Quando non hai voglia di studiare tutto acquista un certo interesse.
Tutto, eccetto quei cosi rettangolari che stazionano sulla scrivania, spessi e pesanti quanto un blocco di cemento armato.
Si chiamano libri.
Libri.
Sono esseri inanimati. Non respirano, non vivono, non muoiono, al massimo si riproducono. A me,però, sembra che i miei parlino. Mi sembra di sentirli urlare "Studiami, ca***", con la stessa benevolenza, simpatia, affetto e dolcezza con cui De Falco invitava -circa un anno fa- capitan Schettino a tornare a bordo.
Quando non hai voglia di studiare ti ritrovi, quasi senza accorgertene, in cucina, davanti alla dispensa, a controllare quanta pasta c'è in casa. Senza un perchè. Senza un motivo fondato che giustifichi la tua azione.
Oppure ti ritrovi a guardare fuori dalla finestra, notare che c'è il sole e metterti a canticchiare "Here comes the sun tututu..." seguito da un quasi impercettibile movimento di capo, da destra a sinistra, a ritmo del motivetto che stai proponendo alle quattro mura della tua camera.
Quando non hai voglia di studiare non c'è ragione che tenga: ignorerai i libri per almeno mezza giornata, in attesa di tempi migliori che speri arriveranno presto.
E intanto ci sarà un pensiero fisso, nell'attesa, a tenerti compagnia: quello che l'esame è alle porte, che o studi o puoi anche ritirare la tua prenotazione.
Quando non hai voglia di studiare importuni la tua convivente con argomenti demenziali o le racconti qualche gossip dell'ultima ora. O peggio ancora, quando proprio va male, vi perderete insieme tra riflessioni esistenziali pensanti, impegnative ma sempre più interessanti del contenuto delle pagine di quei blocchi di cemento armato di cui sopra.
La certezza, in ogni caso, è una e una sola: se non ha voglia di studiare una, non l'avrà neanche l'altra.
Quando non hai voglia di studiare, fattene una ragione.
Spera che passi presto.
E intanto, per non perdere tempo e per sentirti la coscienza un po' più pulita, mettiti -scusate il giro di parole- a fare pulizie in casa. E' uno dei dieci comandamenti dello studente fuori sede.
"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
lunedì 14 gennaio 2013
martedì 8 gennaio 2013
Lettera a ... (3)
Tremavo dal freddo quando sono uscita dall'aula studio col mal di testa e il peso dei libri su una spalla. Il cellulare in mano, perchè sapevo che avresti chiamato.
Puntuale come un orologio svizzero, adesso.
Sai che sono sola. So che tu lo sei adesso. So che puoi parlare, anche se solo per cinque minuti, perchè il tragitto è breve, perchè poi dovrai fare i conti con chi controlla i tuoi traffici.
Cinque minuti bastano.
Bastano per buttarmi addosso un po' del tuo mondo, un po' di quei tuoi problemi che sono anche i miei. Bastano per farmi capire che certe situazioni sono pesanti anche per chi ha le braccia forti o fa finta di averle.
Tremavo quando mi dicevi quelle cose a piccole dosi.
Ti ho risposto, a bassa voce.
Non hai capito e te l'ho ripetuto.
Come se ripetere due volte lo stesso concetto aiuti a qualcosa...
E' rimasto un minuto, un minuto solo.
Mi basta anche solo questo per dirti di nuovo che non mi piace, per cercare di farti aprire gli occhi, di svegliarti.
Te lo ripeto con delicatezza, cerco di trovare le parole giuste.
Ma sono anni che te lo dico, con tutte le parole del mondo.
Tremavo quando ho chiuso il telefono.
Pensavo ancora una volta alla felicità sprecata, a quella che non abbiamo vissuto.
Alla felicità che ci è stata negata o che ci siamo negati da soli.
Dipende dai punti di vista, dipende da che angolazione guardi la situazione.
Penso alle belle cose che ci siamo persi.
Penso al 24 dicembre, quando mi hai visto e mi hai abbracciato forte.
Quant'è bello vederti...
Ti sei stupito, ti sei accorto solo ora dei cambiamenti.
Te ne sei accorto solo adesso che sono lampanti.
E' stata questione di istanti.
Ho visto i tuoi occhi lucidi. Mi vuoi bene, ti voglio bene.
E' giusto così. E' normale così.
E vorrei aiutarti, ma non so come.
Vorrei che tu aiutassi me, perchè non è vero che sono forte.
Sono fragile come un bicchiere di vetro sottile, ma nessuno lo capisce.
Tremo quando fa freddo, mi fa male la testa dopo giornate come questa.
Passo il tempo alla ricerca di qualcosa che riempia i miei vuoti.
Torno a casa, nel silenzio. Sono sola. Non accendo la tv, non ascolto musica.
Scrivo le parole che non ti ho detto. Scrivo che ti voglio bene. Scrivo che non so cosa fare. Scrivo che una soluzione, da qualche parte, deve pur esserci.
A tutto c'è una soluzione.
Troviamola.
Troviamo la meno dolorosa.
Puntuale come un orologio svizzero, adesso.
Sai che sono sola. So che tu lo sei adesso. So che puoi parlare, anche se solo per cinque minuti, perchè il tragitto è breve, perchè poi dovrai fare i conti con chi controlla i tuoi traffici.
Cinque minuti bastano.
Bastano per buttarmi addosso un po' del tuo mondo, un po' di quei tuoi problemi che sono anche i miei. Bastano per farmi capire che certe situazioni sono pesanti anche per chi ha le braccia forti o fa finta di averle.
Tremavo quando mi dicevi quelle cose a piccole dosi.
Ti ho risposto, a bassa voce.
Non hai capito e te l'ho ripetuto.
Come se ripetere due volte lo stesso concetto aiuti a qualcosa...
E' rimasto un minuto, un minuto solo.
Mi basta anche solo questo per dirti di nuovo che non mi piace, per cercare di farti aprire gli occhi, di svegliarti.
Te lo ripeto con delicatezza, cerco di trovare le parole giuste.
Ma sono anni che te lo dico, con tutte le parole del mondo.
Tremavo quando ho chiuso il telefono.
Pensavo ancora una volta alla felicità sprecata, a quella che non abbiamo vissuto.
Alla felicità che ci è stata negata o che ci siamo negati da soli.
Dipende dai punti di vista, dipende da che angolazione guardi la situazione.
Penso alle belle cose che ci siamo persi.
Penso al 24 dicembre, quando mi hai visto e mi hai abbracciato forte.
Quant'è bello vederti...
Ti sei stupito, ti sei accorto solo ora dei cambiamenti.
Te ne sei accorto solo adesso che sono lampanti.
E' stata questione di istanti.
Ho visto i tuoi occhi lucidi. Mi vuoi bene, ti voglio bene.
E' giusto così. E' normale così.
E vorrei aiutarti, ma non so come.
Vorrei che tu aiutassi me, perchè non è vero che sono forte.
Sono fragile come un bicchiere di vetro sottile, ma nessuno lo capisce.
Tremo quando fa freddo, mi fa male la testa dopo giornate come questa.
Passo il tempo alla ricerca di qualcosa che riempia i miei vuoti.
Torno a casa, nel silenzio. Sono sola. Non accendo la tv, non ascolto musica.
Scrivo le parole che non ti ho detto. Scrivo che ti voglio bene. Scrivo che non so cosa fare. Scrivo che una soluzione, da qualche parte, deve pur esserci.
A tutto c'è una soluzione.
Troviamola.
Troviamo la meno dolorosa.
domenica 6 gennaio 2013
Marco e Giorgia
Tra la folla di gente valigia-munita vedo lui. Basso, con la barba incolta, un cappello di lana ridicolo in testa. Gli occhiali da vista, i jeans larghi e scoloriti.
Sembra un puffo.
Fuma una sigaretta in pochissimo tempo. Questo avvicinarla e allontanarla freneticamente dalla bocca ed emettere una nuvoletta di fumo al secondo lo rende ancora più ridicolo.
E' così piccolo che potrebbe benissimo entrare dentro la sua valigia e starci anche abbastanza comodo.
E' incredibilmente strano: c'è qualcosa nei suoi movimenti che lo rende simpatico e buffo.
Mezz'ora dopo siamo seduti uno vicino all'altro, pronti a vivere questa sorta di viaggio della speranza insieme. Come di consueto, si inizia a parlare.
Il tipo buffo e ridicolo ha un nome, si chiama Marco e fa l'insegnante di lettere in una scuola superiore di una città del nord Italia. Ha 37 anni, anche se io gliene avrei dati poco più di 25. Vive da 15 anni lontano dalla sua - e nostra- terra.
Parla piano, Marco. Una voce tranquilla, rassicurante.
Anche lui è tornato a casa per le feste. Ama la grande città in cui vive, si ritiene molto fortunato ad avere il tanto ambito posto fisso.
Penso sia uno di quei giovani insegnanti pieni di passione per il proprio lavoro. Lo immagino spiegare qualche autore della letteratura italiana, davanti ad una classe di adolescenti annoiati. Immagino un Marco vestito ridicolo come stasera, andare a lavorare in bici, camminare velocemente tra i corridoi della sua scuola. Fare una firma svolazzante sul registro, parlare ai suoi alunni della sua terra.
L'argomento principale della nostra conversazione è proprio lei: la nostra odiata quanto amata terra. Quel posto pieno di persone difettose, bello come nessun altro al mondo.
La amiamo entrambi, anche se il pensiero di doverci tornare definitivamente ci suona come una condanna a morte.
Nelle sue parole ho rivisto me stessa.
Quando torna a casa, Marco fa il giro delle strade che lo hanno visto crescere, per vedere se è cambiato qualcosa. Ci mette un po' ad ambientarsi di nuovo, ma quando realizza di essere finalmente in quel posto chiamato casa, sfrutta tutti i momenti che ha a disposizione per goderselo bene.
E allora Marco incontra gli amici, i parenti, va a passare le serate nei posti della sua adolescenza. Va a correre nei parchi, al mare. Respira a pieni polmoni quell'aria familiare.
Un'ora prima di partire è andato a mangiare un pezzo di pizza nella sua pizzeria preferita. Poi è andato a mangiare la focaccia col rosmarino al forno sotto casa, il cui proprietario l'ha visto crescere. E per finire ha mangiato un dolce con la crema che fanno solo qua.
Due ore prima di partire è andato a correre, nonostante il freddo.
Marco è come me. Prima di partire deve salutare tutto e tutti.
Ha bisogno di un attimo di tempo per fare le cose che adora fare, che lo fanno sentire a casa.
Ha bisogno della corsa come io ho bisogno di camminare sul lungomare.
Ha bisogno di mangiare la sua pizza come io ho bisogno di mangiare la mozzarella con la carta bianca e rossa.
Ha bisogno di tutto questo perchè altrimenti non si sente pronto per partire.
Come me e come Marco è anche un'altra ragazza.
Si chiama Giorgia, ci ha sentiti parlare e ha voluto dire la sua.
Giorgia è alta e bionda. Slanciata, le gambe lunghissime che non riescono a stare nel posto stretto. Ha 29 anni, lavora in un'altra grande città.
Il suo sogno è trasferirsi all'estero perchè l'Italia l'ha scocciata. La delude in continuazione, non le dà quello che cerca. E quindi spera di scappare al più presto. Spera di vivere un po' di anni fuori, poi magari tornare.
- Tornare dove? Nella nostra terra o nella città dove lavori adesso?
- Nella seconda, ovviamente.
Giorgia non vuole tornare a casa.
Questo posto va bene solo per le vacanze.
Questo posto è di una bellezza disarmante. Una bellezza che non si può spiegare a parole. E non so se siamo noi a considerarlo tale perchè è la nostra culla o è un posto oggettivamente bello. Non so spiegarvelo, non saprei darvi una risposta.
Sarà bello per tutti,forse. Ma per noi lo è di più.
Un posto bello, un posto chiamato casa.
Un posto da cui però tutti vogliono scappare.
E' un'ingiustizia, l'ennesima.
Sembra un puffo.
Fuma una sigaretta in pochissimo tempo. Questo avvicinarla e allontanarla freneticamente dalla bocca ed emettere una nuvoletta di fumo al secondo lo rende ancora più ridicolo.
E' così piccolo che potrebbe benissimo entrare dentro la sua valigia e starci anche abbastanza comodo.
E' incredibilmente strano: c'è qualcosa nei suoi movimenti che lo rende simpatico e buffo.
Mezz'ora dopo siamo seduti uno vicino all'altro, pronti a vivere questa sorta di viaggio della speranza insieme. Come di consueto, si inizia a parlare.
Il tipo buffo e ridicolo ha un nome, si chiama Marco e fa l'insegnante di lettere in una scuola superiore di una città del nord Italia. Ha 37 anni, anche se io gliene avrei dati poco più di 25. Vive da 15 anni lontano dalla sua - e nostra- terra.
Parla piano, Marco. Una voce tranquilla, rassicurante.
Anche lui è tornato a casa per le feste. Ama la grande città in cui vive, si ritiene molto fortunato ad avere il tanto ambito posto fisso.
Penso sia uno di quei giovani insegnanti pieni di passione per il proprio lavoro. Lo immagino spiegare qualche autore della letteratura italiana, davanti ad una classe di adolescenti annoiati. Immagino un Marco vestito ridicolo come stasera, andare a lavorare in bici, camminare velocemente tra i corridoi della sua scuola. Fare una firma svolazzante sul registro, parlare ai suoi alunni della sua terra.
L'argomento principale della nostra conversazione è proprio lei: la nostra odiata quanto amata terra. Quel posto pieno di persone difettose, bello come nessun altro al mondo.
La amiamo entrambi, anche se il pensiero di doverci tornare definitivamente ci suona come una condanna a morte.
Nelle sue parole ho rivisto me stessa.
Quando torna a casa, Marco fa il giro delle strade che lo hanno visto crescere, per vedere se è cambiato qualcosa. Ci mette un po' ad ambientarsi di nuovo, ma quando realizza di essere finalmente in quel posto chiamato casa, sfrutta tutti i momenti che ha a disposizione per goderselo bene.
E allora Marco incontra gli amici, i parenti, va a passare le serate nei posti della sua adolescenza. Va a correre nei parchi, al mare. Respira a pieni polmoni quell'aria familiare.
Un'ora prima di partire è andato a mangiare un pezzo di pizza nella sua pizzeria preferita. Poi è andato a mangiare la focaccia col rosmarino al forno sotto casa, il cui proprietario l'ha visto crescere. E per finire ha mangiato un dolce con la crema che fanno solo qua.
Due ore prima di partire è andato a correre, nonostante il freddo.
Marco è come me. Prima di partire deve salutare tutto e tutti.
Ha bisogno di un attimo di tempo per fare le cose che adora fare, che lo fanno sentire a casa.
Ha bisogno della corsa come io ho bisogno di camminare sul lungomare.
Ha bisogno di mangiare la sua pizza come io ho bisogno di mangiare la mozzarella con la carta bianca e rossa.
Ha bisogno di tutto questo perchè altrimenti non si sente pronto per partire.
Come me e come Marco è anche un'altra ragazza.
Si chiama Giorgia, ci ha sentiti parlare e ha voluto dire la sua.
Giorgia è alta e bionda. Slanciata, le gambe lunghissime che non riescono a stare nel posto stretto. Ha 29 anni, lavora in un'altra grande città.
Il suo sogno è trasferirsi all'estero perchè l'Italia l'ha scocciata. La delude in continuazione, non le dà quello che cerca. E quindi spera di scappare al più presto. Spera di vivere un po' di anni fuori, poi magari tornare.
- Tornare dove? Nella nostra terra o nella città dove lavori adesso?
- Nella seconda, ovviamente.
Giorgia non vuole tornare a casa.
Questo posto va bene solo per le vacanze.
Questo posto è di una bellezza disarmante. Una bellezza che non si può spiegare a parole. E non so se siamo noi a considerarlo tale perchè è la nostra culla o è un posto oggettivamente bello. Non so spiegarvelo, non saprei darvi una risposta.
Sarà bello per tutti,forse. Ma per noi lo è di più.
Un posto bello, un posto chiamato casa.
Un posto da cui però tutti vogliono scappare.
E' un'ingiustizia, l'ennesima.
lunedì 31 dicembre 2012
Colori, tanti colori...
Rosso come i riflessi dei miei capelli. Rosso come la felpa che ho addosso. Rosso come le palline dell'albero che ho accanto, come la stella di Natale vicino la scrivania.
Rosso come il sangue, come la passione, come le labbra quando siamo sicure di noi stesse.
Rosso come i confetti che spero di mangiare presto.
Rosso come l'Amore. Rosso come i sentimenti vivi, come gli animi che pulsano di emozioni belle.
Rosso come la festa, come l'allegria, come la gioia.
Grigio come le tempeste, come il mare agitato nelle giornate buie.
Grigio come il cielo quando piove, grigio come quando ci sentiamo tristi.
Grigio come le matite con cui sottolineo i libri.
Grigio come il maglione quando non so di che colore vestirmi. Grigio come l'inverno.
Arancione come il sole che rompe il grigio, quando la tempesta finisce.
Perchè sappiamo tutti che le tempeste prima o poi finiscono.
Lasciano spazio al colore, alle cose belle.
... E quindi arancione come i tramonti d'estate. Arancione come le foglie d'autunno, arancione come la mia stanza. Arancione come certi girasoli.
Arancione come il mio colore preferito.
E poi blu.
Blu come il cielo senza nuvole, come il mare quand'è calmo. Blu come la gonna presa in prestito dall'armadio della mamma. Blu come le luci di certe macchine.
Blu come gli occhi più belli del mondo. Come la dolcezza.
Rosso, arancione, blu, verde, giallo ...
Un po' di grigio, ogni tanto, per apprezzare meglio i colori vivi. Per far sì che non siano una cosa scontata.
Mi auguro, vi auguro, ci auguriamo un anno colorato.
Un anno di sorrisi, perchè non guastano mai.
Un anno di salute, di amore, di calma, di serenità. Perchè se mancano loro non possiamo fare niente.
Il 2012 mi ha dato tanto.
E' stato un anno bello.
E adesso sono qui, a guardare ai prossimi 365 giorni con un certo senso di incertezza.
Incertezza perchè non so.
Non so se avrò sentito il peso della corona di alloro in testa.
Non so dove sarò. Se sarò qui, lì, altrove.
Non so cosa farò, se avrò tirato fuori dal cassetto quel sogno con la muffa addosso.
Incertezza che fa rima con speranza.
Perchè io spero.
Spero.
Di farcela.
Di trovare quello che cerco.
Di sorridere sempre, di trovare sempre quell'arancione che rompe il grigio.
Di gioire, di essere serena.
Di rilassarmi guardando il blu del cielo e del mare o l'arancione dei tramonti d'estate.
Di avere il cuore rosso come l'Amore.
Spero in un anno colorato.
Me lo auguro, ve lo auguro, ce lo auguriamo: colori, tanti colori.
E allora auguri.
Auguri a tutti voi.
Rosso come il sangue, come la passione, come le labbra quando siamo sicure di noi stesse.
Rosso come i confetti che spero di mangiare presto.
Rosso come l'Amore. Rosso come i sentimenti vivi, come gli animi che pulsano di emozioni belle.
Rosso come la festa, come l'allegria, come la gioia.
Grigio come le tempeste, come il mare agitato nelle giornate buie.
Grigio come il cielo quando piove, grigio come quando ci sentiamo tristi.
Grigio come le matite con cui sottolineo i libri.
Grigio come il maglione quando non so di che colore vestirmi. Grigio come l'inverno.
Arancione come il sole che rompe il grigio, quando la tempesta finisce.
Perchè sappiamo tutti che le tempeste prima o poi finiscono.
Lasciano spazio al colore, alle cose belle.
... E quindi arancione come i tramonti d'estate. Arancione come le foglie d'autunno, arancione come la mia stanza. Arancione come certi girasoli.
Arancione come il mio colore preferito.
E poi blu.
Blu come il cielo senza nuvole, come il mare quand'è calmo. Blu come la gonna presa in prestito dall'armadio della mamma. Blu come le luci di certe macchine.
Blu come gli occhi più belli del mondo. Come la dolcezza.
Rosso, arancione, blu, verde, giallo ...
Un po' di grigio, ogni tanto, per apprezzare meglio i colori vivi. Per far sì che non siano una cosa scontata.
Mi auguro, vi auguro, ci auguriamo un anno colorato.
Un anno di sorrisi, perchè non guastano mai.
Un anno di salute, di amore, di calma, di serenità. Perchè se mancano loro non possiamo fare niente.
Il 2012 mi ha dato tanto.
E' stato un anno bello.
E adesso sono qui, a guardare ai prossimi 365 giorni con un certo senso di incertezza.
Incertezza perchè non so.
Non so se avrò sentito il peso della corona di alloro in testa.
Non so dove sarò. Se sarò qui, lì, altrove.
Non so cosa farò, se avrò tirato fuori dal cassetto quel sogno con la muffa addosso.
Incertezza che fa rima con speranza.
Perchè io spero.
Spero.
Di farcela.
Di trovare quello che cerco.
Di sorridere sempre, di trovare sempre quell'arancione che rompe il grigio.
Di gioire, di essere serena.
Di rilassarmi guardando il blu del cielo e del mare o l'arancione dei tramonti d'estate.
Di avere il cuore rosso come l'Amore.
Spero in un anno colorato.
Me lo auguro, ve lo auguro, ce lo auguriamo: colori, tanti colori.
E allora auguri.
Auguri a tutti voi.
venerdì 28 dicembre 2012
Quella che
Ho le occhiaie. Sono violacee, arrivano quasi a metà naso. Sono pallida, sono stanca.
Sono quella che esce a mezzanotte, perché i miei amici amano il brivido della notte. Sono quella che rimane al bar di sempre fino alle due, per poi essere fermata, insieme alle altre due, da una volante di carabinieri che si girano tra le mani le nostre carte d’identità come se fossimo dei loschi individui, per qualcosa come dieci minuti.
Sono quella giovane, la “piccola” del gruppo. Sono quella che a mezzanotte, invece di uscire, andrebbe a letto col pigiama ridicolo di pile. Sono quella che alle due della notte, mentre un carabiniere studia i documenti, non ha tanta voglia di parlare con quell’altro che chiede informazioni più o meno opportune sulle nostre vite.
Sono quella che, quando riesce finalmente a tornare a casa, va a letto senza struccarsi.
Sono quella che trova il Gatto sul letto a dormire, al posto mio. E non lo posso mica mandare via, povero il mio cucciolo. E quindi sono di nuovo io, quella che dorme sul lato estremo del letto, rischiando di cadere, pur di non scomodare Mister Micio.
Quella che invece mi sveglia dopo qualche ora è mia sorella ed io vorrei far finta di essere in coma, pur di non alzarmi dal letto. Invece mi tocca scendere, rendermi presentabile, togliere il trucco, rifarlo, vestirmi ed uscire.
Uscire per tornare a casa quasi dodici ore dopo, con le gambe che non reggono il mio peso, con le ginocchia che quasi tremano, con il mal di testa e lo stomaco vuoto perché un po’ di cioccolato mangiato in macchina non è proprio quello che si può definire pranzo.
Sono quella che alle otto di sera riceve il messaggio delle amiche che ti propongono di cenare fuori. E non posso mica dire di no. La settimana prossima, a quest’ora, mi mancheranno già nel freddo, solitario buco di casa mia. Perché sì, le mie vacanze finiranno presto ed io non ho fatto neanche la metà delle cose che avrei voluto fare.
C’è l’immancabile lista, sopra al comodino. Riporta nomi di commissioni, posti, persone da vedere. Cose da fare perché “a casa è più facile”. Accanto alla lista c’è una penna che dovrebbe avere già cancellato un paio di voci. E invece niente, non fa il suo lavoro.
Sono quella che perde tempo, quando non ne ha.
Sono quella che stasera metterà il vestito nero e le calze senape. En pendant con le occhiaie e il colorito della faccia.
Sono quella che stasera farà paura.
Sono quella che avrebbe dovuto studiare, per evitare di ritrovarsi a gennaio con l’acqua alla gola, perché se non studi ogni santissimo giorno almeno tre mesi prima della data dell'appello, sei indietro come non so cosa.
Sono quella che avrebbe dovuto riposare un po’ e invece si ritrova più stanca di prima.
Sono quella che in un modo o nell’altro ce la farà.
domenica 23 dicembre 2012
E tu sei Chiara
Un sabato sera a casa, qui. Una passeggiata fuori a respirare il vento fresco che viene dal mare. I vecchi compagni di classe, quelli che rincontrarli è sempre un piacere.
Cosa fai. Come va all’università. Ci vediamo in questi giorni allora, organizziamo qualcosa per star insieme.
La lamentela, di fondo, perché gli anni passano e questo posto è sempre più vuoto in inverno. E ti chiedi dove sia finita tutta la gente che in estate affollava queste vie rendendole impraticabili.
Siamo pochi adesso, pochi intimi sconosciuti che si incrociano e si guardano di sfuggita. E si chiedono chi sei, perché tutto sommato hai una faccia pressoché conosciuta, ma difficile da associare a qualche noto ceppo familiare della zona. Il vizio del collegare le facce ai cognomi o ai soprannomi, alle famiglie, è cosa comune per chi vive in posti piccoli.
Sarà una che viene qui per le vacanze.
Sarà che sono Chiara. Sarà che a volte sono una contraddizione vivente. Sarà che amo l’anonimato, ma allo stesso tempo mi piace salutare per strada chi conosco. Più gente incontro, più visi conosciuti vedo, più mi sento felice.
Al centro commerciale ho incontrato un cugino lontano. Ha un paio di anni più di me ed è noto, che io sappia, per le sue conquiste. È il classico esemplare dell’uomo medio di un ramo della mia famiglia: alto, robusto, le spalle larghe, gli occhi e i capelli chiari.
Ci siamo incrociati un paio di volte tra gli scaffali affollati. L’ho guardato, mi ha guardata. Col senno di poi direi che ci siamo riconosciuti entrambi, ma all’inizio nessuno dei due si è fatto avanti.
Non mi ha riconosciuta. Sono passati anni dall’ultima volta che ci siamo parlati. E a dire il vero, non ricordo neanche quando è stato. Mi piace sperimentare, vedere le reazioni della gente. Sono girata bene, pronta anche a fare qualche figura di m****. Mi butto.
- Ma scusa, sei proprio tu?
- Si, sono io. E tu sei Chiara.
Mi ha riconosciuta, non sono invisibile. Non sono una faccia anonima. Sono qualcuno, qualcuno di cui gli altri, a distanza di chissà quanti anni, si ricordano.
Sono Chiara, sono io.
Sono Chiara e non sono mia sorella.
Io sono io, con il mio nome. Lei è lei, con il suo.
Due nomi diversi, due nomi che qualcuno finalmente è riuscito a distinguere. Capita spesso, tra parenti, di confondere i nomi di due sorelle. Capita ai miei genitori, figuriamoci al cugino di secondo grado.
A me a volte sembra di essere invisibile.
Mi sembra che i miei passi non facciano rumore.
Un bacio freddo sulle guance. La sua barba rada che punge. Da vicino guardo per un istante i suoi occhi e noto che non sono molto diversi dai miei. Ci somigliamo. Veniamo dalla stessa gente.
Scopro che studia economia. Lui scopre che io studio giurisprudenza e che odio l’economia. Cerca un panettone, ma ce ne sono troppi esposti e non sa quale scegliere.
Si scoccia, le spese natalizie lo annoiano.
Annoiano anche me, a dire il vero.
Poi ci salutiamo.
Chissà se lo incontrerò di nuovo tra qualche giorno, mese, magari tra un paio di anni.
Chissà se penserò ancora di essere per gli altri un viso anonimo.
Cosa fai. Come va all’università. Ci vediamo in questi giorni allora, organizziamo qualcosa per star insieme.
La lamentela, di fondo, perché gli anni passano e questo posto è sempre più vuoto in inverno. E ti chiedi dove sia finita tutta la gente che in estate affollava queste vie rendendole impraticabili.
Siamo pochi adesso, pochi intimi sconosciuti che si incrociano e si guardano di sfuggita. E si chiedono chi sei, perché tutto sommato hai una faccia pressoché conosciuta, ma difficile da associare a qualche noto ceppo familiare della zona. Il vizio del collegare le facce ai cognomi o ai soprannomi, alle famiglie, è cosa comune per chi vive in posti piccoli.
Sarà una che viene qui per le vacanze.
Sarà che sono Chiara. Sarà che a volte sono una contraddizione vivente. Sarà che amo l’anonimato, ma allo stesso tempo mi piace salutare per strada chi conosco. Più gente incontro, più visi conosciuti vedo, più mi sento felice.
Al centro commerciale ho incontrato un cugino lontano. Ha un paio di anni più di me ed è noto, che io sappia, per le sue conquiste. È il classico esemplare dell’uomo medio di un ramo della mia famiglia: alto, robusto, le spalle larghe, gli occhi e i capelli chiari.
Ci siamo incrociati un paio di volte tra gli scaffali affollati. L’ho guardato, mi ha guardata. Col senno di poi direi che ci siamo riconosciuti entrambi, ma all’inizio nessuno dei due si è fatto avanti.
Non mi ha riconosciuta. Sono passati anni dall’ultima volta che ci siamo parlati. E a dire il vero, non ricordo neanche quando è stato. Mi piace sperimentare, vedere le reazioni della gente. Sono girata bene, pronta anche a fare qualche figura di m****. Mi butto.
- Ma scusa, sei proprio tu?
- Si, sono io. E tu sei Chiara.
Mi ha riconosciuta, non sono invisibile. Non sono una faccia anonima. Sono qualcuno, qualcuno di cui gli altri, a distanza di chissà quanti anni, si ricordano.
Sono Chiara, sono io.
Sono Chiara e non sono mia sorella.
Io sono io, con il mio nome. Lei è lei, con il suo.
Due nomi diversi, due nomi che qualcuno finalmente è riuscito a distinguere. Capita spesso, tra parenti, di confondere i nomi di due sorelle. Capita ai miei genitori, figuriamoci al cugino di secondo grado.
A me a volte sembra di essere invisibile.
Mi sembra che i miei passi non facciano rumore.
Un bacio freddo sulle guance. La sua barba rada che punge. Da vicino guardo per un istante i suoi occhi e noto che non sono molto diversi dai miei. Ci somigliamo. Veniamo dalla stessa gente.
Scopro che studia economia. Lui scopre che io studio giurisprudenza e che odio l’economia. Cerca un panettone, ma ce ne sono troppi esposti e non sa quale scegliere.
Si scoccia, le spese natalizie lo annoiano.
Annoiano anche me, a dire il vero.
Poi ci salutiamo.
Chissà se lo incontrerò di nuovo tra qualche giorno, mese, magari tra un paio di anni.
Chissà se penserò ancora di essere per gli altri un viso anonimo.
martedì 18 dicembre 2012
Ritorno alla base
Ho messo piede nel mio punto di partenza, recuperato la mia valigia tra le tante. C’era la mamma lì, pronta ad abbracciarmi e a dirmi che sono sciupata. A chiedermi se da quelle parti ogni tanto mangiamo un po’ di carne. Pronta a strapparmi la valigia dalle mani, anche se lei – la valigia- è più grande di lei – la mamma-.
Ho messo piede nelle quattro mura domestiche vestite a festa. Il rosso ovunque, il Natale esplicitato a più non posso. Tre alberi sparsi per casa, un presepe, tante piccole luci colorate.
Ho messo piede nella mia camera. Mi è sembrata una reggia in confronto a quella della mia casa universitaria. Con gli armadi grandi, la scrivania ampia e tante luci.
Lo specchio, poi, quello intero. Lì ne ho uno piccolo. Per vedermi più o meno intera devo salire sul divano, fare delle acrobazie degne di circo, rischiare di rompermi qualcosa per non concludere poi niente.
Mi sono vista tutta intera, dalla testa ai piedi. Inaspettatamente. Mi sono voltata ed ero là, riflessa su quell’oggetto lungo. Mi sono fissata per un po’, con la mia faccia bianca, gli occhi stanchi e i capelli raccolti e bisognosi delle mani esperte della mia parrucchiera.
Mi sono avvicinata un po’, ho guardato bene i miei occhi tra le lenti degli occhiali e il vetro dello specchio. Mi sono sentita diversa per l’ennesima volta.
Diversa da cosa, ho pensato.
Diversa da come ero qualche mese fa, quando mi sono specchiata qui prima di partire.
Diversissima da come ero quando andavo al liceo.
Ancora più diversa da come ero quando riuscivo a malapena ad arrivare con la mia altezza a metà specchio.
Diversa, tanto cambiata quanto smarrita, spaesata, disorientata.
Succede sempre così. Arrivo qui e mi stupisco del fatto che tutto sia grande: il letto, gli armadi, i fornelli in cucina, le stanze. Le voci, i discorsi. Poi mi abituo nel giro di qualche ora o di giorni, quando proprio va male. Mi abituo per poi ripartire e stupirmi, meravigliarmi di nuovo di quanto grande sia quella città, rispetto a questo paese e alle sue strade piccole.
È un continuo meravigliarsi, stupirsi, ambientarsi, riabituarsi. Perdere di nuovo gli equilibri, ricercali altrove.
Dopo cena, quando gli altri erano nelle loro stanze, sono andata davanti all’albero. Al buio, la luce del lampadario sarebbe stata una violenza. Le lucine dell’albero erano perfette.
L’abete grande, pieno di palline e addobbi. L’abbiamo preso io e la mamma tre o quattro anni fa. Mi ricorda quello che prendevamo da piccola. Era vero. Profumava di natura e lasciava gli aghi a terra.
Adesso siamo più ecologici. Adesso è diverso.
Mi sono seduta davanti al presepe. A terra, così lo vedo bene. A gambe incrociate, così sto più comoda.
Il presepe è sempre lo stesso. È più vecchio di me, avrà qualcosa come venticinque anni. Un po’ di manutenzione ogni anno, qualche millilitro di colla per sistemare pastori e casette ed è perfetto. Ha un carillon in un angolo della capanna, sopra c’è la figura di uno zampognaro.
Guardo bene tutto l’insieme, la disposizione delle casette, le luci sistemate per la sua lunghezza. Il cielo attaccato con lo scotch al muro.
Sono pronta, posso azionare il carillon.
Per godere di certi piccoli piaceri bisogna essere pronti. Non sarebbe stata la stessa cosa se appena arrivata, con tanto di cappotto ancora addosso, avessi fatto suonare subito quel macchinario.
La punta dell’indice, all’estremità della ruota grigia.
Sa di talco ancora. Una volta lo sparpagliavamo di sopra per fare l’effetto della neve.
Una leggera pressione verso sinistra e inizia lo spettacolo.
Le note sono sempre quelle, dolci come una ninna nanna.
Un’emozione bella, sicura.
Un’emozione che sarà sempre la stessa.
Non sono andata a salutare il mare ancora. Lo vedo dalla finestra, è grigio. Il tempo è brutto, piove.
Dicono però che arriverà il sole.
Io non aspetto altro.
Mi aiuterà a sentirmi ancora più a casa.
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lunedì 3 dicembre 2012
Aria di Natale
E così è arrivato il freddo, quello che ti costringe a girare per casa come un’eschimese, avvolta dentro felpe lunghe fino al ginocchio,pantaloni in pile, calzettoni multicolor con tanto di spazio separato per ogni singolo dito, così posso ancora sfruttare le infradito dell’estate, perché ancora non ho avuto né voglia, né tempo, né interesse per l’acquisto delle pantofole invernali, considerando che quelle dell’anno scorso sono finite dentro al bidone della spazzatura.
E per uscire di casa le cose si complicano. La polizia potrebbe fermarmi per strada, facendomi notare di non essere facilmente riconoscibile o di essere un soggetto che desta sospetto, a causa di sciarpe e cappelli messi a mo’ di passamontagna.
È che io sono freddolosa, non sono abituata alle temperature da polo nord, nonostante abbia vissuto ormai quasi quattro inverni di gelo. La mia natura di essere quasi marino è sempre presente.
Eppure mi piace. Non è inverno se non fa freddo, se non posso avvolgermi in innumerevoli strati di lana. Gli inverni caldi della mia infanzia e adolescenza mi davano un po’ fastidio. Certe volte finivo col girare a gennaio anche senza giubbotto, il che non è poi una cosa così bella, a lungo andare.
E poi il freddo mi ricorda Natale. Ho permesso al mio spirito natalizio di esplodere con tutta la sua intensità esattamente il sabato appena trascorso. Una voglia di Natale, la mia, tenuta a bada per troppo tempo, quest’anno.
È da almeno tre settimane che penso alle feste e l’arrivo di dicembre mi ha permesso di dare libero sfogo a tutto questo entusiasmo.
Sabato c’è stato il consueto giro in centro, tra le luminarie finalmente accese, le vetrine colorate.
E poi loro: i mercatini di Natale. Non mi importa se ogni anno sono uguali a quello precedente, con la stessa identica disposizioni di baracchini per le vie, con la stessa identica merce esposta, con gli stessi dolciumi che ti fanno troppo gola. Ogni anno hanno sempre il loro fascino e nessuno potrà mai farlo venire meno.
Così sabato sera ho mangiato il primo pandoro dell’anno, ascoltato il classico cd natalizio di Michael Buble, acceso il forno per cuocere la deliziosa pizza della mia B.
Abbiamo addobbato casa. Attività che ci è costata qualcosa come quindici minuti di tempo.
Abbiamo il nostro albero alto neanche venti centimetri, il nostro filo di perline dorate da appendere sopra lo specchio e la stella rossa da sistemare sopra il divano. Ci basta poco, quel tanto che ci permette di sognare il grande albero illuminato che troveremo nelle nostre case.
Ho voglia di famiglia, di abbracciare la mamma, di ridere con mio fratello, di girare per casa insieme al Gatto, di vedere le mie albe e i miei tramonti. E non mi importa se dopo un paio di giorni finirò, come di consueto, col rimpiangere la mia vita tranquilla quassù.
Ho bisogno di calore, quello che solo certe persone e certi posti riescono a darmi.
Quello che, puoi girare anche tutto il mondo, riuscendo al massimo a trovare qualcosa di simile, ma mai perfettamente uguale.
sabato 17 novembre 2012
Il sapore della lentezza
Datemi un pomeriggio al parco, di sabato. In una di quelle giornate che stanno alla fine di una settimana pesante. Una settimana in cui il tuo collega ti parla del “caffè dello studente”, mentre tu gli dici che ne hai presi troppi. E scopri che non ti sta prendendo in giro: il caffè dello studente è realtà, esiste, se ne parla, c’è chi lo prende. E io spero di non essere mai così disperata da prepararmene uno, per poi essere colta da infarto qualche minuto dopo averlo bevuto.
Una settimana di economia, tanto per essere monotematici. Di maledizioni di gruppo mandate all’artefice della nostra disperazione, di gente che pensa che studiare arabo sia cosa più utile e più semplice.
Una settimana di nervosismo, di “non ce la posso fare”, di sonno perso. Di risate con la gente con cui condivido l’angoscia del momento, conversazioni telefoniche lunghe un’ora che ti fanno sentire meno sola, di mani strette e presentazioni.
Eppure ce l’ho fatta, sono sopravvissuta a questi giorni frenetici. Sono arrivata al venerdì pomeriggio con due occhiaie che sfioravano la bocca, due borse sotto gli occhi capienti quanto quella di Mary Poppins.
I capelli sfatti, le guance rosse. Le orecchie che ascoltano il rumore delle valigie degli studenti che tornano a casa per il weekend, lungo le vie della stazione. Musica per le mie orecchie.
Qualcuno corre, ha fretta.
Io invece no. Percorrere la strada per tornare a casa, dopo una settimana così, in questo stato un po’ pietoso, ha il suo perché. Ha il sapore di un privilegio.
Perché si, mi sono sentita privilegiata.
Ho goduto della fortuna di poter camminare piano, senza fretta. Mi sono gustata i miei passi lenti e poi sono rincasata, crollando dal sonno alle dieci di sera, per poi svegliarmi ugualmente presto, ma molto più carica e riposata. Ho fatto colazione ascoltando la mia canzone del momento. Mi rilassa come non so cosa.
Ho voluto riprovare quella bella sensazione di spensieratezza passando il pomeriggio al parco, abbandonando un po’ quei libri che mi stanno facendo diventare matta. Si chiama “bisogno di aria”.
Aria fresca, meglio se fredda. Così mi posso fare piccola piccola dentro al montgomery.
Così posso mettere quel cappello rosso di lana che tanto mi piace.
Mi sono sentita di nuovo fortunata, dentro quel parco, oggi pomeriggio. Fortunata perché ho potuto godere della lentezza, del silenzio in testa. Di quella sensazione delle foglie arancioni e secche che fanno rumore sotto le scarpe.
Il freddo mi ha fatto venire voglia di Natale, anche se manca più di un mese e prima delle vacanze dovrò affrontare tre esami e risolvere tante altre questioni. Ma ce la si fa, siamo ottimisti.
E intanto ci godiamo l’attesa, che è più magica delle vacanze in sé.
domenica 11 novembre 2012
Foglie sulla neve 2 - Gli incontri che ti cambiano la giornata
Le lunghe attese sono oggetto di odio da parte della sottoscritta. Non mi piace aspettare qualcosa o qualcuno per tempi troppo lunghi.
Odio le file negli uffici pubblici, odio i ritardatari cronici. Il tempo è prezioso e a me non va di sprecarlo in attese. Per questo finisco con il trovare delle soluzioni a questi piccoli problemi quotidiani.
Soluzioni “alla Chiara”.
Nelle attese alla posta, alla cassa di un supermercato, alla fermata dell’autobus cerco di trasformare i minuti che passano lentamente in qualcosa di costruttivo, di appagante.
Tipo osservare la gente che mi sta attorno, tenendo sempre e comunque il massimo della discrezione.
Da quando ha avuto inizio la mia vita da universitaria fuori sede, quindi da quando ho potuto uscire dall’ambiente un po’ ristretto del posto in cui sono nata e cresciuta, ho fatto di questa cosa una sorta di mia specialità. E ogni tanto mi capita di ritrovarmi a scrivere qui di loro, delle persone che sono state vittime della mia attenzione.
Questo è il turno di qualcuno che è riuscito a farmi passare piacevolmente un’attesa lunga due ore.
Si tratta di una signora. Una donna sulla settantina.
L’ho sentita parlare e ho riconosciuto subito l’accento. Il modo di parlare, la cadenza familiare.
Ci ho messo un attimo a capire che la mia terra e la sua erano le stesse.
L’istinto mi ha portato a buttarmi, a chiederle subito se fosse effettivamente calabrese. Un sorriso, la timidezza da parte. Ed ecco, io non mi sbaglio mai quando si tratta di queste cose.
Il suo sorriso grande precede di qualche istante la sua risposta positiva.
E qualche minuto dopo mi racconta tutta la sua vita.
Vedova da dieci anni, due figlie femmine grandi. Una avvocato, una medico. Altri due maschi più giovani.
Ha deciso di trasferirsi qui dopo che gli ultimi due figli hanno finito le scuole. Non trovavano lavoro e lei non voleva che prendessero brutte strade.
Ha convinto il marito a partire, ha fatto le valigie ed è arrivata qui. Ha raggiunto le due figlie grandi che intanto stavano terminando gli studi universitari.
Ha preferito abituarsi ad accenti diversi, perdere le sue vecchie abitudini, conoscere nuove strade. Tutto pur di evitare che i figli si perdessero tra le brutte amicizie.
Parla della sua famiglia e gli occhi le brillano. Parla del marito morto da ormai dieci anni e si commuove. Mi racconta del suo infarto improvviso, in una notte fredda di dicembre, della figlia medico che non è riuscita a salvarlo, ma che in compenso cura tanta gente ogni giorno.
È un fiume in piena. Non smette più di raccontare i suoi settanta anni di vita.
Il diploma di maestra, l’innamoramento e il matrimonio. Il marito che le proibisce di prendere la patente “sia mai che investi con i bambini in macchina”,il rimpianto di non essere riuscita ad essere abbastanza testarda da riuscire comunque ad imparare a guidare. Dice che avrebbe avuto la sua macchina, la sua indipendenza. Non sarebbe stata schiava degli autobus.
I figli, venuti uno dietro l’altro.
Le chiedo se ogni tanto torna in Calabria o è una di quelle persone che parte e non torna più. Mi guarda come se avessi bestemmiato. Mi dice che lì ci sono tutti i suoi parenti, che ha lasciato la casa così come era. Non ha portato niente su, neanche un paio di lenzuola. Si è accontentata di pagare per anni e anni un affitto qui, pur di non vendere la sua casa.
Dice che torna ogni anno, ad agosto. Sta tutto il mese al mare, “perché quando nasci in un posto di mare, quello è tuo per sempre”.
Arriva verso i primi del mese, riparte intorno al 26-28, ogni santo anno. Lei, figli, nipoti. Tutti insieme. Una ciurma.
Sarà come una di quelle chiassose comitive che mi capita di incontrare in spiaggia ogni anno. Quei gruppi di persone che per qualche settimana vedi ogni giorno, di cui impari i nomi a memoria.
Persone che finisci col riuscire a riconoscerle dal suono della voce.
Quelle persone che scompaiono a fine mese. Quelle persone che ogni tanto, in inverno, te le immagini avvolte dal grigio della nebbia di qualche città lontana, rigidi e un po’ ingessati dentro agli abiti formali da lavoro. Bianchi come il latte che hanno bevuto da bambini. Lontani anni luce dalla comodità dei prendisole estivi, dalla ridicolaggine dei cappelli di paglia.
Mi sembra di vedere la signora preparare il pranzo di Ferragosto, riunire tutti intorno ad una tavola ricca di prelibatezze preparate con cura, dentro una stanza piena di sole o una veranda ombreggiata.
Mi sembra di conoscerla una vita, questa signora.
Mi fa sentire più vicina a casa, viaggiare un po’ con la mente.
Sono quegli incontri che ti cambiano la giornata, che vorresti fare più spesso.
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