"Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va in corsa, è un'avventura ricostruire se stesse. La più grande.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre, quando meno te l'aspetti."
(Donne in Rinascita - D. Cugia)
martedì 29 marzo 2011
Segnalazioni
Breve intervento per segnalarvi un post di Chiara Moltoni su un film un po' "particolare", non adatto ai bambini. Non l'ho visto, ma mi fido del giudizio della mia omonima. E anzi, la ringrazio per il suo interessamento alla questione. Vi invito a leggere il suo post e vi auguro una buona serata!
sabato 26 marzo 2011
Saviano - Le dieci cose per le quali vale la pena vivere
Roberto Saviano, qualche settimana fa, ha pubblicato su Repubblica una sua lista, l’ennesima. Dopo “Vieni via con me”, il programma degli elenchi per eccellenza (che tra l’altro, stando ad alcune indiscrezioni, ne sarà riproposta una seconda edizione il prossimo autunno) , il caro Saviano propone una lista forse più leggera, più piacevole delle solite. Si tratta dell’elenco delle dieci cose per le quali vale la pena vivere.
L’invito di Saviano è quello di scrivere e mandare al sito di Repubblica la propria lista,la top ten dei motivi per i quali vivere è bello. Non importa se scritta di getto o se pensata per bene, l’importante è farlo col cuore.
Quando ho letto questa lista, il mio pensiero è andato a quei premi che girano di tanto in tanto tra noi bloggers, quei premi che consistono nel citare dieci cose importante di noi, legate alle nostre vite.
Ho letto i vari elenchi arrivati sul sito di Repubblica (ovviamente non tutti perché bisognerebbe passare giornate intere davanti al pc!) e devo dire che le cose inserite sono quasi le stesse, un po' per tutti.
La famiglia, l’amore, l’amicizia, ma anche il mare, il cibo. Tutte cose per cui vale la pena di vivere. Leggendole, mi sono resa conto di quanto, tutto sommato, siamo uniti. Segno che c’è qualcosa che ci tiene legati, segno che un po’ “la pensiamo allo stesso modo”.
Cambiano le mode, cambiano i modi di pensare, ma i valori di fondo rimangono sempre gli stessi.
Ed è bello accorgersene...
Qui trovate la lista di Saviano, le cinque liste scelte da lui e una sorta di resoconto dell'iniziativa.
Buona lettura!
L’invito di Saviano è quello di scrivere e mandare al sito di Repubblica la propria lista,la top ten dei motivi per i quali vivere è bello. Non importa se scritta di getto o se pensata per bene, l’importante è farlo col cuore.
Quando ho letto questa lista, il mio pensiero è andato a quei premi che girano di tanto in tanto tra noi bloggers, quei premi che consistono nel citare dieci cose importante di noi, legate alle nostre vite.
Ho letto i vari elenchi arrivati sul sito di Repubblica (ovviamente non tutti perché bisognerebbe passare giornate intere davanti al pc!) e devo dire che le cose inserite sono quasi le stesse, un po' per tutti.
La famiglia, l’amore, l’amicizia, ma anche il mare, il cibo. Tutte cose per cui vale la pena di vivere. Leggendole, mi sono resa conto di quanto, tutto sommato, siamo uniti. Segno che c’è qualcosa che ci tiene legati, segno che un po’ “la pensiamo allo stesso modo”.
Cambiano le mode, cambiano i modi di pensare, ma i valori di fondo rimangono sempre gli stessi.
Ed è bello accorgersene...
Qui trovate la lista di Saviano, le cinque liste scelte da lui e una sorta di resoconto dell'iniziativa.
Buona lettura!
mercoledì 23 marzo 2011
I ritorni
Sono tornata in città da un paio di giorni, dopo le solite innumerevoli ore di viaggio.
Il mio compagno di avventura questa volta è stato un ragazzo di qualche anno più grande di me, anche lui studente. Un tipo strano, dal nome strano, poco svelto nei ragionamenti, ma veramente molto gentile.
La classica persona che ti fa mille domande sul perché hai scelto quella città per studiare, perché hai scelto proprio quella facoltà. E poi, naturalmente lui, il classico domandone: -Allora vuoi diventare avvocato?-.
L’ennesimo luogo comune.
Sono tornata a casa in una giornata grigia e silenziosa: poca gente per strada, molta quiete nel palazzo. All’uscita della stazione ho trovato una macchina dello stesso modello e colore di quella di mio padre, con un uomo che somigliava a lui. Per un attimo, complice lo stordimento da viaggio, ho pensato fosse lui, ma poi sono tornata in terra e il tipo in macchina ovviamente non era padre.
Mi ci sono voluti quasi due giorni per riabituarmi alla mia vita qui, i “giorni cuscinetto”. Mi servono sempre, ad ogni spostamento. Lunedì invece mi sono svegliata con un herpes sul labbro superiore. Capita spesso. In farmacia mi hanno dato la solita pomata, dopo un tentativo fallito di rifilarmi quei cerottini poco efficaci.
Sono andata all’università, a seguire la mia lezione della giornata, a rivedere i miei amici. Mi sono fatta spazio tra la folla: laureati freschi, corone in testa con il nastro blu, amici e parenti chiassosi, professori in toga, fiori ovunque. E lì, davanti a tutta quella festa, diventa inevitabile sognare quando quel momento sarà anche il mio …
Oggi c’è il sole, l’aria è tiepida.
Non riesco più ad accendere una tv, a seguire un telegiornale come facevo prima, a cercare notizie su internet. Mi viene l’ansia.
È proprio necessario ricorrere a questi mezzi per risolvere un problema? Non bastava la forza violenta della natura a mettere in ginocchio una parte di questo mondo?
Il mio compagno di avventura questa volta è stato un ragazzo di qualche anno più grande di me, anche lui studente. Un tipo strano, dal nome strano, poco svelto nei ragionamenti, ma veramente molto gentile.
La classica persona che ti fa mille domande sul perché hai scelto quella città per studiare, perché hai scelto proprio quella facoltà. E poi, naturalmente lui, il classico domandone: -Allora vuoi diventare avvocato?-.
L’ennesimo luogo comune.
Sono tornata a casa in una giornata grigia e silenziosa: poca gente per strada, molta quiete nel palazzo. All’uscita della stazione ho trovato una macchina dello stesso modello e colore di quella di mio padre, con un uomo che somigliava a lui. Per un attimo, complice lo stordimento da viaggio, ho pensato fosse lui, ma poi sono tornata in terra e il tipo in macchina ovviamente non era padre.
Mi ci sono voluti quasi due giorni per riabituarmi alla mia vita qui, i “giorni cuscinetto”. Mi servono sempre, ad ogni spostamento. Lunedì invece mi sono svegliata con un herpes sul labbro superiore. Capita spesso. In farmacia mi hanno dato la solita pomata, dopo un tentativo fallito di rifilarmi quei cerottini poco efficaci.
Sono andata all’università, a seguire la mia lezione della giornata, a rivedere i miei amici. Mi sono fatta spazio tra la folla: laureati freschi, corone in testa con il nastro blu, amici e parenti chiassosi, professori in toga, fiori ovunque. E lì, davanti a tutta quella festa, diventa inevitabile sognare quando quel momento sarà anche il mio …
Oggi c’è il sole, l’aria è tiepida.
Non riesco più ad accendere una tv, a seguire un telegiornale come facevo prima, a cercare notizie su internet. Mi viene l’ansia.
È proprio necessario ricorrere a questi mezzi per risolvere un problema? Non bastava la forza violenta della natura a mettere in ginocchio una parte di questo mondo?
venerdì 18 marzo 2011
Di partenze, di tempo e di rimorsi
Più passa il tempo, più mi rendo conto che questo non è mai abbastanza per fare tutto.
Sono tornata a casa dai miei per qualche giorno, principalmente perché non potevo perdermi determinati “eventi importanti”, ma anche per staccare un po’ la spina dalla quotidiana e frenetica vita universitaria.
L’intento era quello di riposare un po’, ricaricarmi e ripartire piena di energie.
Tra un po’ dovrò ripartire per la mia adorata-odiata città universitaria: la valigia è pronta, i biglietti anche. Mi viene spontaneo, ogni volta che devo affrontare questi tipi di viaggi, fare dei bilanci mentali su come ho trascorso i giorni a casa. La considerazione del momento è che il tempo, appunto, non è mai abbastanza.
Avevo in progetto tante cose da fare e alla fine ho portato a termine solo la metà degli “impegni”. Non sono riuscita ad andare a trovare una persona per me cara, neanche a telefonarle. Sembra assurdo, ma è così. Non mi sono certo dimenticata di lei, il pensiero di ogni giorno era quello di andare a trovarla, di vederla. Ogni giorno però, c’è stato sempre qualche intoppo che non mi ha permesso di andare da lei.
L’ho chiamata poco fa. È rimasta male, mi ha trattato con freddezza e con una punta di rabbia. Spiegarle i miei impegni è stato inutile.
Mi sono resa conto anche io del mio errore, del fatto che l’avere tante cose da fare non è una scusa valida per mettere gli affetti un po’ in secondo piano. Certo l’ho pensata, non mi sono dimenticata di lei, ma evidentemente questo non basta.
Parto con un po’ di tristezza, di dispiacere. E con una promessa: quella di non farmi mai più prendere totalmente dalle cose da fare fino a dimenticarmi delle persone a cui voglio bene.
Imparare è l’unica cosa positiva che ti può lasciare un errore.
Sono tornata a casa dai miei per qualche giorno, principalmente perché non potevo perdermi determinati “eventi importanti”, ma anche per staccare un po’ la spina dalla quotidiana e frenetica vita universitaria.
L’intento era quello di riposare un po’, ricaricarmi e ripartire piena di energie.
Tra un po’ dovrò ripartire per la mia adorata-odiata città universitaria: la valigia è pronta, i biglietti anche. Mi viene spontaneo, ogni volta che devo affrontare questi tipi di viaggi, fare dei bilanci mentali su come ho trascorso i giorni a casa. La considerazione del momento è che il tempo, appunto, non è mai abbastanza.
Avevo in progetto tante cose da fare e alla fine ho portato a termine solo la metà degli “impegni”. Non sono riuscita ad andare a trovare una persona per me cara, neanche a telefonarle. Sembra assurdo, ma è così. Non mi sono certo dimenticata di lei, il pensiero di ogni giorno era quello di andare a trovarla, di vederla. Ogni giorno però, c’è stato sempre qualche intoppo che non mi ha permesso di andare da lei.
L’ho chiamata poco fa. È rimasta male, mi ha trattato con freddezza e con una punta di rabbia. Spiegarle i miei impegni è stato inutile.
Mi sono resa conto anche io del mio errore, del fatto che l’avere tante cose da fare non è una scusa valida per mettere gli affetti un po’ in secondo piano. Certo l’ho pensata, non mi sono dimenticata di lei, ma evidentemente questo non basta.
Parto con un po’ di tristezza, di dispiacere. E con una promessa: quella di non farmi mai più prendere totalmente dalle cose da fare fino a dimenticarmi delle persone a cui voglio bene.
Imparare è l’unica cosa positiva che ti può lasciare un errore.
giovedì 17 marzo 2011
Auguri Italia
Oggi, come tutti saprete, si festeggiano i 150 anni di Unità d’Italia. Dopo polemiche di ogni tipo, è stata proclamata, per oggi, la festa nazionale. Scuole, uffici, negozi chiusi, come se fosse domenica, come se fosse il giorno di Natale. Questo per darci modo di festeggiare, di farci riflettere. E allora via alle manifestazioni di ogni tipo che ci facciano ricordare cosa è stato fatto per raggiungere l’Unità e, aggiungerei, cos’altro c’è da fare ancora per mantenerla, alimentarla, renderla infinita.
Faccio anche io gli auguri alla cara Italia e soprattutto agli italiani, sperando di non dover aspettare i prossimi 50 anni per ricordarci di festeggiare ancora la nostra Unità.
lunedì 14 marzo 2011
In mezzo a tanta gente che prima non c'era
Dieci anni fa, sul tavolo della cucina c’era una torta. Sopra, c’erano cinquanta candeline accese. Intorno c’erano cinque persone, erano le tre del pomeriggio. C’era anche un bambino piccolo, con il grembiule dell’asilo bianco e i capelli biondi. Parlavamo, ridevamo, scherzavamo. In pochi forse, ma dentro ci sentivamo tanti. E ci sentivamo forti, insieme.
Dieci anni dopo sul tavolo della cucina di una casa nuova, abitata da poco, c’è di nuovo una torta. Le candeline sono sessanta. Intorno ci sono venti persone. La torta è grande. Il bambino non ha più il grembiule bianco dell’asilo. È alto, ha una camicia a righe. Ridiamo poco, siamo un po’ disorientati. Parliamo poco, forse non sappiamo neanche noi cosa dire.
Gente nuova intorno, volti che conosciamo da poco, persone che comunque sono entrate nelle nostre vite, nel bene o nel male.
Ogni tanto, noi quattro ci guardiamo per qualche istante. Sguardi fugaci, il tempo necessario per ricordarci che comunque ci siamo.
E chissà cosa ci siamo detti con quegli sguardi, chissà se ci siamo capiti.
Sembra stupido come pensiero, ma quante cose sono cambiate in questi dieci anni?
Quanto abbiamo pianto, quanto abbiamo riso insieme?
Quanto ci siamo sentiti uniti e quanto ci siamo sentiti lontani anni luce uno dall’altro?
Ci penso, in mezzo a quelle venti persone, in mezzo a quei nostri quattro sguardi confusi. Come sarebbe stato, se le cose non fossero andate così come sono avvenute?
Non ho trovato una risposta. Forse neanche c’è, e se c’è, non riesco più neanche ad immaginarla.
Mi rimangono i ricordi, quelli sì. Quelli li tengo dentro, insieme alle foto, alle frasi che lasciano i segni. Quelli nessuno me li può togliere, nessuna gelosia li può scalfire, nessuna risata stupida li può offuscare.
Penso ancora, troppo forse, in mezzo agli altri. Immagino noi come una rete,come delle frecce che si uniscono, che rimandano uno all’altra.
Certe sensazioni solo noi possiamo capirle, senza parlarci, in mezzo a tanta gente che prima non c’era.
Dieci anni dopo sul tavolo della cucina di una casa nuova, abitata da poco, c’è di nuovo una torta. Le candeline sono sessanta. Intorno ci sono venti persone. La torta è grande. Il bambino non ha più il grembiule bianco dell’asilo. È alto, ha una camicia a righe. Ridiamo poco, siamo un po’ disorientati. Parliamo poco, forse non sappiamo neanche noi cosa dire.
Gente nuova intorno, volti che conosciamo da poco, persone che comunque sono entrate nelle nostre vite, nel bene o nel male.
Ogni tanto, noi quattro ci guardiamo per qualche istante. Sguardi fugaci, il tempo necessario per ricordarci che comunque ci siamo.
E chissà cosa ci siamo detti con quegli sguardi, chissà se ci siamo capiti.
Sembra stupido come pensiero, ma quante cose sono cambiate in questi dieci anni?
Quanto abbiamo pianto, quanto abbiamo riso insieme?
Quanto ci siamo sentiti uniti e quanto ci siamo sentiti lontani anni luce uno dall’altro?
Ci penso, in mezzo a quelle venti persone, in mezzo a quei nostri quattro sguardi confusi. Come sarebbe stato, se le cose non fossero andate così come sono avvenute?
Non ho trovato una risposta. Forse neanche c’è, e se c’è, non riesco più neanche ad immaginarla.
Mi rimangono i ricordi, quelli sì. Quelli li tengo dentro, insieme alle foto, alle frasi che lasciano i segni. Quelli nessuno me li può togliere, nessuna gelosia li può scalfire, nessuna risata stupida li può offuscare.
Penso ancora, troppo forse, in mezzo agli altri. Immagino noi come una rete,come delle frecce che si uniscono, che rimandano uno all’altra.
Certe sensazioni solo noi possiamo capirle, senza parlarci, in mezzo a tanta gente che prima non c’era.
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venerdì 11 marzo 2011
Quando il buongiorno si vede dal mattino
Stamattina la sveglia del cellulare mi ha dato un buongiorno diverso dal solito. L’effetto di un colpo di martello di gomma in testa, seguito da uno stato confusionale, come se ieri sera avessi bevuto otto litri di vino.
Dove ero? Che giorno della settimana era? Il mese? E … l’anno? Che devo fare oggi?
E intanto il cellulare, appena acceso, iniziava ad illuminarsi e a riempirsi di messaggi ricevuti.
Otto, arrivati uno dietro l’altro, pronti a farmi ricordare tutto. Buongiorno di qua, buongiorno di là. Gente che chiama all’alba per dirmi chissà che e invece trova spento, messaggi del mio gestore telefonico che non è riuscito a rinnovare la promozione per credito insufficiente.
“Devo ricaricare”: questo è stato il primo pensiero lucido della giornata.
Ho realizzato dove ero, che giorno era, di che mese, di che anno. Ho realizzato tante altre cose nel giro di pochi minuti. Mi sono bastati invece solo dei secondi per farmi venire il desiderio di ritornare in quello stato confusionale di prima, dove capivo poco e niente era un problema.
Il sonno sa anche essere cattivo, sa di illusione. Sospende il ritmo della giornata, a volte anche dei pensieri. Tutto questo per poi riportarti bruscamente alla realtà, dopo una semplice apertura di occhi e qualche minuto di connessione con il mondo.
Dove ero? Che giorno della settimana era? Il mese? E … l’anno? Che devo fare oggi?
E intanto il cellulare, appena acceso, iniziava ad illuminarsi e a riempirsi di messaggi ricevuti.
Otto, arrivati uno dietro l’altro, pronti a farmi ricordare tutto. Buongiorno di qua, buongiorno di là. Gente che chiama all’alba per dirmi chissà che e invece trova spento, messaggi del mio gestore telefonico che non è riuscito a rinnovare la promozione per credito insufficiente.
“Devo ricaricare”: questo è stato il primo pensiero lucido della giornata.
Ho realizzato dove ero, che giorno era, di che mese, di che anno. Ho realizzato tante altre cose nel giro di pochi minuti. Mi sono bastati invece solo dei secondi per farmi venire il desiderio di ritornare in quello stato confusionale di prima, dove capivo poco e niente era un problema.
Il sonno sa anche essere cattivo, sa di illusione. Sospende il ritmo della giornata, a volte anche dei pensieri. Tutto questo per poi riportarti bruscamente alla realtà, dopo una semplice apertura di occhi e qualche minuto di connessione con il mondo.
martedì 8 marzo 2011
Auguri donne!
Ieri sera ho incontrato in un negozio un signore anziano. Mi è rimasto impresso nella mente, tanto per cambiare.
Ha scelto tre mazzolini di mimose, con una cura magistrale. Ne prendeva uno in mano, lo esaminava accuratamente e scartava quelli che secondo lui, suppongo, non andavano bene.
Alla fine ho preso i più belli, quelli con i colori più intensi.
Insieme ai mazzetti ha preso dei cioccolatini.
Era alla cassa davanti a me. Li ha passati alla cassiera, facendo attenzione a che non si sciupassero. Ha pagato, ha chiesto la sua busta di plastica e si è accertato del fatto che la commessa avesse tolto i prezzi.
Era lento nei gesti, ma tanto attento. Mi ha fatto tenerezza. Le donne a cui oggi darà quei mazzolini di mimose suppongo siano molto importanti per lui. E metterei la mano sul fuoco che ha aggiunto ai fiori anche un bigliettino.
Di solito non festeggio il giorno della donna. Non mi interessano quelle feste insignificanti organizzate dai soliti squallidi localini. La festa della donna dovrebbe avere un significato ben diverso.
Auguri donne!!!
Vi lascio con il testo di una canzone, si chiama “Donna”, è di Mia Martini.
Donne piccole come stelle
Donne piccole e violentate
Donna come l'acqua di mare
Donna come un mazzo di fiori
Donna fatti saltare addosso
Donna che non sente dolore
Donna come l'acqua di mare
Donna come un mazzo di fiori
Ha scelto tre mazzolini di mimose, con una cura magistrale. Ne prendeva uno in mano, lo esaminava accuratamente e scartava quelli che secondo lui, suppongo, non andavano bene.
Alla fine ho preso i più belli, quelli con i colori più intensi.
Insieme ai mazzetti ha preso dei cioccolatini.
Era alla cassa davanti a me. Li ha passati alla cassiera, facendo attenzione a che non si sciupassero. Ha pagato, ha chiesto la sua busta di plastica e si è accertato del fatto che la commessa avesse tolto i prezzi.
Era lento nei gesti, ma tanto attento. Mi ha fatto tenerezza. Le donne a cui oggi darà quei mazzolini di mimose suppongo siano molto importanti per lui. E metterei la mano sul fuoco che ha aggiunto ai fiori anche un bigliettino.
Di solito non festeggio il giorno della donna. Non mi interessano quelle feste insignificanti organizzate dai soliti squallidi localini. La festa della donna dovrebbe avere un significato ben diverso.
Auguri donne!!!
Vi lascio con il testo di una canzone, si chiama “Donna”, è di Mia Martini.
A molti non piace, a me sì.
È da mesi che l’ascolto in continuazione. Mi ha un po’ rapita.
Chissà perché …
È da mesi che l’ascolto in continuazione. Mi ha un po’ rapita.
Chissà perché …
Donne piccole come stelle
c'è qualcuno le vuole belle
donna solo per qualche giorno
poi ti trattano come un porno.
Donne piccole e violentate
molte quelle delle borgate
ma quegli uomini sono duri
quelli godono come muli.
Donna come l'acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c'è chi invece la prende a botte.
Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà.
Donna fatti saltare addosso
in quella strada nessuno passa
donna fatti legare al palo
e le tue mani ti fanno male.
Donna che non sente dolore
quando il freddo gli arriva al cuore
quello ormai non ha più tempo
e se n'è andato soffiando il vento.
Donna come l'acqua di mare
chi si bagna vuole anche il sole
chi la vuole per una notte
c'è chi invece la prende a botte.
Donna come un mazzo di fiori
quando è sola ti fanno fuori
donna cosa succederà
quando a casa non tornerà
domenica 6 marzo 2011
Carnevale
Carnevale è una di quelle feste che ho amato solo da bambina, nel periodo delle elementari. Molte settimane prima mi ricordo che si preparavano gli addobbi per la scuola e le sfilate per le vie della città. Ogni anno preparavamo un tema diverso e i costumi venivano fatti tutti su quel determinato genere.Al di là del vestito della scuola, i miei genitori me ne compravano uno a parte (o lo “ereditavo” direttamente da mia sorella più grande!). Tra i compagni di classe girava sempre la stessa domanda “Da che cosa ti vesti per Carnevale?”. E noi lì, a descrivere i nostri vestiti.
Mi ricordo che quando avevo circa 8 – 9 anni e andava molto di moda Sailor Moon, tutte le mie compagne volevano vestirsi come la famosa “paladina della giustizia”. Quel vestito era praticamente introvabile. Appena arrivava, andava a ruba. Chi lo voleva a tutti i costi, finiva per fare chilometri e andare a comprarlo nelle grandi città, nei negozi più forniti.
Ricordo di una mia amichetta che se lo fece cucire dalla nonna. Ne parlava contentissima, diceva che di pomeriggio la sua nonna le prendeva le misure e comprava la stoffa per il vestitino. Io ero curiosissima di vedere il risultato finale, non mi sembrava possibile che la nonna della mia amichetta potesse fare da sola il vestito di Sailor Moon.
Alla fine lo vidi, era proprio bello e fatto anche bene, meglio di quelli che si trovavano nei negozi.
In quei giorni la mia, di nonna, mi stese quasi antipatica. Perché la nonna della mia amichetta sapeva cucire così bene e la mia non mi aveva mai fatto niente del genere?
Ah, che pensieri si fanno da bambini …
Poi, finita l’epoca delle stelle filanti e dei coriandoli, iniziò quella del carnevale “violento”. Alle medie, infatti, finito l’interesse per qualsiasi maschera, i miei compagni di classe organizzavano le “bande”. Qualcosa di veramente osceno. Le bande erano gruppetti di ragazzini muniti di schiume e schifezze di ogni tipo, nonché di manganelli e di elastici che usavano fare delle vere e proprie risse tra loro, coinvolgendo anche chi come me e le mie amiche non avevano alcuna voglia e desiderio di tornare a casa maleodoranti e pieni di schiuma bianca addosso.
Un anno andò così, io e le mie amiche fummo “vittime” di tutto questo.
L’anno dopo però organizzammo anche noi una banda, con tanto di schiuma: una sorta di difesa legittima come risposta al primo attacco. Il risultato era comunque sempre lo stesso, si tornava a casa conciati ogni anno peggio.
Tutto ciò finché il comune pose fine a questo scempio, emettendo un’ordinanza in cui si vietava tassativamente l’utilizzo di queste belle sostanze. Ordinanza che comunque non fu sempre rispettata.
Ecco perché odio il carnevale. Ho iniziato a non interessarmi a questa festa alle scuole medie e forse neanche per i litri di schiuma che ci riversavamo contro, dal momento che anche al liceo questa ricorrenza non mi divertiva più di tanto.
Vedere in giro i bambini mascherati, quello sì che mi piace almeno un po’. Accanto alle maschere tradizionali, ogni anno si aggiungono sempre personaggi nuovi, supereroi e principessine dai mille poteri.
Certe volte penso che dovrei andare a passare il Carnevale in qualche grande città, tipo Venezia, almeno per ricredermi un po' e abbandonare questo mio scarso entusiasmo.
Al TG2 ho sentito che l’ultima novità in tema di costumi carnevaleschi è la maschera di Michele Misseri, formata da pantaloni e camicia da campagnolo, con tanto di cappello e soprattutto di corda.
La maschera è andata a ruba e io mi domando cosa possa mai avere in testa la gente.
Come fa un genitore a mascherare il proprio bambino da un personaggio oscuro e controverso, assassino (così pare) tra l’altro di una ragazzina poco più grande di chi indossa quel vestito stesso?
(qui un articolo trovato in giro per internet a riguardo)
Ecco, questo è il mio interrogativo datato “Carnevale 2011”.
giovedì 3 marzo 2011
Quel giorno di pioggia
Pioveva tanto quel giorno, cadeva acqua a non finire, quella pioggia che poche ore dopo sarebbe diventata la tanto odiata neve. Io mi ero rinchiusa in biblioteca a studiare, era da mesi che non andavo lì. Avevo trovato una stanza libera in fondo, era la più fredda, ma era anche la più silenziosa. C’era solo una ragazza, ma poco dopo era andata via ed io ero rimasta sola.
Nel bel mezzo della noia, entra un ragazzo mai visto. Mi saluta e io ricambio, anche se neanche lo conosco. Torno al mio libro di procedura civile e intanto il ragazzo gira intorno agli scaffali pieni zeppi di libri. Ogni tanto ne prende uno e lo appoggia sul tavolo davanti al mio.
Dopo un po’ si siede e inizia a parlare. Parte da una domanda, mi chiede cosa studio. Lui è già laureato, ovviamente senza ancora un lavoro. Gli piace lo stesso passare del tempo in biblioteca, adora la letteratura. Poi mi chiede da dove vengo e lì si illumina. Conosce la mia città, ci è stato da poco. Gli è piaciuta e non quasi non crede che io sia proprio di lì. Allora si presenta, gli dico anche io il mio nome.
Parla a non finire, ma non annoia. È interessante, gli piacciono i libri, guarda molti film e la pensiamo uguale su tante cose. Fa anche qualche gaffe, quasi arrossisce quando vede la mia espressione interrogativa e subito dopo si giustifica dicendo che lui è uno che non riesce a trattenersi, che dice sempre tutto quello che gli viene in mente.
“Ma io e te quando usciamo insieme?”
Mi ha preso alla sprovvista.
Eccola, la mia cara amica timidezza. Mi sta abbracciando, mi avvolge tutta. È imprevedibile, come sempre. Arriva nei momenti meno opportuni e mi frena.
Io con lui non posso uscire, anche se sembra interessante.
Torno al mio libro, lui ai suoi. Mi maledico tanto, più del solito. Maledico me stessa e lei, la timidezza.
Passano i minuti, arrivano nella stanza altri ragazzi. Dopo un po’ lui va via, io quasi non me ne accorgo. Mi saluta, mi dice che piove troppo e deve tornare a casa. “Ci vediamo”, mi sorride. Ha gli occhi belli.
Un’ora dopo sono uscita anche io. Continuava a piovere tanto, avevo l’ombrello, il piumino, gli stivali per la pioggia. Ma avrei voluto liberarmi di tutte quelle cose inutili, mettermi in un angolino, a terra, a gambe incrociate sotto la pioggia.
Chissà se con la pioggia, la timidezza va via, come succede sempre con i manifesti attaccati ai muri della città.
Nel bel mezzo della noia, entra un ragazzo mai visto. Mi saluta e io ricambio, anche se neanche lo conosco. Torno al mio libro di procedura civile e intanto il ragazzo gira intorno agli scaffali pieni zeppi di libri. Ogni tanto ne prende uno e lo appoggia sul tavolo davanti al mio.
Dopo un po’ si siede e inizia a parlare. Parte da una domanda, mi chiede cosa studio. Lui è già laureato, ovviamente senza ancora un lavoro. Gli piace lo stesso passare del tempo in biblioteca, adora la letteratura. Poi mi chiede da dove vengo e lì si illumina. Conosce la mia città, ci è stato da poco. Gli è piaciuta e non quasi non crede che io sia proprio di lì. Allora si presenta, gli dico anche io il mio nome.
Parla a non finire, ma non annoia. È interessante, gli piacciono i libri, guarda molti film e la pensiamo uguale su tante cose. Fa anche qualche gaffe, quasi arrossisce quando vede la mia espressione interrogativa e subito dopo si giustifica dicendo che lui è uno che non riesce a trattenersi, che dice sempre tutto quello che gli viene in mente.
“Ma io e te quando usciamo insieme?”
Mi ha preso alla sprovvista.
Eccola, la mia cara amica timidezza. Mi sta abbracciando, mi avvolge tutta. È imprevedibile, come sempre. Arriva nei momenti meno opportuni e mi frena.
Io con lui non posso uscire, anche se sembra interessante.
Torno al mio libro, lui ai suoi. Mi maledico tanto, più del solito. Maledico me stessa e lei, la timidezza.
Passano i minuti, arrivano nella stanza altri ragazzi. Dopo un po’ lui va via, io quasi non me ne accorgo. Mi saluta, mi dice che piove troppo e deve tornare a casa. “Ci vediamo”, mi sorride. Ha gli occhi belli.
Un’ora dopo sono uscita anche io. Continuava a piovere tanto, avevo l’ombrello, il piumino, gli stivali per la pioggia. Ma avrei voluto liberarmi di tutte quelle cose inutili, mettermi in un angolino, a terra, a gambe incrociate sotto la pioggia.
Chissà se con la pioggia, la timidezza va via, come succede sempre con i manifesti attaccati ai muri della città.
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