"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."


(Donne in Rinascita - D. Cugia)

giovedì 13 settembre 2012

Alla scoperta di una città che pensavo di conoscere

A causa di un noioso evento di forza maggiore, mi sono ritrovata a trascorrere le mie ultime mattine in giro per una città che dista una trentina di chilometri dal mio paese. Una città che conosco sin da quando ero bambina, un punto di riferimento per molta gente che abita da queste parti. Ci vado spesso per sbrigare qualche commissione, per fare shopping, per visitare la libreria più grande della zona o fare una veloce passeggiata per il corso.

Avendo a disposizione diverse ore di vuoto, in queste mattinate, ho avuto modo di visitarla bene, di viverla intensamente. Ho scoperto vicoli sconosciuti, negozietti sperduti, vie che percorrevo spesso, ma non guardavo mai abbastanza.
Ho fatto colazione in un bar ogni giorno diverso, scambiato qualche parola di circostanza con la gente del posto e scoperto con grande stupore che ci sono posti dove il caffè costa ancora ottanta centesimi e non un euro e dieci, come accade nella mia città universitaria.

Ho scoperto l’esistenza di un parco curatissimo, pieno di verde, di panchine e di giostre per i bambini che purtroppo ho potuto ammirare solo da una certa distanza, a causa della presenza, al suo interno, di soggetti dall’aspetto poco rassicurante. Li ho maledetti tra me e me, perché in qualche modo mi hanno tacitamente negato la possibilità di godermi quel piccolo paradiso verde nel bel mezzo della città.

Mi sono poi documentata, su internet, delle varie attrazioni della città, venendo a conoscenza dell’esistenza, in un punto non troppo lontano dal centro, di un mercatino del libro usato. Sapete ormai della mia passione per questo genere di commercio, infatti come potete ben immaginare, non mi sono lasciata scappare l’occasione di visitarlo. È stato, in realtà, un po’ deludente. Pensavo ci fossero più libri di narrativa o saggi, invece ho trovato per lo più testi scolastici e decine di studenti pronti a farne scorta. Sarà il periodo …

Una città, poi, almeno per me, non si vive mai abbastanza se non si visita lì almeno una volta qualche posto in cui si sbrigano solitamente faccende di ordinaria amministrazione.
Ho approfittato quindi di qualche bolletta per passare un’ora all’ufficio postale centrale della città. Un ambiente pieno di luce e di piante (e di sportelli con annessi operatori competenti,  per fortuna).
Purtroppo ho avuto la malsana idea di accomodarmi in una sedia vicino alla macchinetta automatica dei numeri, per poi ritrovarmi a fare da tutor ad un numero esagerato di anziani e di persone poco, per così dire, svelte.
Ma per fortuna, ho imparato nella vita a guardare sempre i lati positivi delle questioni, dalle più piccole alle più grandi, per cui ho colto la cosa un po’ come un’occasione in più per studiare tra me e me la gente del posto.

Come sono solita fare quando ho tempo a volontà da trascorrere in un posto, ho deciso di raggiungere un punto determinato della città percorrendo la strada più lunga. È un lusso, se ci pensate. Avere tempo da spendere così, in certi casi è da considerarsi solo un privilegio.
Tanto per non farmi mancare nulla, stamattina mi sono anche un po’ persa tra le vie di questa città. Ho provato il brivido del senso di smarrimento, che non è per niente una cosa negativa se affrontato con una certa serenità. Perdersi dà la possibilità di abbandonarsi totalmente al proprio istinto, in questo caso specifico al proprio senso dell’orientamento (che, grazie al cielo, in me è molto spiccato). Un buon esercizio, per chi come me, è di una razionalità quasi esasperata.
Il perdersi permette di scoprire strade nuove che magari abbiamo rinunciato a percorrere a favore della solita via veloce e sicura.
E se proprio non si riesce a trovare la giusta strada, si può sempre far affidamento su qualche faccia simpatica che possa darti indicazioni.

Mi rendo conto di essermi dilungata un po’ troppo con questo post. Spero di non avervi annoiato. Concludo consigliandovi vivamente di andare alla scoperta di qualche posto vicino al luogo dove vivete, così, per girarlo meglio, anche se magari pensate di conoscerlo abbastanza.

lunedì 10 settembre 2012

Di nuovo lui

E’ sera, si decide di uscire: io, la mia amica C. e una new entry estiva dal nome allegro e dalla personalità a tratti simpatica, a tratti antipatica. La meta è la stessa, perché si sa che noi siamo abitudinari.
I turisti non sono andati ancora via del tutto. Complice una festa di paese, le strade sono ancora abbastanza affollate per essere a settembre.

Passeggiando a tempo perso, incontro per caso una figura non nuova che mi fissa. Inizialmente non capisco chi sia,forse a causa anche della mia miopia e delle lenti a contatto che ho addosso da una giornata (Alt! Non iniziate a dire che fa male, che bisogna portarle massimo otto ore, perché queste cose le so già …).
Man mano che si avvicina noto che il tipo in questione è in compagnia di una donzella e di una donna anziana. È un po’ buffo, cammina anche un po’ strano.  Anche le donne vicine a lui non mi sembrano del tutto nuove.
E’ da un po’ di tempo che non riconosco subito le persone al primo colpo. Alcune mi sembrano facce conosciute, ma lì per lì non so se appartengono al mondo di qui o a quello della mia città universitaria.

E infatti, non mi sbagliavo. Li conosco davvero.
Lui è il vicino di casa “sportivo”, lei la sua donna per la stagione primavera/estate 2012 e la donna anziana è la madre, anch’essa un personaggio. L’ho conosciuta parecchi anni fa, in occasione di un problema condominiale. E’ analfabeta, non so quanti anni abbia, ma so che ha l’energia di una ventenne. Adesso sappiamo da chi ha preso il figlio.

Quando il trio mi è praticamente accanto, il tipo inizia ad urlare. Un tono di voce inconfondibile, allegro come sempre, forte come il suono di una tromba. Parla (oppure leggi “urla”, tanto siamo lì) proprio con me.
“Signoriiiiina, la guardavo da lontano, ma non capivo se fosse proprio lei”.
“Eh si, sono io. Anche io non la riconoscevo bene da lontano”.
“Eh ma come cambiate voi ragazze dalla mattina alla sera. Di giorno vi vediamo normali, la sera con il trucco e vestite così diventate donne!”.

Seguono l’imbarazzo generale tra me e i miei amici e gli sguardi curiosi dei passanti, attratti dal vocione del vicino di casa.
Non so cosa dovrei dire, mi limito ad annuire, a sorridere e a salutare. I miei amici se la ridono, mi chiedo notizie del pazzo appena incontrato e si informano su come sia io in realtà, di giorno, senza quel filo di matita che ho messo. A dire il vero me lo chiedo anche io. Sarò un cesso ambulante.  Chi lo sa.  


COMUNICAZIONE DI SERVIZIO. Il soffitto di casa mia è su Twitter. Per ora è un esperimento, non conosco molto questo social network. Se volete seguirmi, sono @ilsoffdicasamia.

sabato 8 settembre 2012

La mia prima settimana di settembre

Quella che sta per finire è stata una settimana di pioggia e di fresco, di temporali violenti e carichi di acqua che ti sorprendono inaspettatamente mentre ai piedi hai giusto dei sandali del tutto inadatti (e ovviamente in borsa non hai l’ombrello).

Una settimana di arrivederci, di amiche e di sorelle per le quali le vacanze sono ormai un ricordo. Ho sentito parlare di autostrade, di code, di ritardi, di malinconie da rientro. Ho pensato che tra dieci giorni tutto questo tocca a me e ho storto un po’ il naso. Sì, perché se fino all’anno scorso mi faceva piacere, di questi tempi, pensare all’autunno come la stagione in cui tutto torna regolare e monotono, adesso non è più così.

Me le sono godute tutte, queste vacanze. Dall’inizio alla fine, in ogni piccolo attimo. Ho fatto di tutto, non mi sono per niente annoiata.
Non ti avevo riconosciuta” è stata la frase che mi è stata rivolta più spesso da gente di ogni tipo, con gli occhi pieni di stupore. Sono cambiata, sono diversa rispetto all’anno scorso. Forse sono anche più felice.

Poi ci si mettono anche le buone notizie, quelle che aspetti da un’estate intera. Quelle situazioni ingarbugliate che ti scombinano troppo, talmente tanto intricate da arrivare a non sperare neanche più in una loro soluzione. Non so se effettivamente questa storia ha il suo lieto fine; so solo che finalmente ha preso il verso giusto.

Una settimana di incontri, di papà che finalmente riesce a trovare quella serata libera per vederci. La consapevolezza che, inutile illudersi, niente è più come prima.
Il ritrovarsi, per un caffè lungo due ore e mezza, con una vecchia compagna delle scuole elementari; parlare di ogni cosa, scoprire che gli animi buoni, fortunatamente, ogni tanto rimangono tali nel tempo.

Assistere allo spettacolo teatrale dell’amico attore, stupirsi ancora una volta per la sua bravura, ripetersi silenziosamente in testa che i talenti non vanno mai sprecati e festeggiare tutti insieme con un po’ di spumante.
Stare insieme, noi tre fratelli, la sera prima della partenza della sorella maggiore. Mangiare insieme una brioche col gelato e prenderci in giro come abbiamo sempre fatto.

È tornato il sole quaggiù. La settimana finisce così.
... Inutile dirvi che spero ancora in qualche altro giorno di mare. 

sabato 1 settembre 2012

Battuta di caccia di Jussi Adler-Olsen


Anno 1987. Due ragazzi, un fratello e una sorella, vengono trovati morti nella loro casa. Uccisi da chissà chi, probabilmente con una violenza di dimensioni inaudite, come si evince dai loro corpi martoriati. Confessa il delitto un uomo. Le circostanze,però, non risultano essere del tutto chiare.

Diversi anni dopo, il caso ricompare sulla scrivania di Carl Moek, capo della Sezione Q, il quale, studiandolo attentamente, si accorge della presenza di errori importanti e decide quindi di riaprire le indagini, non senza ostacoli di vario tipo.
Aiutato dal valido assistente siriano Assad, Carl nota delle assonanze con altri casi e seguendo quella che si rivelerà essere la giusta pista, riuscirà a risolvere la questione, scoprendo quindi cosa si nasconde dietro importanti uomini dell’alta società, uniti dalla passione, se così si può definire, per la caccia e soprattutto per la violenza.


Dopo aver letto il primo libro di Jussi Adler-Olsen “La donna in gabbia”, non potevo non dedicarmi alla lettura del secondo. Solitamente i gialli non mi attirano molto, trovo però che le sue storie siano particolarmente coinvolgenti.

Sarà l’interesse e la simpatia che provo nei confronti di Carl, un uomo un po’ enigmatico e solitario, di quelli che nel proprio lavoro mettono tutta la passione possibile, senza dimenticarsi comunque degli affetti che rendono una vita degna di essere vissuta. L’amicizia con il collega Hardy, vittima di un gravissimo incidente sul lavoro che lo ha portato a trascorrere intere giornate immobilizzato ad un letto, ne è la prova.

Ho finito di leggere questo libro al mare e se avessi seguito il mio istinto, finita l’ultima pagina, sarei corsa a casa a scrivere di questa storia, in particolar modo delle sensazioni che mi ha lasciato.

Pensavo ingenuamente che un giallo, al di là di delitti irrisolti, misteri, piste, tracce, ragionamenti contorti e cose di questo tipo, non potesse contenere altro. Mi sono ricreduta, per lo meno leggendo questo libro.

Racchiude infatti al suo interno svariati sentimenti e diversi temi: il senso della maternità, l’infanzia violata, lo smisurato interesse per la ricchezza, la carriera e il successo, l’amicizia,la droga, i sentimenti non corrisposti. E’ un libro che, se letto non superficialmente, tutto sommato insegna anche qualcosa:che solitudine e diffidenza possono sfociare in situazioni particolarmente difficili, dalle quali è impossibile tornare indietro.

giovedì 30 agosto 2012

Una sera tra amici

Pensate ad una sera di fine agosto, di quelle con il cielo pieno di stelle, illuminata da una Luna riflessa sul mare. Pensate a tre vecchie compagne di liceo, di quelle che si separano, che prendono strade diverse,  vanno a vivere in città diverse, ma che nelle vacanze si ritrovano sempre, fosse anche solo per una serata.

Pensate ad una macchina verde, ad una ragazza che sa guidare ma che non conosce le strade, all’altra sprovvista di patente ma che ha il senso dell’orientamento di un tomtom; all’altra ancora, seduta dietro, che anima i trenta chilometri di percorso raccontando le sue avventure romane.

Pensate ad una località di mare, ad una festa di paese, alla musica popolare. Ai balli, di quelli che anche se sei timida, prima o poi finisci per buttarti in mezzo a quella gente saltellante, fosse anche solo con il pensiero.
Immaginatele davanti ad un gelato troppo buono, ad una macchina fotografica pronta a farti ricordare le belle serate durante l’ inverno, sotto il piumone, quando la stanchezza da fine giornata ti porterà a non muoverti da un divano comodo.
Pensatele tornare a casa, con il sorriso in faccia, il sapore della spensieratezza, l’allegria nel cuore.

Ecco: mi basta poco per essere felice e mi basta scrivere di certe emozioni vissute per ricordarmele meglio, per godermele ancora di più.

domenica 26 agosto 2012

Pensieri estivi

Le mie vacanze procedono bene, la mia abbronzatura quest’anno ha dell’incredibile. Sembro una marocchina anomala. Credo di avere gli occhi più chiari del solito, o per lo meno sto ricevendo un sacco di complimenti per il loro colore. Ho riscoperto il piacere del non asciugare più i capelli con il phon. Vengono fuori dei boccoli che avevo dimenticato di avere, da brava schiava della piastra quale sono ormai da un po’.

Le mie giornate continuano a somigliarsi tutte, hanno il colore del mare e del sole. Non riesco a vivere un giorno senza andarci, c’è un attaccamento che ha quasi del morboso, ma in fondo credo sia così per tutti quelli che nascono e crescono in questo posto.
Qui il mare non è solo acqua blu salata. È una cultura, è amore. Quando hai un problema e ne parli con qualcuno del posto, il consiglio che ricevi è sempre lo stesso: andare a mare. Come se fosse miracoloso, come se fosse una cura. Lo sanno tutti che è rilassante, che ti distende, che basta sederti sulla sabbia e guardarlo per stare subito un attimo meglio. E se proprio non ci riesci, se proprio stai male, quelle onde hanno la capacità di farti sentire meno sola. Il loro suono sembra musica, quel colore, quella luce ti riempiono gli occhi di cose belle.

Tra le onde e la sabbia, quest’anno ho conosciuto persone che presumo siano meravigliose. Scambiamo qualche parola in acqua, ci raccontiamo un po’ delle nostre vite. Li ammiravo da un po’ per la loro compostezza, la loro armonia, la loro pacatezza. Tutte qualità proprie di chi, pensavo ingenuamente, avesse vissuto bene la propria vita. Invece ho scoperto che anche loro hanno sofferto, lottato contro grandi mali, vinto battaglie importanti. Adesso li stimo ancora più di prima, cercando di fare tesoro delle belle sensazioni che mi stanno lasciando addosso. Mi basta guardarli parlare tra loro, fare le cose che fanno tutti ma con quel sorriso in più che li rende meravigliosamente diversi, per rilassarmi anche io un po’.

Le vostre vacanze come procedono? Io ho deciso di prolungare le mie ancora per un po’, rinunciando (spero senza futuri ripensamenti) a quella buona idea di preparare quell’esame che tanto odio. È che ogni tanto mi perdo e di conseguenza ho bisogno di cercarmi. Forse sono riuscita a ritrovarmi con un po' di salsedine addosso.

martedì 21 agosto 2012

La mattina dei ricordi

L’una di notte, il cellulare squilla. È un messaggio di F., la mia amica mezza atleta. Chiede se domani mattina, cioè tra poche ore, ci vediamo per una camminata/corsa. Non mi tiro indietro, accetto volentieri.
Alle sette la mia amica è sotto casa, ad aspettarmi. F. è alta almeno un metro e ottanta, ha le gambe molto lunghe, gioca a pallavolo da almeno dieci anni. Ha il passo veloce, ma in qualche modo riesco a starle dietro. Incontriamo la solita gente: vecchi prof del liceo, turisti fissati con lo sport, anziani che sembrano sul punto di essere colti da un infarto per l’eccessivo sforzo.
Un’ora dopo siamo stremate, decidiamo che per quella mattina abbiamo dato abbastanza.

F. propone un caffè in piazza,io la guardo allibita. Siamo in condizioni pietose: pantaloncini, scarpe da ginnastica, maglietta di Slash di mio fratello e capelli raccolti. Senza contare il bagno di sudore in cui ci troviamo e i residui del trucco di qualche ora prima. Mi lascio convincere, perché tanto “chi vuoi che ci sia in piazza, alle otto del mattino, in pieno agosto?”. Ci sarà al massimo qualche ubriaco che non è stato in grado di tornarsene a casa a dormire.
Approdiamo in piazza ed effettivamente, a parte qualche vecchio che legge il giornale, non c’è molta gente.
Ci avviciniamo al bar, un cameriere mi chiama per nome, sposta la sedia e dice di accomodarmi.
Avrà la mia età, mi sembra di non averlo mai visto prima. Non riesco a spiegarmi come faccia a sapere il mio nome, eppure mi parla con tono confidenziale. Chiede come sto, che ci faccio lì a quell’ora. Io rispondo, lo guardo con espressione un po’ interrogativa.
Ma tu chi sei? Ci conosciamo?”.  Non posso continuare a parlare  così con una persona che mi conosce ma che io non ho mai visto prima.
E certo che ci conosciamo. Dice di essere M., il mio vecchio compagno di classe delle elementari.
Possibile mai? Esiste ancora? E dove è stato tutto questo tempo?

Non lo vedo dalla quarta elementare, quando sua madre decise di mandarlo in collegio, con la speranza che almeno lì riuscissero a dargli un po’ di educazione. E a guardarlo bene mi sa che quell’esperienza è stata un po’ un fallimento. Ha due piercing in faccia, un tatuaggio grande sul braccio, parla gridando, sembra che si sia fumato una canna già alle otto del mattino.
Bevo il mio caffè, pago, torno a casa.

Mia madre è già al top dell’attivo, non so dove trovi tutta l’energia che ha addosso. Era intenta a pulire il garage, con un sacco enorme per la spazzatura accanto. Salgo in casa, faccio la mia doccia, mangio il mio yogurt con i soliti cereali dentro. Mia madre intanto torna, mi dice che giù in garage ha trovato delle cose risalenti a quando ero piccola, me le ha lasciate in camera.
Sono curiosa, vado a vedere subito. C’è una bambola senza vestiti, con i capelli scompigliati e un orecchino solo. Me l’avevano regalata i miei per una pagella, quando avevo circa sette anni. A contatto con l’acqua, la treccia colorata che aveva in testa cambiava colore. Era quella la caratteristica che la distingueva dalle altre bambole comuni.

Poi c’era un quaderno, la cui copertina non mi rimandava a nessun ricordo. Forse era di mia sorella …
Lo apro e invece c’è il mio nome. Lo sfoglio e realizzo che quello era il quaderno della prima elementare, con le pagine piene delle lettere dell’alfabeto, scritte grandi, con la penna cancellabile blu.
La prima elementare per me fu un trauma. I miei mi mandarono a scuola a cinque anni appena compiuti, feci la classica primina. La mia insegnante era una suora, proprio come le mie maestre dell’asilo.
Era cattiva, di quelle che usavano dare le punizioni. Non sapeva dove stesse di casa quella dolcezza che sarebbe opportuno utilizzare con dei bambini. Quando facevi dei dettati impeccabili, ti appuntavano sul grembiule bianco una spilla grande con i colori della bandiera dell’Italia. Un giorno la portai a casa anche io, i miei genitori mi fecero una foto che poi uscì troppo scura per essere un minimo comprensibile.

Sfoglio un altro po’ quel quaderno, guardo pagina per pagina e penso che in fondo è nato tutto da lì. I miei temi della scuola, gli appunti che prendo a lezione, la lista della spesa o le cose che segno in agenda trovano la loro fonte primaria in quell’anno di primina, in quelle pagine piene di letterine grandi.
Penso che la suora sarà stata una donna cattiva, acida come non so cosa, ma almeno mi ha insegnato a leggere e scrivere. In realtà ho scoperto solo ora che ci costringeva anche a scrivere cose strane sui quei quaderni, cose che solo una suora può obbligarti a scrivere.
Guardate, guardate.
Vorrei vedere le vostre facce adesso.
 
E vi risparmio il dettato sul mercoledì delle ceneri...

mercoledì 15 agosto 2012

Buon Ferragosto

Un divano diviso con un Gatto nero che dorme ai miei piedi, nella stanza più fresca e silenziosa della casa,la pelle ancora calda del sole preso in mattinata, il colorito di una brasiliana, un imbarazzante vestitino con la angurie rosse a forma di cuore, la pancia tragicamente piena delle buone pietanze delle cuoche di casa, due maledetti chili in più rispetto ad un mese fa, un cellulare che non squilla da un po’ al mio fianco: ecco, questo è il mio Ferragosto. Per il resto della giornata è previsto, in ordine: un aperitivo in un posto possibilmente poco affollato, un cinema all’aperto e il seguito è un mistero. Sono nella mani dei miei amici, chi lo sa cosa hanno in mente di fare. Ho proposto loro un bagno di mezzanotte che si tramuterà magicamente in bagno delle tre di notte, visti i nostri orari soliti. Quest’anno non ho ancora provato il brivido dell’immergersi in acqua a notte fonda e del godersi il mare nero.

Di solito passavo il Ferragosto nella casa in campagna, con papà. Preparava la griglia sulla quale arrostiva la carne, da mangiare rigorosamente con il chimichurri di sopra, all’argentina. Tutto ciò fino a due anni fa, dopo di che il nulla.

Oggi la spiaggia era fin troppo affollata di turisti, il mare calmo al punto giusto. Ero intenta a prendere il sole, sdraiata sul mio telo, immersa in quei pensieri di troppo, quando ho sentito una bambina urlare e piangere come se chissà cosa le avessero fatto. A quanto pare era stata vittima di una medusa, la poveretta. Urla a non finire, pianti isterici, forse più per lo spavento che per il dolore, tutto ciò per almeno tre quarti d’ora. Segue dunque la caccia alla medusa assassina, avvenuta per opera di un tizio che, armatosi di materassino rosa, paletta e secchiello di Hello Kitty, ha iniziato la sua impresa.
Caccia durata un quarto d’ora circa, conclusasi con il suddetto eroe che sbarca a riva orgoglioso di se stesso e  depone il cadavere della medusa in spiaggia, intorno al quale, in un tempo pari a neanche due minuti, si riunisce un capannello di gente in costume da bagno che si abbandona a commenti idioti e qualunquisti di ogni tipo.
Infine i genitori della bambina vittima della medusa (che intanto non ha smesso di urlare) decidono di far vedere alla loro pargola l’autore del misfatto. Si avvicinano al corpo e le dicono “Vedi, Gaia, è lei che ti ha fatto la bua!”. E fu così che magicamente Gaia smise di piangere, con sommo gaudio della sottoscritta.

Ecco, questo è il resoconto del mio Ferragosto vissuto fino alle cinque del pomeriggio. Avvincente come non so cosa.
Il Gatto si è svegliato, si è stiracchiato, mi ha guardata ed è tornato a dormire. Il caffè è pronto. Col vostro permesso,io vado a berlo e ve ne offro virtualmente una tazzina.
Buon Ferragosto!

PS: il mio vicino di casa continua a far festa. Ve lo dico, così, per cronaca. 

sabato 11 agosto 2012

Gossip estivi sul mio vicino di casa

Qualche settimana fa, quando a casa c’erano ancora le mie amiche dell’università, è tornato ad abitare al piano di sopra il mio vicino di casa. Ce ne siamo accorti a causa del rumore che ha fatto, tra spostamenti di mobili vari e passi pesanti.
Mia madre ha avuto la prontezza di avvisare le mie amiche di possibili “rumori molesti”, considerando che la camera da letto del mio vicino è proprio sopra la mia (dove, appunto, dormivano anche loro).
Tra una battuta e l’altra, la questione sembrava essere finita lì. Le mie amiche ovviamente hanno capito subito di che “rumori molesti” si trattasse, ma immagino che un’ora dopo avessero già dimenticato la cosa.

Quella sera tornammo a casa tardi, saranno state le quattro. Era la loro ultima sera qui, tra l’altro. Brindammo in cucina con una vodka al melone orrenda trovata per caso in casa e un succo di frutta di cui non ricordo neanche il gusto (per la cronaca: ne venne fuori una bevanda terribile. Per migliorare il sapore, ci inzuppammo dentro i biscotti della colazione. Ma non ditelo a nessuno) e andammo a letto che era quasi l’alba. Appena misi testa sul cuscino mi accorsi di “rumori strani” provenienti dal piano di sopra, ma il sonno era talmente tanto che mi addormentai comunque, salvo svegliarmi poco dopo per l’eccessivo trambusto correlato da gridolini di ogni tipo.

Inutile dire che la mattina dopo i commenti tra me e le mie amiche si sono sprecati. Mi ero dimenticata di dire loro che il vicino di casa è un uomo di circa sessanta anni, con il fascino pari a quello del piede pieno di vesciche di chi ha camminato, ad agosto, sotto il sole un’intera giornata con le scarpe da ginnastica e i calzini di lana. Loro se l’erano immaginato un tantino diverso e gli indizi vari, effettivamente, lasciavano presagire tutt’altro.

Qualche giorno dopo ancora, di ritorno da una camminata delle sette del mattino (di quelle chilometriche che ti fanno tornare a casa in un bagno di sudore), mi sono ritrovata per le scale il suddetto vicino di casa. Era al massimo del suo splendore: mezzo centimetro di capelli in testa, petto nudo, pancia cascante , bermuda arancioni, un po’ sudaticcio. Un uomo da sposare insomma.
Allegro come sempre, mi ha salutato con un “Salve signorina” e un mezzo inchino.

Nella tarda notte tra sabato e domenica della settimana scorsa ha dato il meglio di sé. Un trambusto mai sentito prima: era tutto un cigolio e urla della giungla assurde. Immagino sia stata la sua migliore performance degli ultimi tempi.

Ma direi che è arrivato il momento di soffermarsi anche sulla sua partner. Una donna ogni anno diversa. Ero rimasta ad una di colore, quest’anno invece noto che è cambiata di nuovo. Una brasiliana, presumo. Ho avuto modo di “conoscerla” ieri mattina, quando la moto del latin lover era parcheggiata talmente tanto male da non riuscire ad uscire con la macchina. Ergo ho dovuto suonare al citofono del vicino, sperando che fosse in casa. Mi ha risposto una vocina strana, di donna.
“Amooo? Sei tu?”.
Non so come ho fatto a non scoppiare a ridere. Vi risparmio il seguito della vicenda, perché è qualcosa di veramente penoso.

Sto meditando di lasciargli un regalo sullo zerbino, a fine agosto, prima di tornare in città. Un pacchetto anonimo con dentro un paio di cose. In primis uno Svitol, per il cigolio del letto. Così risolviamo almeno la questione di questo tipo di rumore. Poi il libro “Cinquanta sfumature di grigio”, perché a quanto pare è ottimo per prendere spunti particolari, quindi apprezzerebbe senza dubbio (chissà se non l’ha già letto …). In realtà,c’è chi mi suggerisce anche una scatola di viagra, che nel suo caso immagino non guasti mai.

… Inutile dirvi che non avrò mai il coraggio di fare una cosa del genere. 

sabato 4 agosto 2012

Less is more

Le vacanze procedono bene, la mia ustione migliora e spero che non mi rimangano cicatrici varie. Vivo le giornate alla leggera; i miei bisogni primari sono dormire, mangiare e andare al mare. Credo di passare più tempo in spiaggia che a casa e il mio colorito ne è la conferma.
Le mie giornate iniziano molto presto con una lunghissima passeggiata al mare (chi l’avrebbe mai detto) con una delle mie più grandi amiche. È bello vedere la spiaggia vuota, gli ombrelloni chiusi, la quiete prima del caos, i gestori dei vari lidi sistemare tutto per la giornata che inizia. Dare il buongiorno al mare prima che a chiunque altro è appagante.
Poi una doccia, una colazione abbondante in terrazza, qualche altra ora di sonno e poi di nuovo in spiaggia, fino a che la pelle riesce a sopportare sole e salsedine. Mi piace stare in silenzio, stesa sul mio telo o seduta in riva. Mi piace riposare la mente in questo modo. Prediligo le spiagge poco affollate, senza curarmi del fatto di dover fare troppi passi per arrivarci. Odio le spiagge private, quelle file di ombrelloni troppo ordinati per essere vissuti alla leggera. Per me mare è piantare l’ombrellone dove capita, alla giusta distanza dai vicini. Mi infastidisce chi fa lunghi discorsi ad alta voce o tiene la suoneria del cellulare alta. Per me è un posto sacro, al pari di una chiesa.
Esco di casa con il minimo indispensabile. Le mie maxi borse da città strapiene di ogni cosa sono diventate minuscole pochette dove mettere giusto il cellulare, la carta d’identità e pochi spiccioli. Ho riposto il portafoglio in un cassetto della mia stanza, trovo che tutte quelle tessere siano superflue e sia inutile portarle ovunque.
Adoro i vestiti leggeri e colorati, i sandali comodi, i capelli raccolti e lo smalto rosso. Nonostante sia un’appassionata di accessori vari (avrò messo in valigia una trentina di pezzi tra collane, bracciali e simili, con conseguente eccessivo peso inutile), sto mettendo solo delle perline bianche ai buchi delle orecchie. Ho eliminato anche il trucco dal viso, il massimo che mi concedo è una passata di mascara.
Sembro un’altra, mi sento diversa rispetto ad un mese fa, rispetto a questo inverno.
Sono leggera. E vivo meglio così.