"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

sabato 18 maggio 2013

I fuori sede non mangiano carne

La carne è un bene prezioso, è troppo costosa e si sa: un fuori sede su tre è squattrinato. Controlla quanto spende, fa la spesa in base alle offerte del supermercato e ha nel comodino un altarino appositamente fatto in onore dell’artefice di quella meravigliosa iniziativa del Conad per la quale - fino a fine giugno – tantissimi beni di prima necessità quali pane, pasta, sugo e così via sono scontatissimi. Salvo poi spendere quanto risparmiato in spese inutili.
L’unica carne che mangiano i fuori sede è quella del kebab. O al massimo si va di wurstel e hamburger.
Ci sono famiglie al corrente del fatto che i figli fuori sede lassùalnord carne non ne mangiano e quindi provvedono a far partire i propri pargoli con qualcosa come un chilo di vitello a fettine, sottovuoto, in valigia, dentro la borsa frigo. La prima cosa che ti chiedono, non appena sei arrivata a destinazione, dopo innumerevoli ore di viaggio e una voglia di conversare pari a zero, è se hai messo la carne nel congelatore. Poi, dopo qualche settimana, quando alla classica domanda del “cos’hai mangiato”, tu rispondi “carne”, loro ti chiedono – orgogliosissimi di sé- se la carne che stai mangiando è proprio quella che ti sei portata da casa, pur sapendo già la risposta.
Ecco: la mia famiglia rientra appieno in questa categoria.

Capita però che un giorno decidi di comprare della carne tua sponte, perché questo vitello ti ha un po’ scocciato. Vai al supermercato, afferri una vaschetta di maiale con tanto di osso, torni a casa, congeli tutto e poi te ne dimentichi, fino ad arrivare a tre settimane dopo, quando apri il congelatore e ti ricordi dell’acquisto.
E dunque fettona di carne sia, ben cotta, come piace a me. Col rosmarino sopra. Ci metto qualcosa come dieci minuti a finirla tutta. La fotografo, come farebbe un bravo bimbominchia e la mando alla sister. “Guarda qua cosa mangio stasera!”.

Fiera di me, piena come un uovo, lavo il piatto, sistemo casa e guardo il pc.
Il pensiero della tesi è diventato abbastanza padrone della mia testa. Dovrei iniziare a scriverla, adesso che il mio indice è stato approvato.
Ho rimandato questo momento a lungo, letto su libri e siti di vario genere i più disparati consigli a riguardo. Eppure non ho scritto neanche una parola, per la paura di sbagliare.
Mi siedo un attimo, fisso il pc, poi la pila di fotocopie e di libri e poi l’ora. Sono le nove, in tv non c’è niente. Stasera non esco, domani devo studiare.
Ma sì. Proviamo.

Imposto la pagina di Word con le istruzioni che trovo sul sito dell’università. Inizio ad aprire libri, a consultare i miei schemi, i miei appunti. Un sospiro profondo e via.
Le note, ca**o. Io ho paura delle note, delle citazioni, di tutto.
Ci provo lo stesso, seguo le indicazioni passo dopo passo.
A farmi compagnia c’è una zanzara che mi ronza intorno. Ogni tanto mi punge, ‘sta str****. Rimpiango di non essere con la mia amica, lei che le fa fuori tutte, a colpi di pesanti libri.

Dopo non so quanto, ho finito di scrivere la prima pagina. Fisso lo schermo, non mi pare vero. Non so se va bene, non so è giusto. Non lo so, non so niente. Però ho iniziato.
Finalmente ho iniziato.
Ho una certa ansia addosso, dovrei scaricarla in qualche modo. Per la prima volta, dopo un anno e mezzo di lontananza dalle sigarette, ho una voglia estrema di accenderne una e fumarla sul divano. Gustarmela, calmarmi così. In casa non ne ho, il che non può che essere un bene, col senno di poi.
Il giorno dopo lo racconto alla mia amica, lei ridendo mi dice “Ci manca solo che riprendi a fumare per la tesi!”. Devo trovare un altro modo per scaricare la tensione.

Poi riprendo, con un po’ più di calma.
Chiudo all’una, non ne ho più voglia. Quella che potrebbe essere definita ispirazione se n’è andata chissà dove. Siamo rimaste solo io, le zanzare e le mille bolle che mi hanno lasciato su gambe e braccia.
Al momento di salvare il documento, word mi chiede di dargli un nome.
Scrivo, senza pensarci su.
Si chiama “Capitolo 1, sul serio”.

(Un giorno dovrò togliere le ultime due parole. Spero vivamente di farlo prima di mandarlo alla mia relatrice).

martedì 7 maggio 2013

Ricorrenze

Io ho dei problemi seri con la sveglia, specialmente nel periodo degli esami.
La punto presto, sulle sette, ogni mattina. Ho cambiato anche suoneria, per cercare di farmela piacere un po’ di più. Non ha funzionato lo stesso.
Lei suona, io la rimando sempre più avanti finché ad un tratto non guardo lo schermo del cellulare, inorridisco e mi alzo di scatto dal letto. Come se il minuto dopo scoppiasse una bomba proprio sotto al letto e io dovessi immediatamente abbandonare la postazione (oddio, si vede che ho letto di recente Il corpo umano?).
Tutto questo progresso tecnologico, anni e anni di scoperte scientifiche, abbiamo sostituito i floppy disk con le chiavette USB e ancora non sono stati in grado di inventare il letto-sveglia. Quello che, all’ora prestabilita, si trasforma dolcemente in una sorta di sedia che piano piano ti mette in piedi et voilà, svegli alle sette tutti quanti. Magari con un po’ di musica classica in sottofondo, giusto per rendere tutto meno traumatico di quanto potrebbe sembrare.
C’è qualcosa che non torna in me, però. Fino ad un mese fa, ogni santo giorno, mi svegliavo alle sei precise.
Quindi i conti non tornano. Il mio problema è con la sveglia o con gli esami da preparare?
È un dubbio esistenziale, di prima mattina non va bene.

Basta, su. Giù dal letto.
Il buongiorno mi viene dato dal piede destro che poggia a terra. Fa uno strano rumore questo parquet. Uno scricchiolio leggero, solo la mattina quando mi sveglio, quando poggio il piede lì. Se ci passo durante la giornata non fa più rumore. O forse sono io che non ci faccio caso.

Spalanco le finestre, scopro senza molta sorpresa che piove anche oggi. Piove da tre giorni circa, ma forse è meglio così. Niente caldi prematuri ed opprimenti.
Mi preparo il caffè e mentre aspetto che salga, rispondo ai soliti messaggi di buongiorno. Mi fanno compagnia nell’attesa. La mia amica oggi ha un seminario o qualcosa del genere, l’altra sta impazzendo per un tirocinio da cominciare, mio fratello probabilmente avrà un’interrogazione. Poi un messaggio di una ricarica appena effettuata. Sarà mia madre: quando ricarica ad uno di noi tre figli, di conseguenza ricarica a tutti.

Guardo la data di oggi e realizzo che il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Sono passati due anni dal giorno che reputo uno dei più brutti della mia vita. E’ una ricorrenza che forse oggi non mi turba neanche più di tanto. Ho saputo metabolizzarla, ho saputo ricavarne qualcosa di positivo. E in questo mi sento grande.
Ho dei ricordi confusi di quel giorno e non so se sperare che un giorno vadano direttamente nel dimenticatoio oppure se pensare a quel triste evento mi possa aiutare ancora a guardare solo avanti.
Forse è da lì, è da quella giornata piena di sole che è cominciato tutto. E’ dalle mani ruvide sul viso, dalla voce che non riesce a tranquillizzarmi in nessun modo, dal richiamo violento di un’altra voce ancora che ho capito tutto.
O forse avevo capito già da tempo e quella è stata solo la conferma.

Si dice che quando si tocca il fondo, poi si può solo risalire. Non so se nell’arco di quelle ore terribili, io un qualunque fondo l’abbia toccato sul serio. So solo che per iniziare a risalire ci ho messo un po’ di tempo.
Ho imparato che dovevo cominciare a volere bene a me stessa per prima. Ho imparato che si deve andare avanti sempre, in qualche modo. Ogni tanto mi dimentico di tutte queste belle cose, ma penso sia giusto anche questo.
Penso sia giusto perdersi e poi ricominciare a ricostruirsi pian piano.
Mettersi in discussione, cercare di migliorarsi.

Quel giorno di due anni fa è la prova del fatto che ogni tanto anche le esperienze negative possono servire a qualcosa. Possono farci aprire gli occhi di fronte ad una realtà che per troppo tempo abbiamo voluto nascondere, senza pensare che metterci solo un telo di sopra non aiuta a risolvere niente.

mercoledì 10 aprile 2013

Tre anni.

Il soffitto di casa mia compie tre anni. E allora eccomi qui, a ringraziarvi tutti. Sapete come la penso: scrivere è bello, ma un blog senza lettori probabilmente non avrebbe vita lunga.
Tre anni penso siano tanti per un blog. In questo tempo ne ho visti tanti nascere, crescere e poi essere abbandonati a se stessi, nonostante i contenuti fossero interessanti, nonostante ci fossero lettori disposti a dedicare un po’ di tempo alle loro parole scritte.

Ovviamente, un blog conosce alti e bassi, come succede a tutte le cose. Il mio, in particolare, presenta momenti di attività piena, di post frequenti e momenti in cui sembra che io sia dispersa in qualche altro pianeta, vista la mia assenza.
Assenza dovuta alla mancanza di ispirazione,oppure ai troppi impegni, alla connessione che va lenta come una lumaca. Non ci crederete, ma quest’ultima variabile ha la sua importanza. Me ne rendo conto quando sono a casa dai miei: lì ho una potentissima quanto comune linea ADSL ed effettivamente riesco ad essere molto più presente rispetto a quando devo fare affidamento sulla mia semplice e un po’ sfigata chiavetta.  Sia qui sul mio blog che sui vostri.
Ma si fa quel che si può…

Il soffitto di casa mia è nato da una smisurata voglia di mettermi a scrivere sul serio, di confrontarmi con altri, vedere cosa suscitano le mie parole, mettermi un po' alla prova.
Il nome è venuto per caso, all'inizio pensavo fosse "provvisorio". Deriva dalla mia abitudine di addormentarmi, immersa in mille pensieri, fissando il soffitto di casa mia, stesa sul letto, con il naso all'insù. La versione meno poetica dello stare a guardare il cielo stellato...
Un soffitto che raccoglie i tanti pensieri che mi girano intorno.

Un blog anonimo, come saprete già.
Certe volte mi ritrovo a guardare i miei amici o i miei familiari e ad interrogarmi su cosa penserebbero loro di questo spazio, delle cose che scrivo.
Probabilmente, soffermandosi sulle mie parole, penserebbero di non conoscermi abbastanza. Mi vedrebbero sotto un'ottica diversa oppure avrebbero un'ulteriore conferma di quello che pensano sia il mio carattere? Chi lo sa ...

Quando ho cominciato a scrivere qui, non pensavo di arrivare a conoscere virtualmente così tante persone. Mi sento legata ad alcune, in particolare. Sono quelle che mi seguono da un po’ di tempo, che ormai sembrano essere capaci di leggere tra le righe. Non so se ci sia una perfetta coincidenza tra il modo di essere delle persone nel mondo virtuale e in quello reale, ma lo spero tanto, perché se così fosse - ipoteticamente parlando-
penso che mi troverei bene a fare due chiacchiere in libertà con un po’ di gente.

Potrei parlare di libri con Marta, potrebbe raccontarmi delle ultime novità a scuola. Serena invece potrebbe convincermi finalmente a mettere da parte i libri di carta e ad acquistare un ebook reader, così da avere meno caos in casa.
Potrei imparare a cucinare da Elisa, canticchiare con lei un po’ di De Andrè e magari ridere per il nostro essere stonate (il mio sicuramente); potremmo parlare di politica, ridere un po’ per le bizzarre trovate di un partito in particolare. Oppure potrei parlare della pesantezza di certi esami con Giulia, farmi raccontare della bellezza della Spagna, di cosa si prova a fare un’esperienza di questo genere.
Con ilfigliodelvento probabilmente mi perderei tra discorsi esistenziali non di poco conto, potremmo scambiarci le foto dei nostri mari, cercare di decidere quale sia il più bello e concludere la discussione rimanendo semplicemente d’accordo sul fatto che quel mare in cui si nasce è nostro per sempre. E magari potrei offrirgli uno yogurt al melone.
Viviana invece potrebbe convincermi a convertirmi alle arti marziali, lasciando un po’ da parte le lunghe camminate senza meta.

E potrei continuare ancora a parlare di voi tutti.

Io vi dico grazie, semplicemente.
Un sentito grazie, un sorriso. Di quelli grandi.
A tutti.

venerdì 5 aprile 2013

Di sogni confessati

Capita che ti svegli la mattina e scopri –senza tanto stupore- che piove anche oggi. Tra uno yogurt (alla vaniglia, sono tornata ai gusti dei comuni mortali) e uno spazzolino da denti, tra un calzino spaiato e una lente a contatto che fatica a stare dove dovrebbe stare, capita di pensare che la banalità della frase “non esistono più le mezze stagioni”  racchiude al suo interno quella che d’ora in avanti definirò la Somma Verità. E giuro, anzi prometto solennemente che la prossima volta che sentirò una vecchia pronunciare quelle sei parole una dietro l’altra, non formulerò automaticamente nella mia testa il pensiero “eccheppalleoh”.

Capita che mi rendo conto del fatto di essere diventata monotematica, di non fare altro che scrivere di pioggia da un po’ di tempo a questa parte, ma provate a capirmi: mi sono un po’ scocciata di sentirmi in autunno quando dovrebbero spuntare le prime margherite in giro.
E poi ho due paia di ballerine nuove che attendono di essere inaugurate.

Capita che decido saggiamente di esorcizzare tutto questo grigio, tutta questa tristezza esistenziale portata qui da questi maledetti nuvoloni ascoltando dalle cuffie di quel meraviglioso oggetto che è l’iPod le migliori canzoni dell’estate scorsa.
E sti cavoli. Io mi sento subito bene. Basta poco.
Capita che la smetto di parlare di meteo, altrimenti pensate che io non abbia niente di meglio di cui scrivere.

In tutto ciò ci scappa anche un pomeriggio in aula studio, senza voglia di studiare. È venerdì ed io sono stanca. Il caffè della macchinetta non fa effetto. Capita di ritrovarmi a fissare la roba che dovrei leggere,capire, sottolineare, schematizzare, memorizzare. Mi sento già con l’acqua alla gola e siamo solo al cinque di aprile. Qualcuno avrebbe dovuto fermarmi nel momento in cui ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza, altro che incitarmi a fare questo passo, altro che dirmi “si, guarda che potrai fare un sacco di cose dopo”.
Un sacco di cose, come no.

Il pensiero del “dopo” mi si sta riproponendo con una certa insistenza in testa, da qualche settimana a questa parte. A quanto pare non sono la sola: M. è preoccupata quanto me. Ma il fatto di essere in due mi consola.
Ho un sogno nel cassetto che non ha niente a che fare con quello che sto studiando.
L’altro giorno l’ho detto, l’ho confessato.

Il collega cinquantenne troppo gentile mi ha chiesto cosa studio e se mi piace.
Mi ha chiesto cosa voglio fare “da grande”.
Mi ha fatto queste domande per conversare, per staccare gli occhi da quel computer che fissava da ore senza badare ad altro. Non sa che in quel momento non poteva chiedermi di meglio, non sa il bene che mi ha fatto dire certe cose. Dirle così, senza pensarci. Dirle naturalmente, con tutta la spontaneità che solo certi sogni possono avere.
Non l’ho guardato neanche, mentre rispondevo. Guardavo e sistemavo le cartelle blu, meccanicamente.

A me piace scrivere. Eh sì, io voglio scrivere un libro.

È la seconda volta che confesso a voce il mio sogno. La prima è stata a diciotto anni appena compiuti, al mio esame di maturità. La mia tesina parlava del sogno. Il prof. mi chiese quale fosse il mio sogno nel cassetto.
Io lo guardai un istante e lo dissi, a voce alta e chiara. Lo dissi davanti alla commissione, davanti ad una ventina di amici venuti lì per ascoltarmi.
Il mio sogno è scrivere un libro.

E si, diciamolo pure. Per me, dire una cosa a voce è più difficile che scriverla.
Ci vuole più impegno, ci vuole più coraggio.

martedì 26 marzo 2013

Un tempo, quando ero piccola

Piove ancora, piove anche oggi.
Montgomery, ancora. Con la cerniera tirata su fino al collo. E poi la sciarpa di lana, quella che la mia amica mi ha regalato per Natale. Ha scelto la lana più morbida, quella più calda e ha chiesto a sua madre di fare una sciarpa per me. Un regalo gradito, utile. Un regalo che porto sempre con me da mesi, nonostante la mia collezione conti ormai quasi una trentina di pezzi.
E con la sciarpa gli stivali.
E con gli stivali, l’ombrello rosso.

Di fretta, anche oggi.
Inizio a pensare che la fretta sia soltanto un mio stato mentale. Il camminare per strada velocemente come se stessi per perdere il treno della mia vita, quei passi svelti uno dietro l’altro. Sono un razzo, è difficile starmi dietro. E per me è difficile stare dietro agli altri, quella gente normale che cammina come tutti i comuni mortali.
Forse non sono mai realmente in ritardo, ma nonostante questo faccio sempre tutto di fretta, complice l’orologio che ho al polso, le cui lancette sono perennemente spostate qualche minuto avanti.

Devo sistemare l’orario, mettermi in regola con il Mondo.
Me lo ripeto spesso, ma non lo faccio mai. Potrei alzarmi dal letto, adesso. Raggiungere il mobile sotto lo specchio, afferrare l’orologio e sistemarlo. Invece me ne sto qui, al caldo sotto il plaid rosso, nel silenzio di questa casa ormai solitaria.

Un quarto d’ora a piedi e sono a destinazione, al lavoro. La gente normale impiegherebbe mezz’ora o venti minuti a percorrere lo stesso mio tragitto.
Saluto i colleghi, tolgo gli strati di lana che mi hanno protetta dal freddo stamattina. Qui dentro si muore di caldo, ci saranno trenta gradi almeno.
Mi svesto velocemente, di fretta.
Chissà che pensano di me qua dentro. Sono la solitaria, silenziosa Chiara. Quella che apre bocca solo per dire “Ok”,oppure “va bene”, o al massimo “certo, lo faccio subito”.

Passo dalla stanza piccola, dove c’è la scrivania di uno dei responsabili. Con lo sguardo vado dritta nella scatola dei documenti da posare, dritta al mio obiettivo. Mi accorgo qualche istante dopo essere entrata nella stanza di una presenza anomala. È una bambina, seduta alla scrivania. I capelli ricci e scuri, il viso tondo e le guance rosse. I piedi non le arrivano al pavimento. Sta seduta, muove le gambe nel vuoto. Prima una,poi l’altra. Un moto perpetuo.

E questa cosa ci fa qua? Da dove viene?
La saluto, le sorrido. È una sorpresa piacevole. Si chiama Serena e penso proprio sia figlia di qualcuno che lavora qui.
Sistemo i documenti nelle loro cartelle, quando ho finito entra G., il collega quarantenne superconcentrato, quello che dopo dieci giorni di lavoro insieme mi ha rivolto un “Scusa, ma tu come ti chiami chè non mi ricordo il tuo nome?”.
Ecco, il mio nome non me l’aveva mai chiesto prima.

Serena è la sua bambina. Non le somiglia affatto. Quindi è la stessa che si vede nel desktop del suo computer, a meno che non sia qualche sorella piccola. Starà qui qualche ora, parcheggiata in questa scrivania ad annoiarsi un po’, per poi essere prelevata da qualche familiare e portata in un altro posto.

Passo il tempo successivo a lavorare con G., in silenzio. Lui ordina, io eseguo.
Ogni tanto lancio uno sguardo alla piccola Serena. Disegna su un foglio bianco. Non ha i colori e quindi usa gli evidenziatori dell’ufficio. Non ho idea di cosa stia creando la nostra piccola artista. Certo è molto impegnata.

Serena mi ricorda me, anni e anni fa. Quando ero piccola mi piaceva andare nell’ufficio con papà. Mi ci portava ogni tanto, quando era in servizio di pomeriggio e sapeva che il lavoro sarebbe stato un po’ meno del solito.
Mi sistemavo anche io in un angolo, su qualche scrivania non occupata dai suoi colleghi. Prendevo qualche foglio di carta e mi dilettavo a disegnare e colorare con tutto quello che trovavo nel portapenne. Le mie improbabili opere d’arte venivano regalate ai colleghi di papà, con tanto di stupore, gioia e ringraziamenti. Probabilmente qualche ora dopo erano già nella spazzatura, insieme a chissà cos’altro. Negli anni novanta non si faceva la differenziata.

Quando mi scocciavo, andavo nel giardinetto vicino all’edificio dove lavorava. C’erano delle giostre: uno scivolo, l’altalena, un dondolo. La mia preferita era l’altalena, mi piaceva volare in quel modo. Lo scivolo un po’ mi faceva paura. Prima la scaletta, dovevo star attenta a mettere i piedi nel posto giusto. Poi arrivavo in cima, mi sedevo e da lì si arrivava in un attimo in fondo. Quel momento in cui dovevo abbandonarmi a me stessa e scivolare giù, un po’ mi spaventava.

Quando papà andava in pausa, lo accompagnavo al bar. Un caffè per lui, un succo di frutta per me.
E poi di nuovo dentro, fino all’ora di chiusura.

Serena però sembra annoiarsi, adesso. Forse non vede l’ora di uscire da qui, forse non le piacciono gli evidenziatori azzurri. Non piacciono neanche a me.
Quando vengono a prenderla, la piccola sembra contenta di andar via. Si veste velocemente, dà un bacio al padre, poi si gira verso di me e mi saluta.
Ricambio, le sorrido.

Ciao Serena. Mi hai fatto ricordare di quando ero piccola.




lunedì 4 marzo 2013

Matteo,o Mattia

Alle due ho lezione, oggi pomeriggio. Arrivo in facoltà in anticipo, controllo in bacheca che l’aula in cui si terrà la lezione non sia stata spostata e vado a prendere posto.
Manca un quarto d’ora alla lezione, ci sono pochi studenti che non conosco neanche. Sono l’unica del mio gruppo a seguire questa  materia. Guardo l’agenda, controllo se devo restituire qualche libro in biblioteca. La mia memoria lascia molto a desiderare e per aiutarmi un po’ ho preso l’abitudine di scrivere ogni cosa.
Stavo proprio per appuntare una scadenza quando entra la segretaria e annuncia che il prof ha appena chiamato per comunicare che oggi non farà lezione.
La segretaria ha l’aria scocciata, come sempre. Sembra che faccia questo lavoro gratis. Scocciata dovrei essere io che ho perso un’ora della mia vita ad attendere un prof poco corretto. E mica mi pagano per star qui …
Prendo la mia roba e la riverso di nuovo in borsa. Metto la giacca, la sciarpa, avviso la mia amica che tra poco sarò in aula studio ed esco dalla facoltà con calma.
L’aria è primaverile, anche se dicono durerà poco.

In giardino ci sono tanti studenti seduti al sole, probabilmente saranno in pausa. A giudicare dalla folla, direi che oggi ci sono molte lezioni.
Sento il cellulare vibrare in borsa, mi fermo un attimo per prenderlo. È un sms della mia amica. Sono intenta a risponderle,quando sento qualcuno urlare da lontano il mio nome.
Il mio è un nome abbastanza comune, anche troppo. Talmente tanto che quando lo sento nominare per strada, neanche mi volto a vedere se cercano me.
Questa volta invece alzo gli occhi dallo schermo del cellulare, mi guardo un attimo attorno.
C’è qualcuno seduto in una panchina che mi fa cenni di saluto. Si sta sbracciando. Lo guardo bene, lo identifico.
È un ragazzo che ho conosciuto lo scorso semestre, più piccolo di me di qualche anno. Si chiama Matteo. O forse Mattia. Nome comune anche il suo. Ho rinunciato a chiamarlo per nome dopo la terza volta che mi ha corretto. Ho rinunciato a capire se lui è Matteo oppure Matteo è l’amico inseparabile e somigliante e quindi lui è Mattia.
Ma va bene lo stesso, non complichiamoci ‘sta vita che già di per sé è troppo ingarbugliata.
Non ricordo chi parlò chi per la prima volta, so solo che era un piacere scambiare due chiacchiere con lui. Diceva che gli sarebbe piaciuto fare l’Erasmus, che conosceva i posti dove sono nata perché c’era stato molti anni prima. Invidiava il mio mare. E ci credo!
Matteo/Mattia mi ha dato l’impressione di essere diverso dai suoi coetanei con la testa tra le nuvole. Ha l’aria un po’ da sfigato, come direbbe qualcuno, ma senza dubbio molto più rassicurante e simpatica di quella della gente iPhone/iPad/iPod-munita che si vede da queste parti.

Ricambio il saluto con la mano, pensando che la cosa finisse lì.
E invece no, Mattia/Matteo abbandona il gruppo e corre verso di me.
Che entusiasmo. Io, una corsa del genere, la farei solo se avessi un treno da prendere.

Si avvicina col fiatone, mi dà un bacio sulle guance per poi dire, un istante dopo, “Scusa se mi sono permesso”.  Forse, se avesse avuto un cappello in testa, se lo sarebbe tolto salutandomi.
Avrà notato che il gesto mi ha un po’ sorpresa. Gentile però a scusarsi in questo modo, non capita tutti i giorni di incontrare una persona del genere.  Sorrido, gli dico che non si deve scusare.

-          E allora? Come stai? Questa sessione di esami?
Eh, questa sessione. Assurda come poche, sfiancate come tutte. Lui che è ancora gggiovane qua dentro non può capire perfettamente. Gli dico che non vedo l’ora di finire, che l’università mi ha scocciata. Che arrivati alla fine, forse è normale non poterne più di esami e lezioni.

-          Ma dai che hai finito! E poi sì, ci sono io a sostenerti!

Mi sfrega la mano sulla spalla. Una sorta di carezza. Un
incoraggiamento. Io solitamente odio ogni tipo di contatto fisico -che non sia la stretta di mano- con chi conosco poco. Probabilmente mi irrigidisco un po’ e lui si ritira.
Gli chiedo della sua invece, di sessione di esami. Dice che è andata bene, anzi benone. Sono contenta per lui. Ha l’aria di chi lavora sodo, di chi studia perché gli piace farlo e non perché deve. E poi, cosa potrei aspettarmi mai da chi nelle pause inganna il tempo facendo la Settimana Enigmistica?

-          E adesso cosa fai?
Gli racconto della lezione annullata all’ultimo secondo. Gli dico che vado a studiare. Lui ha ancora tre ore di lezione da fare, dice che si annoia. La materia non gli piace. Non piaceva neanche a me, ora che ci penso.

-          Mi ha fatto veramente piacere vederti! Spero di beccarti presto da queste parti.
E poi di nuovo addosso, per chiudere la conversazione così come l’ha aperta: con due baci sulle guance. Senza scusarsi, questa volta.
E poi di nuovo la carezza sulla spalla.
Questa volta non mi dà fastidio.

Matteo/Mattia ha conquistato un briciolo di fiducia da parte mia. Non capita spesso.
Mi rimane il suo sorriso in testa. Un bel souvenir di questo incontro.

martedì 26 febbraio 2013

Ritorni

Le elezioni sono un valido motivo per tornare a casa, usufruendo tra l'altro di un mega sconto sui treni, tale che il costo dei viaggi raggiunga livelli normali. Della serie che posso tranquillamente prendere un treno senza dovermi vendere un rene. 
Si parte col caos da Apocalisse alla stazione perché oltre al weekend ci sono le elezioni. Oltre alle elezioni pare ci sia l'ultima Messa del Papa e la gente non può certo perdersela. E oltre a weekend, elezioni e Papa ci sono in media venti centimetri di neve in tutto il Nord Italia.
Basta questo a fare andare la gente nel panico, me inclusa. Tutti incollati davanti agli schermi degli orari, a lamentarsi dei venti minuti medi di ritardo per ogni Freccia proveniente dal Nord. 

Il Mondo sta andando a rotoli, lo sapevate? Tutte le certezze della mia breve esistenza sono venute meno quando ho saputo che anche le Frecce potevano avere dei ritardi. Questi treni hanno iniziato a circolare quando io ero ai primi anni di università, probabilmente tra il primo e il secondo. Erano descritti come infallibili, velocissimi, nuovissimi, pulitissimi, spaziosissimi e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Io credevo che le Frecce fossero la soluzione a tutti i miei problemi. 
Ci credevo, prima di venire a sapere i loro prezzi. 
Poi ho pensato "va bene, costa tanto, ma almeno non farà mai ritardo". 
E invece no, a quanto pare anche le Frecce accumulano minuti di ritardo rendendo la gente più nevrotica del solito. 

Comunque, persa la Certezza Assoluta, riesco a salire sulla mia Freccia. Abbandono la valigia in un posto spero sicuro e mi avvio al mio posto, occupato da uno zaino blu di un tizio che dorme accanto. 
A svegliarlo ci pensano gli altri due ragazzi che a quanto pare sono con lui. Mormorano qualcosa in spagnolo, lui lo sposta e chiede scusa. Così posso finalmente accomodarmi e comunicare al mondo, tramite sms, che sono riuscita a prendere questo benedetto treno.

I miei compagni di viaggio iniziano a parlare tra loro. Io adoro lo spagnolo, è una lingua che mi ricorda gli scambi di email, durante l'adolescenza, con i parenti argentini. Mi ricorda la zia che veniva ogni tanto in Italia, in estate, e mischiava lo spagnolo al dialetto per farsi capire un po'.
A quanto pare i tre ragazzi sono in Erasmus in Italia e hanno pensato bene di fare un tour turistico per le grandi città italiane. Uno di loro parla l'italiano benissimo, gli altri due si fanno capire.
Canticchiano "La donna è mobile", chiedono quale sia l'equivalente al femminile di uomo. Pensano si dica "ragazza". 

Nei posti a fianco ci sono una ragazzina di tredici anni circa e una donna che probabilmente sarà sua madre. Entrambe bionde, entrambe magrissime e molto curate. Parlano di danza, a quanto pare la ragazzina dovrà andare a fare un provino o qualcosa di simile. Appare molto annoiata, mentre la donna che è con lei è attivissima e probabilmente anche un po' rompic*******. 
Uso questo termine e non uno più "elegante" perché penso che se la tredicenne avesse potuto, l'avrebbe mandata sul serio a quel paese. 
Era tutto un "Ma lo chignon quando lo facciamo?". "Dobbiamo fare in fretta quando arriviamo". "Magari prendiamo un taxi per andare in hotel". "Non hai fatto colazione, vuoi un panino così già che ci sei pranzi?". 
La ragazzina non pare abbia fame, ma lei tira fuori un simil panino grande quanto metà pugno della mia mano e glielo porge.
Lei toglie la carta, inizia a mangiarlo con lentezza. 
Arriva a destinazione e non ne ha finito neanche mezzo. 
Io un panino così l'avrei mangiato in cinque minuti. 
E vabbè. 

Gli Erasmus scendono dal treno, salutano, ringraziano (di cosa non lo so), sorridono. Sono gentili, questi spagnoli. 
Il resto del viaggio passa ascoltando l'iPod e leggendo Madame Bovary. 
Scrivo un paio di cretinate su Twitter, per far passare il tempo. Sento un paio di amici, mi accerto di trovarli a casa. 

Poi vedo il mare, il primo mare dopo tante ore di viaggio. 
Forse non mi crederete, ma la gente che era su quel treno ha cominciato a fissare i finestrini, incantata da quell'acqua grigia a causa del cielo piovoso.
Sarà stata un'impressione, ma a me è parso che all'improvviso in quel vagone fosse calato il silenzio. 
Silenzio, state zitti. 
Qua c'è un mare da vedere. 
C'è gente che non lo vede da settimane.

Arrivo a casa che è sera ormai. Ad accogliermi in stazione c'è la mamma, mi annuncia che ha fatto la torta alla banana, per il mio arrivo. 
Piove un sacco, piove sempre. 
Ho gustato il sole un giorno soltanto, troppo poco per i miei gusti.

Non sto combinando niente di concreto. Passo le giornate tra un divano e l'altro, rimandando le cose da fare a momenti successivi che ancora non sono arrivati. C'è un senso di insoddisfazione a fare da sottofondo.

Dormo col Gatto accanto. Ogni tanto mi poggia le zampette anteriori sulla spalla e si sporge verso la mia faccia per guardarmi. Sta così qualche istante, poi torna a dormire. 
Sembra voler accertarsi della mia presenza, sembra voler vedere se è un sogno o se è vero. 

venerdì 22 febbraio 2013

Pensieri Random

Ringraziate tutti in coro Viviana
G-R-A-Z-I-E      V-I-V-I-A-N-A!
Mi ha assegnato questo premio. Consiste nell'elencare sette cose sul proprio conto. Quale scusa migliore per scrivere un post ben più leggero -e spero piacevole- rispetto ai precedenti?

E dunque, elenco sia. 
Pensieri random, chè qua son le undici e stanotte non ho dormito per niente. 

1. Ho riscoperto la voglia di leggere. L'avevo persa: in un anno intero ho letto solo due libri, il che non è proprio da me. Adesso ho ripreso il ritmo: leggo di nuovo a più non posso. Ogni settimana vado in biblioteca a prenderne un paio. Il bello del prenderli in prestito sta nel fatto che se un libro non mi piace molto, posso almeno affermare di non aver sprecato neanche un centesimo nel suo acquisto. Il problema sorge poi quando un libro mi è piaciuto tantissimo...

2. Ho iniziato a scrivere poesia da piccola, avevo circa otto anni. Le componevo nella mia cameretta, seduta alla scrivania bianca e rossa. Scrivevo, leggevo, modificavo e poi mi alzavo di scatto, facendo strisciare i piedi della sedia sul pavimento. Andavo a farle leggere ai membri della famiglia, nell'ordine in cui li trovavo sparsi per casa. Solitamente il primo che incontravo era papà, poi in cucina trovavo la mamma, alle prese con qualche pranzo o qualche cena da preparare e per ultima mia sorella, anche se lei non apprezzava, anzi mi prendeva anche un po' in giro (oggi invece la situazione è completamene diversa!). Mio fratello era un lattante ancora. Mi piaceva sentirmi dire che ero brava, che sapevo scrivere. Mi spronava a continuare, a coltivare questa passione. Se non me l'avessero detto, forse avrei lasciato perdere tutto. 
Oggi  mi ritrovo a scrivere furtivamente su questo blog, col terrore ingiustificato che qualcuno mi scopra. Mi sento una ladra, ma non riesco a condividere questo spazio con nessuno che mi conosca nella vita di tutti i giorni e un po' mi dispiace. Penso soprattutto ad una persona con cui condivido molte cose, a quanto potrebbe rimanerci male se lo scoprisse. 

3. Ho la scheda elettorale pronta per domenica. Finalmente posso esprimere la mia preferenza per qualcosa di veramente serio. Nell'aprile 2008 non avevo ancora compiuto 18 anni, a differenza di tutti i miei compagni di classe. Ricordo che mi sentivo "diversa", troppo piccola. Un po' ... impotente.

4. La neve mi mette ansia. Dopo le abbondanti nevicate dello scorso anno, ho notato che appena cade qualche fiocco, ci metto un attimo ad andare in panico. La verità è che io non sono in grado di stare in casa per più di 24 ore. L'anno scorso -causa neve- non ho potuto mettere naso fuori per quattro giorni. Stavo impazzendo, giuro.

5. Ogni tanto scrivo i vostri commenti nella mia agenda e vado a rileggerli quando mi sento giù. Scrivo quelli che mi arrivano dritti al cuore alla prima lettura. Potrebbe sembrare una frase fatta, ma ho notato -soprattutto negli ultimi post- una certa vicinanza da parte di voi lettori, in particolar modo da chi mi segue da un po'. La sento sul serio, vi sento partecipi.

6. Una volta ho vinto due biglietti per i concerti della Coca Cola. Era una cosa rarissima, a quanto pare. E invece sono riuscita a farcela, ma non ci sono potuta andare. Inutile dire che è stata l'unica volta in vita mia in cui ho vinto qualcosa.

7. Qualche settimana fa, sull'account Twitter collegato al blog (per rimanere in tema con gli ultimi pensieri del punto 2), ho scoperto con immenso stupore che qualcuno dei miei follower aveva ritwittato un pensiero scritto da una persona che conosco nel reale mondo di tutti i giorni. 
Lì per lì è stato "panico". 

venerdì 15 febbraio 2013

"E quel sole ce l'hai dentro al cuore" *

Non è un bel periodo, ve l’avevo già detto. Il mio silenzio da queste parti ne è la prova. Ci sono una serie di cose che mi stanno rendendo le giornate più pesanti del solito. Ci sono quelle brutte notizie che arrivano da lontano, capaci di destabilizzarti come poche altre cose in questo mondo.  Cose che si aggiungono ai normali problemi quotidiani, all’università e allo studio che per la prima volta in quasi cinque anni non vanno come speravo che andassero.
Segno che c’è sempre una prima volta. Ma io mi sto domandando da un po’ se questa massima valga anche per le cose belle. Sono ancora in attesa di qualcosa che possa stravolgere la mia vita in positivo, per intenderci. Non voglio la luna, voglio sono sorridere un po’ più spesso.

La mia amica mi ha proposto di andare ad un concerto l’altra sera. Si esibiva un gruppo locale, probabilmente anche famoso, in un posto alquanto particolare dove non ero mai stata prima in questi quattro anni di permanenza in questa città. Ci passavo davanti ogni volta che facevo le mie camminate veloci durante la bella stagione, sudata come se fossi uscita da una sauna. Lo vedevo da fuori e pensavo fosse uno di quei posti per disadattati sociali o comunque un locale molto … alla mano.
Tutto sommato mi sono ricreduta.
E quindi aula studio, corsa, doccia. L’intero armadio sul letto alle nove di sera, perché noi donne se non sappiamo cosa metterci quando siamo serene e tranquille, quando siamo un po’ più “agitate” del solito insceniamo una vera e propria tragedia in cui il pensiero del “non ho niente da mettermi” si ripete nelle nostre teste in modo ossessivo compulsivo per circa tre quarti d’ora, mentre si va avanti e indietro dall’armadio allo specchio e viceversa.
E poi si esce, finalmente. Con i capelli che non sono mai a posto, con le chiavi di casa in una mano che fanno rumore sbattendo una con l’altra mentre percorro le scale correndo. Il cellulare nell’altra mano, come se non avessimo borse. Sempre in ritardo, per qualche strana ragione.

Concerto sia, dunque.
Il locale per (ex)disadattati sociali non è poi così male. Piccolo e pieno, un caldo da ferragosto, mentre fuori magari ci sono solo tre gradi.
Hai una bella scrittura, mi dice il tipo a cui porgo il foglio con le cose che mi ha detto di scrivere (strane prassi da locale per (ex)disadattati social, quella di dover compilare dei fogli).
Una birra fredda in un bicchiere, quattro chiacchiere con l’amica sedute in un angolo del locale. E poi il gruppo inizia la sua esibizione, il che decreta la fine dei nostri discorsi.
Cinque ragazzi che avranno più o meno la mia età, carichi come un bambino che piange nel cuore della notte mentre mamma e papà vorrebbero dormire cinque minuti. Si dimenano, in quel quadrato di palco che hanno creato. Canzoni allegre, da ballare, da canticchiare. Un ritmo coinvolgente, senza dubbio.

E poi la gomitata dell’amica al braccio. Mi indica discretamente l’altro lato del locale.
Guarda lì!
Cosa avrà visto mai?
Io guardo, sapendo già in partenza che non capirò cosa o chi mi sta indicando. Dura la vita dei miopi che non fanno un controllo alla vista da anni, pur studiando in continuazione, e addosso hanno delle lenti a contatto da cambiare il prima possibile.
Ma forse i miracoli esistono ed io capisco subito a cosa si riferiva la gomitata.
Non poteva esserci scossone migliore, in questo momento grigio.
Uno scossone che ha la figura di chi speravo di vedere da troppi mesi ormai. Ha un volto che ho cercato tra la folla nei sabati pomeriggio autunnali di questa città. Un volto che ho sperato di ritrovare per i corridoi dell’aula studio. Quel volto che mesi fa ha fatto sì che mi presentassi ad un esame fregandomene altamente del suo esito.
Ed è lì, a qualche passo da me, tutto quello che non ho potuto vedere per tutto questo tempo.
Aggiungilo su face book,su! è stata la frase che mi sono più sentita ripetere nei mesi estivi. Ma si sa che io sono all’antica. Figuriamoci se mi metto ad aggiungere gente su faccialibro come se niente fosse.

Del resto del concerto non ho più capito niente. Avrebbero potuto cantare l’Ave Maria senza che io me ne accorgessi. Se prima faceva caldo lì dentro, dopo la notizia della sua presenza, in quel posto avrebbero potuto benissimo cuocere il pane per il giorno dopo.
È la sospensione del mondo ed io in tutto ciò mi sento un po’ (leggi pure: tanto) cretina.

Poi il concerto finisce, non so neanche io quanto sia durato in tutto.
La confusione aumenta, la gente si alza dai tavoli, si sposta per il locale. È un attimo e ce l’ho vicino.
Timida più del solito non capisco più niente.
Non si ricorda certo di me, sono passati più di sette mesi ormai.
E poi io ho la faccia più anonima di questo mondo, almeno così ho sempre creduto.
… chissà quanta gente ha conosciuto in tutto questo tempo.
… e ci metto la mano sul fuoco che ho le guance rosse come il naso di clown…

E poi, inaspettatamente, mi saluta. Si avvicina, mi avvicino.
Come stai? Non ci vediamo più a studiare.
E no, non ci vediamo. Lo so che non ci vediamo. Mi dice anche altre cose, qualche domanda sull’università, mi chiede se studio ancora in quell’aula studio. Lui va in un altro posto che conosco, ma che non mi ha mai attirato molto. Commenta il gruppo, dice di conoscerli.
Parliamo di qualcosa, poi va a fumare.

Mezz’ora dopo io e la mia amica usciamo dal locale. Un’ora dopo sono nel mio letto caldo a guardare il soffitto. Penso che se fossi un po’ più sicura di me stessa tutto potrebbe essere diverso.
Forse non è normale pensare che gli altri si possano dimenticare della mia faccia, del mio nome, dei miei discorsi così facilmente.

Mi addormento con questi pensieri e mi risveglio qualche ora dopo.
Mentre prendo il caffè mi rendo conto che non ho avuto gli incubi stanotte.
Mi rendo conto che l’unico sogno di cui ho memoria aveva a che fare con lui e non era di certo un incubo.
Mi rendo conto che fuori finalmente c’è il sole.
Mi rendo conto che forse quel sole, stamattina, ce l’ho dentro al cuore ...


sabato 19 gennaio 2013

Memorie - Delusione

Delusione. Una parola di media lunghezza. Nove lettere, una dietro l’altra. Poco più lunga di speranza, ma sempre più corta di frustrazione.
A pronunciarla ci metto un istante, a metabolizzarla di più.
La delusione ha il sapore di una bastonata sulla schiena quando sei in piedi a guardare le stelle.
La delusione è quella mano cattiva e violenta che ti svuota il sacco pieno di buoni propositi.
La delusione è quello sguardo di ghiaccio, quel no con la testa, quella penna che scrive quello che non avresti mai pensato.
E’ una croce sopra le fatiche costate care. È piegarsi, è cadere a terra.
È sbattere la testa contro il muro quando correvi verso il tuo obiettivo.
La delusione è quella cosa che ti porta a trascorrere mezza giornata tra letto e divano, con gli occhi gonfi e il mal di testa perché hai pianto troppo, neanche fosse successa una tragedia.
La delusione sa di fallimento.
La delusione è un fallimento.

Hai fallito. Game over.

No, aspetta.
Guardalo il bicchiere, quando le lacrime sono finite e la vista torna chiara.
Guardalo, quel maledetto bicchiere, quando ritorni tu ad essere Chiara.
Lo vedi?
Non è vuoto. È pieno, anche se solo per metà.

È pieno, sì. Dentro, in fondo, c’è di tutto.
Ci sono gli amici che ti hanno tempestato di telefonate e messaggi. Quelli vecchi e quelli nuovi. C’è tua sorella che vale più dell’oro di tutto il Mondo messo insieme.
Le persone che ti vogliono bene, quelle che credono in te. Quelle che sanno quanto vali, come sei.
Sono i tuoi fedeli spacciatori di forza.

E allora sì. Fatemi rimanere un altro po’ tra il letto e il divano, col plaid rosso addosso. Ché io si sa, tremo sempre un po’ per il freddo …
Tra un po’ mi alzo, ve lo prometto. Mi sciacquo la faccia con l’acqua gelata e torno in me.
E se non dovesse bastare, mi prendo anche a schiaffi un po’. Così mi devo riprendere per forza.
Al massimo ci dormo su, magari la notte porta consiglio e cura tutti i mali.

E poi domani ricomincio da capo. Butto via tutto, nella differenziata.
Differenzio sempre tutto io. Le bottigliette nel cesto della plastica, le pagine scritte a penna che non servono più in quello della carta, insieme alle riviste lette.
Questa volta uso dei contenitori diversi.
Quello sguardo di ghiaccio lo getto nel nero, insieme a quelle cose che più passa il tempo e più fanno schifo per il fetore che emanano. È lì il suo posto, lo sanno tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui.
Quelle carte inutili finiscono nel blu. Ma prima di gettarle via le spezzo bene. Le strappo, ad una ad una.
Ed ogni volta che sentirò un foglio farsi a mille pezzi proverò un brivido di piacere, lungo la stessa schiena che la delusione ha preso a bastonate, all’improvviso.
Farò tutto con calma, lentamente.
Metterò qualcosa di pesante addosso - per non tremare- ed uscirò di casa.

E sono sicura di una cosa.
Sono sicura che quando rientrerò, quel bicchiere sopra al tavolo bianco e nero tornerà ad essere pieno.
Sì, proprio quello che stava per rovesciarsi nella caduta, quello di vetro, quello che stava per frantumarsi in mille pezzi.
Ci vuole pazienza.
Ci vuole un respiro profondo per non impazzire (cit.).


[E' un periodo un po' più pieno e incasinato del solito. Passerò dai vostri blog, poco alla volta. Promesso!]