Capita che ti svegli la mattina e scopri –senza tanto stupore- che piove anche oggi. Tra uno yogurt (alla vaniglia, sono tornata ai gusti dei comuni mortali) e uno spazzolino da denti, tra un calzino spaiato e una lente a contatto che fatica a stare dove dovrebbe stare, capita di pensare che la banalità della frase “non esistono più le mezze stagioni” racchiude al suo interno quella che d’ora in avanti definirò la Somma Verità. E giuro, anzi prometto solennemente che la prossima volta che sentirò una vecchia pronunciare quelle sei parole una dietro l’altra, non formulerò automaticamente nella mia testa il pensiero “eccheppalleoh”.
Capita che mi rendo conto del fatto di essere diventata monotematica, di non fare altro che scrivere di pioggia da un po’ di tempo a questa parte, ma provate a capirmi: mi sono un po’ scocciata di sentirmi in autunno quando dovrebbero spuntare le prime margherite in giro.
E poi ho due paia di ballerine nuove che attendono di essere inaugurate.
Capita che decido saggiamente di esorcizzare tutto questo grigio, tutta questa tristezza esistenziale portata qui da questi maledetti nuvoloni ascoltando dalle cuffie di quel meraviglioso oggetto che è l’iPod le migliori canzoni dell’estate scorsa.
E sti cavoli. Io mi sento subito bene. Basta poco.
Capita che la smetto di parlare di meteo, altrimenti pensate che io non abbia niente di meglio di cui scrivere.
In tutto ciò ci scappa anche un pomeriggio in aula studio, senza voglia di studiare. È venerdì ed io sono stanca. Il caffè della macchinetta non fa effetto. Capita di ritrovarmi a fissare la roba che dovrei leggere,capire, sottolineare, schematizzare, memorizzare. Mi sento già con l’acqua alla gola e siamo solo al cinque di aprile. Qualcuno avrebbe dovuto fermarmi nel momento in cui ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza, altro che incitarmi a fare questo passo, altro che dirmi “si, guarda che potrai fare un sacco di cose dopo”.
Un sacco di cose, come no.
Il pensiero del “dopo” mi si sta riproponendo con una certa insistenza in testa, da qualche settimana a questa parte. A quanto pare non sono la sola: M. è preoccupata quanto me. Ma il fatto di essere in due mi consola.
Ho un sogno nel cassetto che non ha niente a che fare con quello che sto studiando.
L’altro giorno l’ho detto, l’ho confessato.
Il collega cinquantenne troppo gentile mi ha chiesto cosa studio e se mi piace.
Mi ha chiesto cosa voglio fare “da grande”.
Mi ha fatto queste domande per conversare, per staccare gli occhi da quel computer che fissava da ore senza badare ad altro. Non sa che in quel momento non poteva chiedermi di meglio, non sa il bene che mi ha fatto dire certe cose. Dirle così, senza pensarci. Dirle naturalmente, con tutta la spontaneità che solo certi sogni possono avere.
Non l’ho guardato neanche, mentre rispondevo. Guardavo e sistemavo le cartelle blu, meccanicamente.
A me piace scrivere. Eh sì, io voglio scrivere un libro.
È la seconda volta che confesso a voce il mio sogno. La prima è stata a diciotto anni appena compiuti, al mio esame di maturità. La mia tesina parlava del sogno. Il prof. mi chiese quale fosse il mio sogno nel cassetto.
Io lo guardai un istante e lo dissi, a voce alta e chiara. Lo dissi davanti alla commissione, davanti ad una ventina di amici venuti lì per ascoltarmi.
Il mio sogno è scrivere un libro.
E si, diciamolo pure. Per me, dire una cosa a voce è più difficile che scriverla.
Ci vuole più impegno, ci vuole più coraggio.