ho preso l’abitudine di scrivere ogni cosa.
Stavo proprio per appuntare una scadenza quando entra la segretaria e annuncia che il prof ha appena chiamato per comunicare che oggi non farà lezione.
La segretaria ha l’aria scocciata, come sempre. Sembra che faccia questo lavoro gratis. Scocciata dovrei essere io che ho perso un’ora della mia vita ad attendere un prof poco corretto. E mica mi pagano per star qui …
Prendo la mia roba e la riverso di nuovo in borsa. Metto la giacca, la sciarpa, avviso la mia amica che tra poco sarò in aula studio ed esco dalla facoltà con calma.
L’aria è primaverile, anche se dicono durerà poco.

In giardino ci sono tanti studenti seduti al sole, probabilmente saranno in pausa. A giudicare dalla folla, direi che oggi ci sono molte lezioni.
Sento il cellulare vibrare in borsa, mi fermo un attimo per prenderlo. È un sms della mia amica. Sono intenta a risponderle,quando sento qualcuno urlare da lontano il mio nome.
Il mio è un nome abbastanza comune, anche troppo. Talmente tanto che quando lo sento nominare per strada, neanche mi volto a vedere se cercano me.
Questa volta invece alzo gli occhi dallo schermo del cellulare, mi guardo un attimo attorno.
C’è qualcuno seduto in una panchina che mi fa cenni di saluto. Si sta sbracciando. Lo guardo bene, lo identifico.
È un ragazzo che ho conosciuto lo scorso semestre, più piccolo di me di qualche anno. Si chiama Matteo. O forse Mattia. Nome comune anche il suo. Ho rinunciato a chiamarlo per nome dopo la terza volta che mi ha corretto. Ho rinunciato a capire se lui è Matteo oppure Matteo è l’amico inseparabile e somigliante e quindi lui è Mattia.
Ma va bene lo stesso, non complichiamoci ‘sta vita che già di per sé è troppo ingarbugliata.
Non ricordo chi parlò chi per la prima volta, so solo che era un piacere scambiare due chiacchiere con lui. Diceva che gli sarebbe piaciuto fare l’Erasmus, che conosceva i posti dove sono nata perché c’era stato molti anni prima. Invidiava il mio mare. E ci credo!
Matteo/Mattia mi ha dato l’impressione di essere diverso dai suoi coetanei con la testa tra le nuvole. Ha l’aria un po’ da sfigato, come direbbe qualcuno, ma senza dubbio molto più rassicurante e simpatica di quella della gente iPhone/iPad/iPod-munita che si vede da queste parti.

Ricambio il saluto con la mano, pensando che la cosa finisse lì.
E invece no, Mattia/Matteo abbandona il gruppo e corre verso di me.
Che entusiasmo. Io, una corsa del genere, la farei solo se avessi un treno da prendere.

Si avvicina col fiatone, mi dà un bacio sulle guance per poi dire, un istante dopo, “Scusa se mi sono permesso”.  Forse, se avesse avuto un cappello in testa, se lo sarebbe tolto salutandomi.
Avrà notato che il gesto mi ha un po’ sorpresa. Gentile però a scusarsi in questo modo, non capita tutti i giorni di incontrare una persona del genere.  Sorrido, gli dico che non si deve scusare.

-          E allora? Come stai? Questa sessione di esami?
Eh, questa sessione. Assurda come poche, sfiancate come tutte. Lui che è ancora gggiovane qua dentro non può capire perfettamente. Gli dico che non vedo l’ora di finire, che l’università mi ha scocciata. Che arrivati alla fine, forse è normale non poterne più di esami e lezioni.

-          Ma dai che hai finito! E poi sì, ci sono io a sostenerti!

Mi sfrega la mano sulla spalla. Una sorta di carezza. Un
incoraggiamento. Io solitamente odio ogni tipo di contatto fisico -che non sia la stretta di mano- con chi conosco poco. Probabilmente mi irrigidisco un po’ e lui si ritira.
Gli chiedo della sua invece, di sessione di esami. Dice che è andata bene, anzi benone. Sono contenta per lui. Ha l’aria di chi lavora sodo, di chi studia perché gli piace farlo e non perché deve. E poi, cosa potrei aspettarmi mai da chi nelle pause inganna il tempo facendo la Settimana Enigmistica?

-          E adesso cosa fai?
Gli racconto della lezione annullata all’ultimo secondo. Gli dico che vado a studiare. Lui ha ancora tre ore di lezione da fare, dice che si annoia. La materia non gli piace. Non piaceva neanche a me, ora che ci penso.

-          Mi ha fatto veramente piacere vederti! Spero di beccarti presto da queste parti.
E poi di nuovo addosso, per chiudere la conversazione così come l’ha aperta: con due baci sulle guance. Senza scusarsi, questa volta.
E poi di nuovo la carezza sulla spalla.
Questa volta non mi dà fastidio.

Matteo/Mattia ha conquistato un briciolo di fiducia da parte mia. Non capita spesso.
Mi rimane il suo sorriso in testa. Un bel souvenir di questo incontro.